Parto col folle di Todd Philips



Se ci pensiamo un attimo nella maggior parte dei film (commerciali e non solo) c'è sempre la regola drammaturgica che accosta elementi contrastanti tra loro. Fa parte della natura delle cose: gli stessi atomi hanno sia una carica positiva che una negativa. Si tratta quasi sempre di una coppia, anzi della coppia di protagonisti, pronti a farsi i dispetti, a litigare, ad essere in disaccordo su tutto, a incasinarsi la vita reciprocamente. È un canovaccio di cui si sono serviti per pellicole d'amore ma anche per horror. Racconta storie come quella di lui e lei che si fanno guerra ma poi scoprono di amarsi, ma anche dei due che si sfidano a distanza. I contrasti sono sempre costretti a stare insieme, sovente, per tornare al parralelo con la chimica, in un territorio neutrale, vuoi per motivi di lavoro, come in What women want, vuoi per un imprevisto come in Parto col folle (Due date). Peter (Robert Downey Jr.) e Ethan (Zach Galifianakis), un architetto pieno di regole e piuttosto nervoso e un aspirante attore fricchettone che vive e lascia vivere contando sulla fortuna. Insieme per forza attraversano gli Stati Uniti coast to coast diretti a Los Angeles (Peter per veder nascere il suo primo figlio, Ethan per un provino) affrontando la difficile convivenza (Ethan ha con sé anche un cane) e diverse situazioni. Ancora un viaggio dunque che per i protagonisti (soprattutto Peter) ha lo scopo di capire sé stessi e l'altro/gli altri, un'altra storia di formazione per dargli consapevolezza del loro ruolo/posto nel mondo. Seguendo la strada della commedia Parto col folle, per non contravvenire a nessuna regola, concede ai protagonisti anche i classici e seri momenti intimistici. Ideale per una serata senza troppe pretese. Dirige Todd Philips (quello dei due Week-end da leoni), sceneggiano Alan R. Cohen, Alan Freedland e Adam Sztykiel.

L'ultimo dei templari di Dominic Sena






Quale strada si decide di percorrere per raccontare una storia è fondamentale per la buona riuscita di un film. L'ultimo dei templari imbocca la strada facile del mostrare tutto senza ricorrere granché nelle allusioni/suggestioni.
Nel film infatti si racconta di due cavalieri cristiani che accettano di accompagnare una ragazza accusata di stregoneria in monastero per farla processare. Cavalireri costretti perché disertori dopo aver aperto gli occhi sulla brutalità delle Guerre Sante, accompagnati da un prete e un ragazzino intraprendente, un monastero che conserva l'ultima copia rimasta di un libro che contiene esorcismi per tutte le occasioni, e una strega ingannatrice, autentica, e qui veniamo al punto cruciale, per niente pazza. Le accuse sono fondate, la chiesa ha ragione, non si tratta di pazzia né di stravaganza, la ragazza è una strega vera anzi è molto di più: un demone in CGI. Le pellicole in cui la stregoneria è sinonimo di pazzia sono poche in confronto con quelle di carattere soprannaturale, una fra tante -ne ho parlato qualche giorno fa- Maciste all'nferno di Riccardo Freda. Peccato perché il film parte pure bene con l'esecuzione delle tre streghe (una sola delle quali si rivela essere autentica) ma poi si perde strada facendo sempre di più proprio perché imbocca la strada asfaltata e telefonata. Non solo per quanto riguarda lo sviluppo della trama, anche il contorno fatto di boschi, candele che si spengono e riaccendono da sole, lupi e nebbie è quanto di più classico ci sia. Considerando che L'ultimo dei templari (Season of the witch) racconta tutto ciò proprio con un viaggio è tutto dire. Ma Dominic Sena deve pur mangiare.

Robocop di Paul Verhoeven


Non esiste un altro blockbuster violento come Robocop, così pieno di morti esagerate, drammatiche nel caso di Murphy, la cui scena dell'uccisione era insostenibile già nella prima versione (ridotta) uscita nel 1987, ma anche divertenti se pensiamo a quella del poveraccio della multinazionale (poveraccio si fa per dire) crivellato dal robot animato in stop motion.


Verhoeven trasferitosi ormai dall'Olanda negli Stati Uniti inizia da un po' di tempo ad interessarsi alla figura di Cristo e a frequentare il gruppo dei Jesus Seminar intento a verificare l'esistenza storica di Gesù. I suoi studi sull'argomento partoriscono una serie di script come Fully Human ma un film vero e proprio non lo realizzerà mai anche a causa dello scoraggiante insuccesso del film di Scorsese L'ultima passione di Cristo (1988).


