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André Bazin su I migliori anni della nostra vita di William Wyler

Le cose stanno per il «cinema» come per la poesia. È follia immaginarlo come un elemento isolato che sarebbe possibile raccogliere su una lamina di gelatina e proiettare sullo schermo attraverso un ingranditore. Il cinema puro esiste in combinazione tanto con un dramma strappalacrime quanto con i cubi colorati di Fischinger. Il cinema non è una qualche materia indipendente di cui dover ad ogni costo isolare i cristalli. È piuttosto uno stato estetico della materia. Una modalità del racconto-spettacolo. L’esperienza prova già a sufficienza che bisogna stare attenti a identificate il cinema con questa o quell’estetica data e, più ancora, con una qualche maniera, una qual forma sostanzializzata di cui il regista dovrebbe obbligatoriamente servirsi, almeno come del pepe e del garofano. La «purezza» o meglio, secondo me, il «coefficiente» cinematografico di un film dev’essere calcolato sull’efficacia del découpage.
Nella misura stessa in cui non si è mai sforzato di snaturate il carattere romanzesco o teatrale della maggior parte delle sue sceneggiature, Wyler fa tanto più chiaramente apparire il fatto cinematografico in tutta la sua purezza. Mai l’autore dei Migliori anni della nostra vita o di Figlia del vento si è detto di dover a priori «fare cinema». Ma nessuno sa tuttavia raccontare meglio una storia in «cinema». Per lui, l’azione è prima di tutto espressa dall’attore. È in funzione dell’attore che Wyler, proprio come un regista di teatro, concepisce il suo lavoro di valorizzazione dell’azione. L’ambiente e la macchina da presa ci sono solo per permettere all’attore di concentrare su di sé il massimo d’intensità drammatica senza sviare a loro profitto una significazione parassita. Ma se questo è ciò che si propone anche il regista di teatro, costui non dispone che di mezzo molto limitati per via dell’architettura della scena moderna e soprattutto della posizione della ribalta. Può giocare con i suoi elementi, ma in queste condizioni è essenzialmente il testo e la recitazione dell’attore a costituire l’essenziale della regia teatrale.
Il cinema non comincia affatto, come vorrebbe ingenuamente Marcel Pagnol, con il binocolo di una spettatrice dei palchi. Né la grossezza né il tempo c’entrano niente in questa faccenda. Il cinema comincia quando la cornice dello schermo o la prossimità della macchina da presa o del microfono servono a valorizzare l’azione e l’attore.

Tratto da: André Bazin, William Wyler o il giansenista della messa in scena.

2 commenti

Anonimo ha detto...

Che coincidenza, l'avevo letto giusto qualche giorno fa.
Bellissimo passaggio e interessantissima riflessione.
Alessandra

Roberto Fusco Junior ha detto...

Bazin era un grande!
Non mi era capitato ancora di prendere un passaggio da uno dei suoi interessanti saggi finché non ho rivisto il film di Wyler.