La lungimiranza di Boris

Faccio zapping per vedere se l'audio di uscita della tv dove lavoro è uguale a quello degli altri canali. Canale 5 sta trasmettendo una cosa, come dire?, una cosa. Una miniserie. C'è Enrico Brignano che fa un poliziotto e un bambino che fa suo fratello.


Al ragazzino hanno appena fatto uno scherzo. È l'unico mascherato ad una festa a casa di una bambina di cui è innamorato. Lui si offende e si chiude in bagno. La ragazzina preoccupata chiama Brignano, impegnato nelle indagini su non so che. Giunto a casa della bimba minaccia tutti i giovani di sbatterli al gabbio e dice loro che non è giusto prendersela in tanti contro uno solo. Poi va verso il bagno, da lì il bambino esce come se niente fosse e fa al fratello sbirro -Ho auto un'idea per l'indagine-.


La mente mi va subito a un episodio di Boris, ad una scena in cui René e Alfredo ricordano i bei tempi della monnezza che fu. Una di queste chicche da loro realizzate in passato era una serie incentrata su un vecchietto detective che si faceva aiutare nelle indagini dal nipotino, o era un cane? E 'sti cazzi direbbe uno dei due di sopra, ma anche un certo Enzo G. Cambia poco cane o nipote. Fratelli detective dimostra che quelli di Boris soto attenti osservatori.

1990: i guerrieri del Bronx di Enzo G. Castellari



Il mio debole per Enzo G. Castellari credo che piano piano cominci ad emergere. Il suo cinema è sempre stato cannibalico, come tutto il cinema popolare italiano di quel periodo. Se un film americano aveva particolarmente successo, ecco che subito da noi doveva uscire un clone. Clone per modo di dire perché dove non arrivava il budget ci pensava l'inventiva di artisti come lui. In quegli anni Walter Hill usciva con I guerrieri della notte mentre Daniel Petrie dirige Paul Newman in Bronx 41 distretto di polizia. Dardano Sacchetti e la compagna Elisa Briganti colgono al volo la palla e scrivono 1990: i guerrieri del Bronx. Per Castellari si ripresenta un'altra occasione per girare ed ambientare un film nei mitici e tanto amati/copiati States.



Questa la trama: Ann, una ragazza figlia di un industriale delle armi (Stefania Girolami, figlia del regista) scappa da Manhattan nel Bronx (quartiere isolato pericolosissimo) perché non ne può più di quella sua vita in cui morale ed etica non esistono se non in maniera distorta. Appena giunta nel quartiere, covo di numerose bande, viene salvata dal gruppo dei bikers dall'aggressione degli skaters. Sulle sue tracce si mette subito (per conto della famiglia della ragazza) Hammer un cacciatore di taglie psicopatico come pochi, l'unico in grado di entrare e di uscire dal quartiere, uno stronzone a cui piace giocare sporco mettendo contro le varie bande con false prove e cose simili.



Ann comunque non si pentirà mai della sua scelta, scoprirà che c'è più lealtà nel suo nuovo quartieraccio che nella vecchia e bella Manhattan. Per amore del suo salvatore, Trash, il capobanda dei motociclisti, sarà tentata di consegnarsi a suo padre prima che il folle Hammer scateni l'inferno. Poi sempre per amore, chiaramente, resterà perché comunque, ripetiamo, per lei il Bronx è meglio di Manhattan.



Nel Bronx non ci sono molte regole, per esempio: ogni banda deve restare dentro un territorio ben definito. Se un componente di una banda entra nel territorio di un'altra, generalmente muore. E la cosa funziona, perché in linea di massima ognuno si fa i cazzi suoi nel suo territorio. Però c'è banda e banda. Mentre I bikers di Trash (Mark Gregory vale a dire Marco Di Gregorio) sono i buoni (con svastiche ed altri simboli nazisti nel loro abbigliamento) che uccidono solo se costretti, gli skiters di Golan (George Eastman alias Luigi Montefiori) hanno sete di potere e uccidono per diletto. Il capo di tutti, il capo dei capi, è Ogre (Fred Williamson), un figlio di puttana con i figli di puttana, leale con i leali, che però non lo diresti alla prima impressione. Dentro e fuori dal quartiere del titolo, dove i poliziotti entrano solo perché mandati in punizione dai superiori, scorrazza indisturbato un bastardo disturbato, esaltato, sadico e senza sentimenti positivi, un martello (Vic Morrow) al soldo di quelli di Manhattan che ha come spalla il succube Hot Dog (Christopher Connelly). Hammer è la riprova che Ann ha ragione, che il marcio si trova più ai vertici della società che non nel marciume dei bassifondi.