Verhoeven capisce l'antifona, su per giù in quel periodo sulla sua scrivania arriva il copione di Robocop di Edward Neumeier e Michael Miner. Inizia a leggerlo controvoglia, perché comunque già il titolo non lo convinceva, ma si ferma dopo poche pagine ritenendolo troppo stupido. Sua moglie gli fa notare che in fin dei conti la storia che racconta è una specie di versione moderna di Frankenstein. Sono particolari - di vita vissuta - come questi che spiegano in qualche modo l'amore del regista per i personaggi femminili. Ma questo è un discorso a parte che andrebbe approfondito in altra occasione. Verhoeven inizia a ragionarci su e a vederci anche altre analogie soprattutto legate alla figura di Cristo. Il regista è dell'idea, come dargli torto, che la religione cristiana si basa sulla violenza della crocifissione. Murphy (Peter Weller) come Cristo muore in modo atroce. Boddicker (Kurtwood Smith) gli fa saltare una mano con una fucilata (analogia con le stimmate) prima di lasciarlo ai suoi scagnozzi. Solo alla fine gli dà il colpo di grazia in testa (la corona di spine). Murphy muore ma viene fatto risorgere come cyborg. Diventa una specie di idolo delle folle (la tv lo aiuta), un poliziotto indistruttibile ed instancabile per il bene della violenta Detroit, viene smemorizzato, aiutato dalla compagna di pattuglia Lewis (Nancy Allen) che gli mette la pulce nell'orecchio ritrova se stesso, accetta in qualche modo il suo destino fino ad affrontare la sua nemesi camminando sulle acque, durante la lotta viene trafitto dal nemico con una spranga quasi a voler simboleggiare la lancia nel costato. Viene fatto risorgere dalla stessa multinazionale che lo ha ucciso, la OCP. Un'azienda che gestisce sia ufficialmente la polizia che la malavita, decisa a ricostruire letteralmente da capo Detroit anche per dare il via a un giro di soldi illegali come droga e altre cose di questo tipo. Un'azienda che ha nel suo consiglio di amministrazione gente senza nessuno scrupolo pronta a sbranare e sbranarsi. E se chi dovrebbe proteggerci in realtà ci uccide, ed evita di mordersi la coda con una legge ad personam, la Direttiva 4 che inibisce Robocop dall'arrestare i capoccia della OCP, allora significa che tutto va a rotoli, che ancora una volta buoni e cattivi bene e male vanno di pari passo e che prima o poi si applica la legge del taglione.

Ruth e la prospettiva


Lo abbiamo già detto: nel film Paul il personaggio di Ruth (interpretato dalla brava Kristen Wiig) è quello che più si trasforma.
Ruth prima di incontrare Paul aveva un occhio solo. La vita isolata con il padre fanatico religioso oltremodo aveva fatto il resto. Con un occhio solo e con quella vita il suo punto di vista non poteva che essere bidimensionale, limitato. Poi arriva Paul che compie una serie di atti che a noi tutti paiono miracolosi mentre per lui sono solo il risultato della sua evoluzione. Riporta in vita un uccello solo però per mangiarselo, ma soprattutto ridona la vista all'occhio morto di Ruth che così può vedere con profondità. Dal buio e piatto (perché bidimensionale) medioevo in cui viveva Ruth si arriva con l'Umanesimo di Paul alla scoperta della prospettiva (di una terza dimensione) che mette al centro di tutto non più Dio ma l'essere (umano).
In tal senso, dopo la guarigione di Ruth si potevano forse girare delle soggettive-sequenze in 3D. La butto lì.


