lunedì 26 maggio 2008

Killer Crocodile di Fabrizio De Angelis

In qualche modo sulla scia dei vari cannibal movie, per il luogo selvaggio e spesso ostile in cui si svolgono, e legato allo stesso tempo al filone della fantascienza degli animali giganti, Killer Crocodile è un filmaccio italiano di horror-avventura, con personaggi tagliati con l’accetta, che saccheggia senza troppi complimenti il capolavoro di Steve Spielberg Lo squalo.
In un luogo imprecisato (si suppone nell’Africa meridionale) sei persone a bordo di una barca fanno ricerche sull’inquinamento delle acque. Sono Kevin (Richard Anthony Crenna), si capisce fin da subito che è il capo carismatico e quindi il protagonista della pellicola, Mark il fotografo (Julian Hampton), Bob (John Harper), un tipo che fa di tutto, Pamela (Sherrie Rose) che crede di essere in vacanza e Jennifer (Ann Douglas) che maneggia provette. Con loro c’è anche Concita, una ragazza del luogo. Durante il pernottamento notturno sulla terra ferma, Concita si allontana per raggiungere il suo cane che improvvisamente si è allontanato abbaiando e sparisce.
Il coccodrillo gigante responsabile della morte di Concita farà altri morti, persone innocenti e persone malvagie (come il giudice e l’inquinatore Foley) senza distinzioni o pregiudizi. A dargli la caccia ci penseranno Kevin e Mark (per vendetta) aiutati dal cacciatore di coccodrilli e avventuriero Joe (Ennio Girolami), un uomo abituato a confrontarsi più con i coccodrilli che con le persone. Capiranno che per sconfiggerlo bisogna usare l’astuzia. La vendetta li riporterà allo stato brado. Girato dal pratico Fabrizio De Angelis (regista dei sei dico sei Il ragazzo dal kimono d’oro i primi due dei quali interpretati da un giovanissimo Kim Rossi Stuart, produttore di alcuni dei capolavori di Lucio Fulci come Zombi 2, E tu vivrai nel terrore: l’aldilà, Quella villa accanto al cimitero) con lo pseudonimo di Larry Ludman, Killer Crocodile (1989) oltre che nell’ambientazione esotica ha il suo punto di forza negli effetti speciali di Giannetto De Rossi che nel film cura tutto dagli effetti splatter alla creazione del coccodrillo.
Il resto sa sfacciatamente di già visto. L’idea ecologica di una creatura gigante perché sottoposta a radiazioni è vecchia quanto il mondo, poi se durante le soggettive del coccodrillo ci sembra di ascoltare la musica de Lo squalo non preoccupiamoci non è colpa vostra, è solo Riz Ortolani che ci prende in giro.
Del film esiste anche un seguito uscito l’anno successivo e diretto proprio da Giannetto De Rossi.

