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Il profeta di Jacques Audiard

Due ore e mezza che scorrono così rapidamente non capitano così di frequente nelle scomode poltrone delle sale odierne (almeno da queste parti sono tutte così). Merito di Jacques Audiard regista e cosceneggiatore di Il profeta (Un prophète), gran premio della giuria al Festival di Cannes del 2009.

Dopo la storia del poliziotto che si finge carcerato di Cella 211, una storia di iniziazione di un giovane algerino (Tahar Rahim) che entra in prigione analfabeta, timoroso, sfruttabile, bisognoso di apprendere l'ABC della malavita se vuole continuare a vivere e ne esce radicalmente cambiato, delinquente formato e soprattutto libero finalmente di sostituire chi in tutti gli anni di galera lo ha sfruttato in cambio di protezione.

Niente più omicidi di pentiti omosessuali (per il senso di colpa il suo spirito accompagnerà il protagonista, un po' come in Un lupo mannaro americano a Londra) in cambio di protezione, cioè in cambio della vita, che equivale a dire mors tua vita mea. Anzi alla faccia delle minacce del sempre meno influente corso César Luciani (Niels Arestrup) sfruttare i lavoretti per lui per organizzare i cazzi propri, fino a dare le spalle all'anziano boss abbandonato da tutti, solo come un cane, bisognoso più lui del ragazzo che non il contario com'era all'inizio. Niente più sogni premonitori di investire un cervo. Perché a un certo punto il sogno si avvera, e i sogni, le ambizioni di potere che nascono se educati in certi ambienti, si realizzano: rinascere finalmente, riscattarsi dopo gli orrori visti, subiti e causati, arrivare al traguardo meritato della serenità e del potere, scalare la montagna fino a raggiungere l'agognata vetta, dare protezione al debole, a chi se la merita, senza sfruttamenti, senza necessariamente diventare come quelli che una volta lo comandavano con prepotenza applicando la politica del terrore. Una mosca bianca, un delinquente anomalo che prima di sorridere finalmente del calcio in culo dato al passato dovrà camminare sul filo del rasoio, tra corsi da una parte e fratelli algerini dall'altra, scegliendo alla fine le cose giuste: un'amicizia sincera e la sua identità etnica.

3 commenti

Marco (Cannibal Kid) ha detto...

un grandissimo film
una ottima storia di (dis)formazione
uno dei film migliori usciti dalla francia dai tempi della nouvelle vague

Roberto Fusco Junior ha detto...

Alcune scene ancora ce l'ho in testa.

Anonimo ha detto...

Uno dei più bei film di questa stagione cinematografica. Bellissimo anche Cella 211. Il cinema di genere europeo ci sta dando tante soddisfazioni.

Ale55andra