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Zeder di Pupi Avati

Lontani dai modelli romeriani e fulciani sono gli zombies di Zeder, film diretto da Pupi Avati nel 1983. A riportare in vita i morti è un'area magica, chiamata nel film zona k, dove anche antiche popolazioni celebravano i loro riti magici. La più importante di queste si trova in Romagna, uno scrittore squattrinato ne viene a conoscenza in modo anomalo, e curioso inizia ad indagare finendo al centro di un raggiro a cui partecipano anche i soliti insospettabili.

Zeder però appartiene più al filone delle cospirazioni da parte di sette segrete nei confronti del malcapitato che intralcia i loro piani che a quello degli zombies, e più che mostrare l'orrore lo suggerisce. Il film parte da una buona sceneggiatura (scritta dai fratelli Avati insieme a Maurizio Costanzo) ben realizzata dal regista e dai suoi collaboratori. La fotografia di Franco Delli Colli, le musiche di Riz Ortolani, la recitazione di Gabriele Lavia, anzi la sola sua presenza sempre più spaesata, ma anche per la sua ultima apparizione nel genere che più ci piace dopo Chi sei?, Profondo Rosso, Inferno.

I cattivi qui sono un gruppo di studiosi dell'occulto che ha ramificazioni ovunque, quindi si direbbe ben nutrito, finanziato da un tizio piccoletto e molto lynchiano, attrezzati con dei monitor un po' come l'equipe di Poltergeist. Il loro quartier generale un'abitazione oggi abbandonata, in funzione anni prima come colonia estiva parrocchiale.

Lampanti sono poi le analogie tra alcuni aspetti di questo film e il romanzo di Stephen King Pet Sematary uscito, fonte wikipedia, circa un anno dopo. Anche lì a riportare in vita i morti è un terreno/luogo particolare, anche lì l'amore svolgerà un ruolo importante, creando un finale fotocopia dell'altro.

Come secondo esperimento di Pupi Avati nei dintorni del terrore non c'è male per niente, un pelino sotto, forse, La casa dalle finestre che ridono.

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