Fotografia - Federico Del Zoppo
Montaggio - Vincenzo Tomassi

sabato 24 maggio 2008

Gomorra di Matteo Garrone

Un senso netto di desolazione, degrado, mi verrebbe quasi da dire di totale sconfitta (se non fosse per il personaggio di Roberto), non riesce ad abbandonarmi da quando ho visto Gomorra il nuovo film di Matteo Garrone.
Rispetto al coraggiosissimo libro di Roberto Saviano, la pellicola non nomina nessuno dei capi clan che a Secondigliano si sono dichiarati guerra, né i nomi dei vari politici, imprenditori edili e via dicendo che con la Camorra hanno avuto a che fare. Niente Di Lauro contro Spagnoli, nessun nome viene neanche di sfuggita chiamato in causa, perché quello che si vuole raccontare nel film è un’organizzazione che ha dei vertici ma che sono invisibili per chi in quel mondo ci vive come pedina intercambiabile.
Le cinque storie narrate sono tutte, o quasi, dal punto di vista di questi poveri cristi bambini, ragazzetti, signori, mamme e mogli, vedove. Gente che vive in palazzine desolanti come le famose Case Celesti o Le Vele usate come location del film, gente senza un futuro roseo. Gente affiliata, sotto contratto, che vede e non ne può più di rimanere in silenzio. Gente che vede nella vita da malavitoso il riscatto a tutto questo. Gente addestrata per uccidere e non aver paura di morire, perché la certezza della morte o della galera si acquisiscono da bambino.
Ecco allora le storie di Totò (Salvatore Abruzzese) un ragazzino che inizia i suoi primi passi nel mondo del crimine e di Maria (Maria Nazionale) una donna dai familiari camorristi, di don Ciro (Gianfelice Imparato) il "sottomarino" che consegna le buste paga alle famiglie degli affiliati in galera o in pensione, Pasquale (Salvatore Cantalupo) il bravissimo sarto che per pochi euro confeziona vestiti d’altissima moda, Marco e Ciro (Marco Macor e Ciro Petrone) due ragazzi fissati con il film Scarface destinati a finire male, e Franco (Toni Servillo) e Roberto (Carmine Paternoster) il primo uno stronzo che specula sui rifiuti tossici il secondo (chiaramente prende il suo nome dall’autore del libro) che lo assiste finché non apre gli occhi della coscienza e lo abbandona.
Non c’è un briciolo di retorica, non c’è la scontata divisione tra male e bene. Tutto qui è confuso efficacemente nel mostrarci il suo punto di vista dal basso, dalla parte dei perdenti, rimanendo al centro delle mille assurde contraddizioni che lì sono la normalità. La Camorra, come tutte le organizzazioni criminali, teme ciò che non conosce e teme soprattutto la legalità. Ecco allora che la scorta che protegge lo scrittore Saviano da più di un anno si contrappone all’ok dato alla troupe per poter girare a Scampia dalla Camorra stessa. Ciò significa che per la Camorra i nemici sono da ricercare non solo nei clan rivali ma anche tra colori i quali si battono per sconfiggere questa piaga attraverso azioni legali come un’inchiesta giudiziaria o la stesura di un libro denuncia. Il cinema per questi individui è una cosa innocua, anzi un modello da seguire*.
Nonostante sia raccontato dal basso, dalla parte delle pedine, Gomorra non si può definire un film che partecipa pienamente alle loro vicende. Questo aspetto credo che sia l’arma vincente del film, l’oscillazione tra distacco ed empatia, tra oggettivo e soggettivo, tra primissimi piani e campi lunghi, tra riprese a spalla e inquadrature con il dolly. Quando ci prende la paura che una pallottola possa uccidere anche noi, immersi come siamo insieme ai protagonisti in tutto questo schifo, Matteo Garrone ci mette per pochi secondi al riparo, ma sono solo pochi istanti perché subito dopo ci ripiomba senza troppi complimenti al centro della scena, quasi da protagonisti. E allora il disagio e il timore ci investono come una scarica di proiettili. Gomorra è una pellicola necessaria.
*Si legge nel libro di Roberto Saviano, in particolare in un capitolo che si chiama non a caso Hollywood, che il boss Walter Schiavone si fece costruire una villa a Casal di Principe uguale a quella di Al Pacino nel film succitato Scarface (villa, e nella pellicola si vede, che è stata fatta bruciare dagli uomini del boss dopo il suo sequestro); poliziotti e carabinieri hanno raccontato, a Saviano prima e al regista Garrone dopo, che i camorristi hanno cambiato il modo di sparare con le pistole, dall’impugnatura classica verticale a una orizzontale, dopo aver visto i film di Tarantino; Cosimo Di Lauro, figlio di Paolo, quando fu arrestato era vestito come Brandon Lee nel film The Crow, come un modello dark pronto per andare in passerella; Immacolata Capone e le sue guardie del corpo, tutte donne, imitavano nel look giallo la protagonista di Kill Bill; anche il boss mafioso Luciano Liggio si faceva fotografare sporgendo la mascella come Marlon Brando nel film Il padrino.
Ma le contraddizioni non finiscono qui, sempre nel libro di Saviano si legge che Giuseppe Misso amava Jiulius Evola e Ezra Pound, Augusto La Torre era un appassionato di psicologia e dei testi di Freud e Jung, Tommaso Prestien era il produttore discografico di tantissimi neomelodici, Pasquale Galasso amava collezionare oggetti di valore, tra i suoi pezzi forte c’era addirittura il trono appartenuto a Francesco I, Luigi Vollaro possedeva una tela originale di Botticelli.

