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L'albero della vita (The Fountain) di Darren Aronofsky

Lo ammetto: me la sono cercata. Proprio l'altroieri mi sono detto: e se scrivessi qualcosa su ogni film che vedrò da oggi in poi? Qualche ora dopo mi trovavo con la mia dirimpettaia, una vecchia amica rincontrata qui in tendopoli, a vedere The fountain: L'albero della vita, pellicola gentilmente prestata da un comune amico ench'egli residente qui. Me la sono cercata: è il classico film da vedere più volte tant'è complicato, ricco di intrecci, salti, significati. Personalmente l'ho visto quella volta sola, quindi non aspettatevi grandi interpretazioni. È un film sull'immortalità, sull'amore, sulla pazzia, sulla fantasia, sulla testardaggine, sugli scherzi del destino, sulle ambizioni che portano alla rovina.
Darren Aronofsky dopo Pi: il teorema del delirio torna, appunto, a delirare e a farci delirare con questa storia di un ricercatore che tenta di salvare la moglie malata di cancro. Il ricercatore (Hugh Jackman) scopre un siero ricavato da una pianta in grado di guarire dei babbuini malati di tumore. Ma la scoperta non fa in tempo ad essere usata per Isabel (Rachel Weisz) perché muore. Questa storia si intreccia con quella di un albero morente che viaggia nello spazio, accompagnato da una specie di monaco zen (Hugh Jackman), verso una nebulosa (in grado di salvargli la vita?) e con quella di un conquistadores spagnolo (Hugh Jackman) che si reca in America del Sud alla ricerca di un alberto narrato nella Bibbia in grado di donare l'immortalità. Se il conquistadores riuscirà a trovare l'albero della vita (nascosto, si narra, da Dio dopo la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre) porrà fine all'inquisizione spagnola e otterrà le grazie della regina di Spagna (Rachel Weisz).
Tre storie che hanno un comune denominatore: l'impossibilità di realizzare il proprio desiderio se ci si mette di mezzo la sfortuna, il destino, se la storia deve andare in un certo senso e non in un altro. La morte è il destino di ognuno di noi, l'immortalità un'ambizione che da sempre ci solletica: la morte ci separa dalle persone care. Ma può essere che sia sbagliato il nostro concetto di morte. La morte potrebbe riavvicinarci alla persona che abbiamo perso, può essere l'inizio di una nuova fase, di un'altra vita, donarci un'immortalità che neanche immaginiamo.

Soggetto - Darren Aronofsky, Ari Handel
Sceneggiatura - Darren Aronofsky
Fotografia - Matthew Libatique
Scenografie - James Chinlund, Isabelle Guay, Nicolas Lepage, Jean-Pierre Paquet
Costumi - Renée Spril
Effetti speciali - Laurent Abecassis, Michel Héroux (Digital Dimension), Eve Brunet, Louis Morin (Buzz Image Group), Henrik Fett (Look Effects Inc.), Raymond Gieringer, Tyler Robb (Intelligence Creatures Inc.), Matthew Gratzner, David Sanger (New Deal Studios Inc.), Gunnar Hansen (Klon Films), Michael Morreale (Amalgamated Pixles), Joe Sambora (Giant Killer Robots)
Montaggio - Jay Rabinowitz
Musiche - Clint Mansell

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