Un senso netto di desolazione, degrado, mi verrebbe quasi da dire di totale sconfitta (se non fosse per il personaggio di Roberto), non riesce ad abbandonarmi da quando ho visto
Gomorra il nuovo film di
Matteo Garrone.
Rispetto al coraggiosissimo libro di
Roberto Saviano, la pellicola non nomina nessuno dei capi clan che a Secondigliano si sono dichiarati guerra, né i nomi dei vari politici, imprenditori edili e via dicendo che con la Camorra hanno avuto a che fare. Niente Di Lauro contro Spagnoli, nessun nome viene neanche di sfuggita chiamato in causa, perché quello che si vuole raccontare nel film è un’organizzazione che ha dei vertici ma che sono invisibili per chi in quel mondo ci vive come pedina intercambiabile.
Le cinque storie narrate sono tutte, o quasi, dal punto di vista di questi poveri cristi bambini, ragazzetti, signori, mamme e mogli, vedove. Gente che vive in palazzine desolanti come le famose
Case Celesti o
Le Vele usate come location del film, gente senza un futuro roseo. Gente affiliata, sotto contratto, che vede e non ne può più di rimanere in silenzio. Gente che vede nella vita da malavitoso il riscatto a tutto questo. Gente addestrata per uccidere e non aver paura di morire, perché la certezza della morte o della galera si acquisiscono da bambino.
Ecco allora le storie di Totò (
Salvatore Abruzzese) un ragazzino che inizia i suoi primi passi nel mondo del crimine e di Maria (
Maria Nazionale) una donna dai familiari camorristi, di don Ciro (
Gianfelice Imparato) il "sottomarino" che consegna le buste paga alle famiglie degli affiliati in galera o in pensione, Pasquale (
Salvatore Cantalupo) il bravissimo sarto che per pochi euro confeziona vestiti d’altissima moda, Marco e Ciro (
Marco Macor e
Ciro Petrone) due ragazzi fissati con il film
Scarface destinati a finire male, e Franco (
Toni Servillo) e Roberto (
Carmine Paternoster) il primo uno stronzo che specula sui rifiuti tossici il secondo (chiaramente prende il suo nome dall’autore del libro) che lo assiste finché non apre gli occhi della coscienza e lo abbandona.
Non c’è un briciolo di retorica, non c’è la scontata divisione tra male e bene. Tutto qui è confuso efficacemente nel mostrarci il suo punto di vista dal basso, dalla parte dei perdenti, rimanendo al centro delle mille assurde contraddizioni che lì sono la normalità. La Camorra, come tutte le organizzazioni criminali, teme ciò che non conosce e teme soprattutto la legalità. Ecco allora che la scorta che protegge lo scrittore Saviano da più di un anno si contrappone all’ok dato alla troupe per poter girare a Scampia dalla Camorra stessa. Ciò significa che per la Camorra i nemici sono da ricercare non solo nei clan rivali ma anche tra colori i quali si battono per sconfiggere questa piaga attraverso azioni legali come un’inchiesta giudiziaria o la stesura di un libro denuncia. Il cinema per questi individui è una cosa innocua, anzi un modello da seguire*.
Nonostante sia raccontato dal basso, dalla parte delle pedine,
Gomorra non si può definire un film che partecipa pienamente alle loro vicende. Questo aspetto credo che sia l’arma vincente del film, l’oscillazione tra distacco ed empatia, tra oggettivo e soggettivo, tra primissimi piani e campi lunghi, tra riprese a spalla e inquadrature con il dolly. Quando ci prende la paura che una pallottola possa uccidere anche noi, immersi come siamo insieme ai protagonisti in tutto questo schifo,
Matteo Garrone ci mette per pochi secondi al riparo, ma sono solo pochi istanti perché subito dopo ci ripiomba senza troppi complimenti al centro della scena, quasi da protagonisti. E allora il disagio e il timore ci investono come una scarica di proiettili.
Gomorra è una pellicola necessaria.

*Si legge nel libro di
Roberto Saviano, in particolare in un capitolo che si chiama non a caso Hollywood, che il boss Walter Schiavone si fece costruire una villa a Casal di Principe uguale a quella di Al Pacino nel film succitato
Scarface (villa, e nella pellicola si vede, che è stata fatta bruciare dagli uomini del boss dopo il suo sequestro); poliziotti e carabinieri hanno raccontato, a Saviano prima e al regista Garrone dopo, che i camorristi hanno cambiato il modo di sparare con le pistole, dall’impugnatura classica verticale a una orizzontale, dopo aver visto i film di Tarantino; Cosimo Di Lauro, figlio di Paolo, quando fu arrestato era vestito come Brandon Lee nel film
The Crow, come un modello dark pronto per andare in passerella; Immacolata Capone e le sue guardie del corpo, tutte donne, imitavano nel look giallo la protagonista di
Kill Bill; anche il boss mafioso Luciano Liggio si faceva fotografare sporgendo la mascella come Marlon Brando nel film
Il padrino.
Ma le contraddizioni non finiscono qui, sempre nel libro di Saviano si legge che Giuseppe Misso amava Jiulius Evola e Ezra Pound, Augusto La Torre era un appassionato di psicologia e dei testi di Freud e Jung, Tommaso Prestien era il produttore discografico di tantissimi neomelodici, Pasquale Galasso amava collezionare oggetti di valore, tra i suoi pezzi forte c’era addirittura il trono appartenuto a Francesco I, Luigi Vollaro possedeva una tela originale di Botticelli.