giovedì 22 maggio 2008

Napoleon Dynamite di Jared Hess

Mi verrebbe da usare una frase detta dal conte decaduto Lello Mascetti a proposito della sua minuscola casa: sembra che c’è tutto e invece non c’è nulla. La stessa cosa si potrebbe dire di questo film. Napoleon Dynamite, che è il nome sia del film che del protagonista, poteva essere un buon film e invece si accontenta di poco, anzi di pochissimo. Al centro di tutto c’è, appunto, Napoleon Dynamite un ragazzo un po’ tonto, lo scemo del villaggio anzi della scuola, l’eterno perdente preso in giro dai compagni, ignorato dalle ragazze, che ha come unico amico un ragazzo messicano, Pedro. La sua famiglia è colorita e ingombrante: una nonna che fa la matta tra le dune del deserto; un (probabilmente) fratello più grande, Kip, altrettanto stralunato, apparentemente ritardato, che passa ore e ore in chat; uno zio, Rico, ex giocatore di football ora dedito ai più disparati e disperati mestieri e infine un lama da giardino. Napoleon e Pedro, due perdenti per definizione, troveranno insieme a una ragazza, Deb, la forza di prendersi una rivincita battendo la quotatissima cheerleader Summer alle elezioni di presidente degli studenti. E Kip? Kip svolta alla grande beccando in chat una sventola di colore, Lafawnduh. E da quel giorno la loro vita cambia…ma vaffanculo!
La domanda ma Napoleon e Kip sono scemi, o peggio ritardati, oppure no? credo che non abbia nessuna importanza perché la cosa essenziale è che questo film è solo l’ennesimo che tratta l’argomento la rivincita degli sfigati. Quello che non capisco è perché dargli allora questo carattere ambiguo? Erano sfigati anche i protagonisti di Suxbad: tre menti sopra il pelo (2007) ma non ci passava per l’anticamera del cervello neanche per un attimo che fossero tre limitati. A voler esagerare con i paragoni anche le due giovani matricole di Animal House (1978) erano sfigati ma neanche loro venivano scambiati, da noi spettatori, per dementi. Insomma perché questa ambiguità in Napoleon Dynamite, perché sono stati scelti due protagonisti così? Sinceramente non capisco. Napoleon ha tutta l’aria di avere più di qualche semplice disagio adolescenziale eppure durante il film lo vediamo stare sempre in classe senza insegnante di sostegno, ci rendiamo conto che non si piscia o caga una volta sola addosso checché ne dica lo zio Rico. Non so se sentirmi più irritato o deluso. Il film che dovrebbe essere quindi una commedia indipendente di formazione non fa poi così ridere e poi c’è quel finale zuccheroso…
Regista di questo film tanto acclamato da certa critica è Jared Hess. Dopo questo film dirigerà Super Nacho altro film dove un improbabile lottatore di Wrestling (Jack Black) si prende una rivincita sconfiggendo il cattivo antagonista… Basta parolacce.