Due mockumentary a confronto: ESP - Fenomeni paranormali e L'ultimo esorcismo




Fare un buon mockumentary probabilmente è una delle cose più difficili di questo mondo. Il pretesto da cui partire (una troupe cialtrona di un programma tv sui fantasmi che passa la notte in un ex ospedale psichiatrico, un prete senza più fede che cura con falsi esorcismi persone fuori di testa) deve essere sviluppato bene altrimenti lo spettatore ride quando non dovrebbe o sbadiglia. ESP - Fenomeni paranormali (Grave encounters) e L'ultimo esorcismo (Cotton era il suo titolo di lavorazione, trasformato poi in The last exorcism) passano entrambi dalla rappresentazione della suggestione, vedi l'ombra fugace nei sotteranei dell'ospedale o le varie preparazioni dell'esorcista Cotton (Patrick Fabien) per ottenere effetti ad'hoc durante i rituali, all'orrore paranormale vero e proprio, cambiano solo due cose: i tempi e il modo. Da una parte i fantasmi, dall'altra una possessione diabolica, su entrambe le parti la non materia che si manifesta con le solite apparizioni, grida e rumori spaventosi, avvenimenti inspiegabili, oggetti che si spostano da soli, oppure con una ragazzina (Ashley Bell), qualcosa di più concreto, materico, reale, posseduta dalla pazzia (prima) e dal demonio (poi). ESP si concentra sull'ospedale, visto che la troupe vi si fa rinchiudere, e sulla sua architettura senza senso, aggiungendosi così a film come Gli invasati, L'orribile segreto del dottor Hichcock, Operazione paura. L'ultimo esorcismo cambia sempre location. Prima vediamo Cotton dare una ricetta ai suoi rincoglioniti fedeli (non so perché ma mi viene in mente una battuta di Nicolas Cage in Arizona Junior a proposito del bimbo che ha appena rapito: -Non capirebbe la differenza tra una bestemmia e un rosario), poi andiamo a casa della ragazzina, la sua camera da letto, fatto lì l'esorcismo placebo (perché Cotton pensa che si tratti di semplice follia) ci si sposta in un hotel, da lì si finisce in ospedale, poi si ritorna nella casa, e via dicendo. L'ultimo esorcismo cerca di creare un'atmosfera spaventosa in maniera graduale, ci fa affezionare al personaggio dell'esorcista con la fede vacillante e solo nel finale fa uscire fuori chiaramente l'aspetto paranormale. ESP invece non perde troppo tempo, va meno sul sottile, subito viene meno il dubbio che la paura sia frutto dell'autosuggestione e una volta che il gruppo televisivo si fa rinchiudere dentro la clinica passa poco tempo prima che inizino a vedersi le prime fluttuazioni, sparizioni, i fantasmi incazzati. Insomma, la differenza tra questi due mockumentary è sostanziale, ed è la prova, probabilmente, che il genere è ancora tutto da definire.

Paul di Greg Mottola





Pegg e Frost ormai un binomio che è garanzia di risate di una certa qualità, di nuovo insieme questa volta però senza il loro abituale regista Edgar Wright insieme al quale hanno partorito i gioiellini Spaced, Shaun of the dead e Hot Fuzz. Lasciano l'Inghilterra, la loro Londra, per andare in vacanza in America nei luoghi famosi agli appassionati di ufologia. Il loro tour inizia dal Comi-con, uno di quei posti dove i nerd come loro girano liberi tra i padiglioni indossando il costume del loro personaggio dei fumetti preferito. Sono due sfigati incapaci di non cacciarsi nei casini, di non attirare su di loro le attenzioni dei classici bifolchi da autogrill capaci solo di prendersela con i deboli. È la cultura britannica che incontra quella americana. Pegg e Frost, Graeme e Clive, amici inseparabili, l'illustratore* e lo scrittore, gli autori del fumetto fantasy con protagonista una tipa con tre tette**. Proprio loro incontrano Paul un extraterrestre sboccato fuggito dall'Area 51. I tre scappano dai MIB di turno verso un luogo imprecisato, durante il viaggio coinvolgono altri personaggi come Ruth (Kristen Wiig) una ragazza fissata con la religione cristiana e Tara (Blythe Danner) una signora che da bambina (Mia Stallard) aveva salvato Paul appena precipitato con la sua navicella spaziale. Trattandosi di un viaggio è chiaro che il tema principale è la conoscenza, la presa di coscienza di sé, la maturazione che è evoluzione. Tra tutti il personaggio che più sfacciatamente si trasforma è quello di Ruth che apre gli occhi e da bigotta si trasforma in una ragazza sfrenata. Merito di Paul e delle sue capacità extraterrene. Peccato che il padre sia ancora più fuori di testa di lei.


Con la scusa di trovarsi negli USA Pegg e Frost abbandonano lo stile brit e si concedono umorismi ancor più beceri (nel senso buono) del loro solito senza però scadere mai nel volgare neanche nella scena in cui Paul mimando situazioni gay interroga Clive sui suoi gusti sessuali. Il dubbio sulle sue inclinazioni rimane, come la sua gelosia, visto che l'amico del cuore Graeme inizia a flirtare con Ruth, come è anche vero che la sua ultima esperienza sessuale (dichiarata) è stata con una tipa vestita da scimmia.... Molte, ovviamente, le citazioni sci-fi soprattuttto ai film di Spielberg Incontri ravvicinati ed ET ed è proprio il regista dei due titoli di culto che sentiamo parlare, nella versione originale, con Paul a telefono. Sempre a proposito di voci, da noi quella di Paul è di Elio Degli Elii, nell'originale è di Seth Rogen, vecchio amico e collaboratore del regista del film Greg Mottola.



*: Simon Pegg aveva interpretato un illustratore già in Spaced.
**: ricordate la prostituta su Marte in Atto di forza? E poi quattro tette... che schifo...

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