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Ercole al centro della Terra di Mario Bava

Il peplum tra i '50 e i '60 andava che era una meraviglia ad Hollywood come in Italia. Wyler gira nel 1959 Ben Hur, Kubrick l'anno successivo esce con Spartacus. Da noi fin da subito si preferiscono a queste figure umane quelle dei forzuti e solo in parte umani Ercole, Maciste, Sansone, Ursus e via dicendo alla prese con mostri e altre forze sovrumane. Pietro Francisci apre le danze con due film: Le fatiche di Ercole, del 1958, e Ercole e la regina Lidia dell'anno successivo, entrambi interpretati da Steve Reeves, fotografati da Mario Bava e scritti da Ennio De Concini. Bragaglia continua il discorso nel 1960 con Gli amori di Ercole. Passa un anno e anche Mario Bava dice la sua con Ercole al centro della Terra, il suo secondo film come regista dopo La maschera del demonio. Al posto del bianco e nero dell'esordio questa volta Bava sceglie -giustamente- il colore e lo utilizza in modo incisivo ed estroso inondando le scene di rosso e blu per raccontare di Ercole (Reg Park) e Teseo (Giorgio Ardisson) e della loro discesa negli inferi per amor di Deianira (Leonora Ruffo) succuba dello stregone Lico (Christopher Lee).

La storia (scritta da Bava, Continenza, Tessari e Prosperi) vira sempre di più sul fantastico fino a culminare nella sequenza in cui Lee compie il rituale magico sulla donna di Ercole. Per fermare il forzuto giunto in extremis Lico si serve di un esercito di morti che verranno distrutti da una serie di pietre lanciate dall'eroe.

Sulle doti artistiche, tecniche e artigianali di Bava qualcosa l'avevo già detta negli altri post a lui dedicati. Voglio qui rimarcare il concetto con la dichiarazione dello sceneggiatore Franco Prosperi (coregista dei Mondo Cane e autore dell'eco vengenace Wild beasts) apparsa sul Nocturno dossier n° 24: «I giochi di luce erano incredibili: li faceva nella vasca dei pesciolini. Metteva dell'acqua, aggiungeva dei colori e quello diventava il cielo, rosso, azzurro... e poi ci impressionava sopra. Perché Mario girava con la manovella a mano, così poteva tornare indietro con la pellicola e ristampava sopra ciò che aveva girato. Faceva cose incredibili, era un grande maestro».

3 commenti

Luciano ha detto...

L'ho visto molto tempo fa e lo ricordo ancora con nostalgia. Un film particolare non tanto per la storia, quanto, come hai scritto, per l'esuberanza del colore. I colori dei film di quegli anni erano fantastici.

OneWord ha detto...

Ciao!!
ho aperto un nuovissimo blog di cinema dove ognuno può dare il suo contributo scrivendo recensioni, passa se ti va! http://onewordaboutcinema.blogspot.com/
A presto

Anonimo ha detto...

L'ultimo cult di ALatri.

Un cast d'eccezione con: Lastra Maria Monica Longeri Burton alla fotografia e ... udite udite... Michael Lasnier lo sceneggiatore