Il prossimo film recensito sarà migliore, giuro. (Gomorra)

Napoleon Dynamite – Jon Heder
Zio Rico – Jon Gries
Kip – Aaron Ruell
Pedro – Efren Ramirez
Deb – Tina Majorino
Summer – Haylie Duff
La nonna – Sandy Martin
Lafawnduh – Shondrella Avery

Sceneggiatura –Jared Hess, Jerusha Hess
Fotografia – Munn Powell
Costumi – Jerusha Hess
Scenografie – Cory Lorenzen, Curt Jensen
Musiche – John Swihart
Montaggio – Jeremy Coon

lunedì 19 maggio 2008

Il ritorno di Corrado Guzzanti

La notizia è risaputa però noi la diamo lo stesso, non si sa mai.
!!!
Lo scorso anno, quando finì la prima stagione di Boris, ci si rese conto che per la prima volta era andata in onda una serie italianissima di ottimo gusto, fattura, senso dell’umorismo, ben recitata, ben scritta, ben diretta. Insomma un eccellente prodotto americano, nonostante il tricolore. Quest’anno quindi, per stupire il pubblico con effetti speciali, non potevano che tirare fuori un coniglio (o un pesce rosso, per restare il tema) dal cilindro. Ecco che arriva così, come una magnifica sorpresa, Corrado Guzzanti. L'amatissimo comico sempre più avaro di sé, regala la sua presenza (al fianco della sorella Caterina) per ben sei puntate nei panni di Mariano, un attore psicologicamente instabile e totalmente imprevedibile, con frequenti scatti d'ira e violenza. Siccome il suddetto sta attraversando una profonda crisi mistica, viene arruolato dalla produzione de Gli Occhi del Cuore (la finta fiction su cui ruota l’intera serie) per vestire i panni del Conte. E come chicca finale, spunta anche Padre Gabrielli, sempre Corrado, agente e consulente spirituale di Mariano. E come direbbe il poeta, che Dio lo benedica. FOX Dal 19 maggio ogni lunedì ore 23.
Beatrice Dondi
!!!
Da quando esistono le soap operas, esiste anche il supercattivone da soap. Una sorta di deus ex machina in negativo, a cui dare la colpa di tutto. Qualcuno di cui servirsi per creare improbabili svolte drammatiche, nel tentativo di accrescere la tensione… drammatica, appunto. Sì. Come no. Facilissimo, proprio… Soprattutto se dietro a quella ricerca di tensione drammatica ci sono gli svogliati sceneggiatori de Gli occhi del cuore. Che non abbiano voglia di lavorare, è ormai chiaro (ricordate la prima stagione? “Stanis entra ed improvvisa una scena molto divertente”). Però va almeno riconosciuto loro il “merito” di conoscere la materia di cui si occupano.
Gli sceneggiatori de Gli occhi del cuore conoscono perfettamente l’identikit del supercattivone da soap. Si tratta solitamente di un personaggio ricco e potente, senza scrupoli, manipolatore e preferibilmente psicolabile. Senza supercattivone, la soap non va avanti: chi si dispera? A chi spetta il ruolo del male? Come si mantiene alto (si fa per dire) l’interesse del pubblico, senza sconvolgenti colpi di cattiveria? Non si può! Il supercattivone ci vuole! Lo sanno perfino quei tre scansafatiche degli sceneggiatori de Gli Occhi del Cuore… Che per non sforzarsi troppo, al cattivone non hanno dato nemmeno un nome “vero”: lo conosciamo come “Il Conte”.
E vi ricordo che ad interpretare questo “Conte” è Corrado Guzzanti, che da stasera (con il terzo episodio della seconda stagione) entra nel cast di Boris. Nei panni di Mariano, l’attore che interpreta il Conte, che – non c’è nemmeno bisogno di dirlo – si può definire in qualunque modo, tranne che con il termine “normale”.
Del resto, se Corinna se ne va, toccherà pure a qualcuno il compito di far impazzire il povero René. E Mariano, con i suoi scatti d’ira e le sue improbabili visioni mistiche ce la metterà tutta, ve lo garantiamo!
Chiara Poli
Fonte: Foxtv.it