1990: i guerrieri del Bronx non è un vero e proprio post apocalittico. D'accordo si svolge nel futuro, visto che è stato prodotto nel 1982. Ma non si racconta di un dopo bomba e la razza umana non è comunque in estinzione per via di un virus sconosciuto o che altro. L'unico accenno a qualcosa di post apocalittico è dato dagli aggressivi mutanti-zombi che vivono nelle fogne del quartiere. Comunque, a prescindere dal sottogenere di appartenenza, tra le tante situazioni action (perché 1990 è principalmente pura action, scontri, uccisioni inseguimenti e quant'altro) per Castellari c'è la possibilità di sbizzarirsi con il suo repertorio di rallenty, coreografie arcobatiche, inquadrature originali ed efficaci, fluidi movimenti di macchina, montaggi studiatissimi. Per il ruolo di Trash il regista fa debuttare un diciassettenne che frequentava la stessa sua palestra: Marco Di Gregorio che cambia nome in Mark Gregory. Ne esce fuori un personaggio paradossale di leader muscoloso ma con un atteggiamento un po' troppo da femmina per essere credibile come capo banda, tant'è che l'anno successivo in Fuga dal Bronx sia il regista che l'attore ritorneranno sul personaggio mascolinizzandolo di più. A riprova del fatto che Castellari era/è uno con le palle, 1990 viene segnalato dalla rivista Variety tra le migliori dell'anno.



C'era una volta una nazione dove si producevano ogni anno tanti film. I generi e le ambizioni delle pellicole andavano dalla a alla z, decine e decine di piccoli produttori trovavano soldi e coraggio per dire la loro, c'erano i western dei tre magnifici Sergio del nostro cinema, Leone, Corbucci e Sollima. Violenza, sangue, sesso, azione, un alone di morte, erano ingredienti spesso essenziali. Il western moriva, si passava allora al poliziesco, alla commedia scollacciata, all'horror gotico e al giallo, ai wip e al softporno. Di tutto si produceva e i generi spesso si miscelavano.


Oggi tutto questo in quel paese non c'è più. E da un bel pezzo ormai tant'è che qualcuno un po' giovane potrà pensare -Ma, io non ricordo- Io invece ricordo di quando esistevano tante piccole emittenti private che trasmettevano film come Operazione Paura, Fantasmi, La casa, DNA formula letale del grandissimo Luigi Montefiori. Ricordo di quando andavo a cinema a vedere horror italiani come La casa 3 di Lenzi, o La Chiesa di Michele Soavi. Ricordo che in edicola c'erano fumetti come Splatter e Scanners, la rivista di cinema horror Nosferatu, le edizioni in italiano di Fangoria e GoreZone!! Tutte morte nel giro di pochi anni. Perchè la crisi già si sentiva, la crisi di un'industria e la crisi di un'astinenza, la mia e quella di molti altri con i capelli, oggi, più o meno bianchi.


Oggi questa tradizione, in senso lato ma mica poi tanto, è definitivamente approdata oltreoceano, Tarantino, e questo lo sanno già tutti, è il primo sostenitore di quel periodo glorioso del nostro cinema, lo stesso Machete è in un certo senso un film italiano. Ma non poteva che essere altrimenti. Mentre da noi il cinema moriva l'America già lo riscopriva e lo studiava. Il nostro Mario Bava è più famoso da loro che da noi e da prima che Tarantino parlasse di lui nelle interviste e nei festival. Il DVD di Zombi 2 di Lucio Fulci è uscito prima in America che da noi. Questo è l'andazzo da un po' di tempo a questa parte nel nostro paese. Per fortuna che c'è Nocturno, le collane della Sinister Film (c'hanno il sito under costruction da una vita però...) e di Cinekult (a cura di Gomarasca di Nocturno) che ci parlano di quei tempi che furono altrimenti l'arsura sarebbe veramente insopportabile. Per il resto è una vergogna, ma come dice Walter, Niente è perduto. Più o meno.

