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Water di Deepa Mehta

Water è un film che denuncia pur non rinunciando a un tono quasi da commedia. Ci troviamo in India nel 1938 e la piccola Chuya (la bravissima Sarala), rimasta vedova all'età di otto anni, viene rinchiusa in una casa per vedove dove dovrà fare penitenza per tutta la vita secondo le regole della religione indù. La piccola è ribelle, simpatica, convinta che un giorno o l'altro sua madre verrà a riprenderla. Nella casa la sua giovinezza si scontra con il bigottismo delle altre vedove in particolare con Madumati (Manorama): una vecchia senza scrupoli che arriva anche a prostituire le vedove. La vita nella casa può tranquillamente essere paragonata alla vita in una prigione, con la sola differenza che nessuna delle vedove è veramente costretta a rimanere lì. Tutti i giorni si recano al mercato e in altri luoghi per comprare cibo e tutto quello che serve per sopravvivere, e tutte le volte fanno ritorno alla casa. Questo avviene grazie a un lavaggio del cervello come solo le religioni sanno fare. Dicevamo che la piccola Chuya porta scompiglio nella casa delle vedove. Lì conosce Kalyani (Lisa Ray), una ragazza vedova molto bella, abbastanza plagiata dalle tradizioni indù, che si innamorerà di Narayan (John Abraham), un giovane idealista sostenitore di Ghandi (una figura semisconosciuta per l’India di allora).

Il film ha subito duri attacchi da parte dello Shiv Sena, un'organizzazione formata da fondamentalisti indù la quale già nel 2000 distrusse i set del film. Solo cinque anni dopo il film è stato completato in segreto nello Sri Lanka. Questo per far capire come dal 1938 non sono cambiate affatto le cose. E spiega anche "il tono da commedia" senza il quale la storia sarebbe insostenibile. Con questo film la regista indiana Deepa Mehta completa la trilogia sugli elementi iniziata con Fire (1996) e proseguita con Heart (1998). Il film è stato patrocinato da Amnesty Inernational e inserito nella campagna “Mai più violenza sulle donne”. Si legge nel sito che «La situazione delle spose bambine e la condizione di vedovanza fanno parte di un più ampio quadro di discriminazione che spesso ha esiti mortali ed è frutto di tradizioni, costumi e dettami religiosi»

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