Chopper di Andrew Dominik

Mark Brandon Read (Eric Bana) è il più famoso assassino d’Australia, un pazzo scatenato (sempre dentro e fuori dalle galere) sfacciatamente egocentrico che finirà per diventare un divo come scrittore di best seller autobiografici. La sua è una follia paranoica che sfocia spesso nella violenza più atroce seguita poi da una sorta di pentimento perché sempre convinto che gli amici, la sua donna (Kate Beahan), tutti insomma lo tradiscano o semplicemente lo guardino storto. La sua storia è raccontata dal suo punto di vista (mentre rinchiuso in carcere si guarda in tv intervistato da una giornalista) senza indagare troppo sul suo passato formativo se non mostrandoci suo padre (Kenny Graham) come un uomo che lo istiga alla violenza e alla vendetta su Jimmy (Simon Lyndon), l’amico di galera traditore. Quanto ci sia di vero o di falso nel suo racconto non si saprà mai, rimane solo un forte dubbio. Chopper, questo il suo nome per gli amici anche se di amici non ne ha, da quel che dice ha ucciso molte più persone di quanto dicono le accuse nei suoi confronti, ci viene quindi il sospetto che abbia pompato le sue gesta consapevole del potere dei mass media. Chopper potrebbe quindi aver inventato sia molti omicidi che il suo accordo segreto con gli sbirri che glie li avrebbero coperti. Il dubbio rimane, così come rimangono impresse le scene di violenza gratuite, continue e pregne di liquido rosso e humor nerissimo. Eppure Chopper è anche una persona, sempre secondo il suo racconto, in grado di provare sentimenti umani positivi e di compiere scelte umane come quella del perdono proprio nei confronti di chi l’ha tradito sicuramente. L’unica certezza che comunque traspare e resta di questo personaggio è la sua disperata solitudine.

Eric Bana in una scena del film ispirata a Taxi driver

Chopper è il primo film (scritto e diretto) di Andrew Dominik regista di L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford.

Keith George – David Field
Neville Bartos – Vince Colosimo
Bluey – Dan Wyllie
Nick – Robert Rabiah
Robbo – Sam Houli
Sammy il turco – Serge Liistro

Fotografia – Geoffrey Hall, Kevin Hayward
Scenografie – Paddy Reardon
Costumi – Terry Ryan
Makeup – Deborah Lester, Bob McCarron
Montaggio – Ken Sallows
Musiche – Mick Harvey

Note/curiosità:
-Eric Bana ha passato due giorni con il vero Mark Brandon Read
-È stato Mark Brandon Read a suggerire Eric Bana come protagonista dopo averlo visto nella serie tv comica Full Frontal
-Eric Bana ha impiegato quattro settimane per ingrassare e interpretare la parte del film che si svolge nel 1986.

venerdì 16 maggio 2008

I Coen sono pazzi

Scusate per la qualità della foto, ma guardatela bene per quel che si può.
?