District 9 di Neill Blomkamp



A sentire il regista Neill Blomkamp District 9 non è un film politico. Tutte cazzate, o meglio, tutto vero ma fino a un certo punto. District 9 sarà anche un film di intrattenimento (produce Peter Jackson) ma l'aspetto politico c'è, eccome se c'è.


A Johannesburg una ventina di anni arrivava una navicella carica di alieni denutriti. Visto che non c'era posto in città vengono messi tutti in un quartiere vietato agli umani, il District 9. Dopo venti anni di convivenza difficile i gamberoni vengono presi con la forza e portati in un altro posto, esattamente come accadde nel 1982 proprio a Johannesburg quando l'apartheid separava i neri dai bianchi.


A gestire lo sfratto di quasi due milioni di extraterrestri, per conto della fabbrica di armi MNU, Wikus, un tipo ambizioso sposato con la figlia di un pezzo grosso della multinazionale. Nel suo percorso formativo, perchè di questo si tratta, Wikus, che all'inizio fa morire uova di alieno pensando che sia giusto, imparerà che cosa significa essere straniero in terra straniera, si immedesimerà nell'altro, nel diverso, cambierà atteggiemento nei confronti degli alieni, conoscerà il sentimento dell'empatia. Certo, lo farà per tutta una serie di circostanze sfortunate, ma si sa che a volte il destino prevede un aspetto drammatico se non addirittura tragico. La sua trasformazione mentale, il cambiamento del suo pensiero nei confronti dell'altro, sarà parallela (o) conseguenza della sua trasformazione fisica. Una mutazione fisica ambivalente, metaforica, che richiama alla mente quelle di Cronenberg e di Tsukamoto. Wikus passa dall'altra parte un po' per necessità, un po' per presa di coscienza. Un po' perché un film di cassatta è questo che deve fare, un po' perché è il messaggio politico che lo richiede. In questo equilibrio, che poi non è un vero e proprio equilibrio, in questa miscela oserei dire perfetta, serietà e cazzate, messaggi e intrattenimento, non si calpestano i piedi.

Machete di Robert Rodriguez & Ethan Maniquis

Rodriguez è un regista dalle aspirazioni pop come pochi altri. Prolifico il giusto, citazionista, cazzone, non troppo raffinato nelle sue realizzazioni, nei suoi eccessi, uno che non ama i giri di parole o le mezze misure.

Machete, lo sanno tutti, nasce da un fake trailer contenuto in Planet Terror ed è la storia di una vendetta, di razzismo e immigrazione, di una rivoluzione, di un mondo in cui Machete è il personaggio buono che si fa giustizia sparando ma soprattutto affettando tutti quelli che gli si mettono contro. Più volte sul punto di finire sconfitto, dimostra tenacia, sette vite come i gatti, una determinazione che lo ha trasformato in una leggenda vivente che fa bagnare moltissimo le donne che incontra, sicuramente anche aiutato dalla faccia rugosa, truce e impassibile di Danny Trejo. L'universo di Robert Rodriguez non ha basi razionalistiche, accade tutto l'impossibile (pensiamo alla mitragliatrice di Cherry in Planet Terror che spara senza essere toccata) purché piaccia al suo gusto un po' tamarro (in questa occasione in particolare). In Machete gli eccessi vengono fuori tutti, vomiti compresi. La leggenda del protagonista, la sua vendetta, incrocerà quella del gruppo La rete che aiuta immigrati clandestini messicani a farsi una nuova vita negli USA. In Machete c'è in qualche modo un'impronta religioso-cristiana: il fratello prete che viene crocifisso in chiesa, la legge del taglione che ricade sul senatore xenofobo De Niro, la Lohan vestita da suora, però sono buttate lì senza voler fare una pippa morale cristiano-cattolica o una denuncia sociale ma solo per divertire o a limite turbare qualche credente fessacchiotto. Il sangue, le amputazioni, sono tutte esagerate ma non scendono mai nel dettaglio del taglio (scusate...), realizzate più con l'ausilio della GCI che del vecchio makeup protesico. Machete (co-diretto da Ethan Maniquis, collaboratore di Rodriguez da un po' di anni) è un gioco divertente perché palesemente innocuo e finto, realizzato con uno stile da b-movie sbrigativo d'altri tempi, molto genuino e molto furbastro.

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