giovedì 15 maggio 2008

Horror in Bowery Street di Jim Muro

In quella fogna di New York sopravvivere è un vero inferno, soprattutto se sei un barbone come i fratelli Fred (Mike Lackey) e Kevin (Mark Sferrazza). I due vivono con altri clochard in uno sfasciacarrozze gestito da Frank Schnizer (Pat Ryan), un ciccione intollerante con loro che ci prova notte e giorno con la segretaria Wendy (Jane Arakawa). I barboni litigano per un tozzo di pane, per una bevutina gratis, si rubano pochi dollari, lavano i vetri delle automobili ai semafori, chiedono l’elemosina e sono capitanati da Bronson (Vic Noto) un violentissimo ex soldato in Vietnam tormentato da atroci incubi.
Questa comunità, che fa ribrezzo ai “normali” newyorchesi, frequenta il negozio di Ed (M. D’Jango Krunch), un tipo che pur di non vederseli troppo nella bottega gli vende a un dollaro un liquore che ha trovato nel retrobottega. Beh, questo liquore, chiamato Viper, bevuto un paio di sorsi provoca in pochi secondi la liquefazione del corpo, solo che Ed non lo sa. Mentre i primi barboni si sciolgono tra mille colori e atroci dolori, Bill (Bill Chepil), un poliziotto tutto muscoli e maniere forti, inizia ad indagare su Bronson e decide di sfidarlo.
Folle pellicola di fine anni ’80, Horror in Bowery Street (Street trash), opera unica come regista di Jim Muro, è un ottimo gore-splatter movie esagerato e a basso costo alla maniera dei più famosi La casa (girato in realtà a fine ‘70), Bad taste, e Basket case. Come in questi film non ci sono solo sangue a litri e mostri artigianali: c’è anche una buona regia, capace di raccontare con poco o niente, una fotografia ricca di riprese fluide (nel nostro caso in steadicam realizzate dal regista stesso), e un montaggio che sa quasi sempre quando tagliare. Rispetto agli esordi di Sam Raimi, Peter Jackson e Frank Henenlotter che saltano da un personaggio a un altro legati però sempre dalla stessa trama, in questa pellicola ci sono delle vere sottotrame (legate non solo alla vita quotidiana dei barboni) che fanno quasi dimenticare l’evento legato alle bottiglie di Viper. Le liquefazioni (o esplosioni) dei corpi a causa del liquore non sono poi così tante e occupano solo la parte iniziale e finale della pellicola, al centro ci sono queste sottotrame, spesso scollegate con la trama principale, ricche di trovate spesso genialmente gratuite e per questo censurate in Italia, come la scena in cui i barboni giocano a passarsi un pene (che il terribile Bronson ha appena tagliato a uno di loro) come se fosse una palla. Il poveretto corre e cerca di riprendersi quello che è suo, mentre gli altri se lo passano ridendo e tuffandosi come se fosse una normale partita di football tra amici, sporchi da fare schifo come se fossero delle scimmie (infatti anche per la forma che il pene ha, quel suo volteggiare in aria non può non ricordare l’osso di 2001: odissea nello spazio).

Non solo scene di vita da barboni, c’è anche la vicenda spassosa che vede protagonisti un ragazzo che lavora in un locale (James Lorinz) e il suo proprietario Nick Duran (Tony Darrow), un mafioso che non ha paura di niente e di nessuno, neanche del poliziotto Bill.
Si parla quindi di molte cose: di senza tetto, morte, sesso, guerra in Vietnam, mafia, necrofilia, follia, stupri di gruppo, mutazioni ed escoriazioni tossiche.
Girato nel quartiere Greenpoint di New York, Horror in Bowery Street è un film unico nel suo genere, estremo, volutamente disgustoso e simpaticamente irriverente, a tratti addirittura visionario, ed è l’unico diretto da Jim Muro divenuto dopo operatore steadicam di film come The Doors, Terminator 2: il giorno del giudizio, Point Break, JFK, Casinò, True Lies, Heat: la sfida, L.A. confidential, Titanic, Codice: Swordfish, Crash contatto fisico e X-Men 2 e 3.
Se non avesse preso questa strada magari adesso era lui il regista di Spiderman.

Sceneggiuatura - Roy Frumkes
Fotografia – David Sperling
Scenografie – Robert Marcucci, Denise Labelle, Tom Mulinelli
Special makeup effects – Jennifer Aspinall, Mike Lackey
Special makeup effects assistant – Scott Coulter, Dean Kartalas
Effetti speciali pirotecnici – Matt Vogel
Musiche – Rick Ulfik, Jack Bashkow
Montaggio – Dennis Werner

Note/curiosità:
-Ispiratore per questa pellicola, si legge nei titoli di coda, è I drink your blood (film inedito in Italia del 1970 di David Durston) che il regista vede a sei anni grazie ad una certa Anita.
-Bryan Singer ha ricoperto in questo film il ruolo di assistente alla produzione
-Lo sceneggiatore del film appare come attore nel ruolo dell’uomo d’affari colpito in faccia dal liquame corrosivo.
-Uno degli sponsor del film era una ditta che produceva snack e che ogni settimana ne mandava alla troupe una scatola. Ormai satolli di queste merendine, le utilizzarono per riempire il manichino di uno dei barboni che nel film muore.