World invasion di Jonathan Liebesman

Come da programma, World invasion (Battle: Los Angeles) è un concentrato di retorica. Protagonisti un gruppo di militari, forti ma deboli, pochi ma buoni, pochi e sempre più pochi, chi per sfiga chi per immolarsi. C'è il sergente maggiore che ha sulla coscienza parecchie reclute, un ragazzo rancoroso che glie lo rinfaccerà per poi cambiare idea, il giovane comandante che non si sente all'altezza della situazione, la soldatessa che di femminile ha solo il nome e poco altro, il gruppo di civili da salvare con il classico ragazzino che resta orfano, terreno della battaglia Los Angeles. Alieni super ostili che come sempre all'inizio vediamo poco e male per poi diventare sempre più definiti nelle loro fisionomie, con la classica armeria super tecnologica che fa sparire completamente la nostra. Ma noi siamo umani, siamo fichi, siamo americani e nelle guerre abbiamo sempre fatto il culo a tutti, almeno a cinema. È chiaro sin dal primo secondo che qui finirà tutto bene, che la razza umana alla fine se la caverà bene, appunto, come sempre. E via quindi con i ralenty, i pianti, le immagini velocissime, le battute dei militari sempre pungenti e da macho. Tutto, per carità, nella norma, nessuna novità nel percorso dei nostri eroi per raggiungere liberazione e salvezza. Artefici di questa compilation di luoghi comuni lo sceneggiatore Christopher Bertolini, lo stesso di La figlia del generale, e Jonathan Liebesman già regista di Al calar delle tenebre e Non aprite quella porta - l'inizio. Personalmente solo a un certo punto la situazione l'ho trovata un po' troppo fuori dalla tazza del cesso, quando Aaron Eckhart decide di neutralizzare da solo la base operativa dei bastardi spaziali. Si cala con la corda dall'elicottero ma subito dopo fanno altrettanto gli altri commilitoni adesso sì completamente fiduciosi nella lealtà del sergente. Questa è la mia personale goccia di troppo nel mio personale vaso. Un modo veramente sbrigativo (ma efficace, ci mancherebbe pure) per dire che l'unione fa la forza.

Habemus Papam di Nanni Moretti

Un Papa umano, fragile, irascibile, insicuro, che non regge il peso della sua missione. Un uomo che non se la sente di diventare Papa, e un Vaticano che fa di tutto per evitare lo scandalo: manda uno psichiatra, inizia a mentire agli organi d'informazione e quindi alle migliaia di fedeli che fuori piazza San Pietro aspettano. tutto questo nella speranza che l'uomo accetti il suo destino di Papa.

Quando Josè Saramago pubblicò il suo Vangelo secondo Gesù Cristo fu uno scandalo perché il Gesù lì descritto era molto umano, pure troppo per i gusti della chiesa portoghese. Conseguenze: lo scrittore viene attaccato duramente, scappa dal Portogallo e si ritira nelle Isole Canarie a Lanzarote. Il primo romanzo che scrive nella sua nuova casa è Cecità, una vera e propria risposta a tutte le polemiche che il suo Gesù aveva suscitato.



Moretti probabilmente non pensava al Cristo di Saramago mentre scriveva/girava il suo Habemus Papam, anche perché la scelta finale dei due protagonisti è ben diversa, però entrambi gli autori hanno lo stesso approccio laico su dei temi religiosi fondamentali. E si sà come finisce in questi casi. Non si può scindere l'umano dal divino. La chiesa può parlare di tutto ma nessuno può parlare di lei. Frecciatina polemica (e retoricamente gratuita) a parte, che sia stato questo a suscitare polemiche anche per il film di Moretti? Gli è stato forse rimproverato, cioè, che pensare a un Papà così umano sia quanto meno irrispettoso? Un Papa che sclera, che piange, che scappa, che si caga addosso dalla paura si può rappresentare? Un altro gran rifiuto si può raccontare? Si che si può. Quello che ha dato fastidio nel nostro benpensante Paese è la scena in cui si organizza un torneo di pallavolo tra cardinali aspettando che sua santità si decida.



C'è qualcuno che non ha capito un ciufolo. Nanni Moretti come al solito abbraccia più argomenti di quanti non si direbbe, argomenti che basterebbe guardare il film per scoprirli, ma nel nostro Paese di tuttologi (senza h per forza) è fondamentale non conoscere un argomento per parlarne pubblicamente e avere pure un certo seguito di sostenitori ciechi.

Maciste all'inferno di Riccardo Freda

Nel 1650, in un paesino scozzese, per salvare una poveretta (Vira Silenti) condannata al rogo per essere discendente (e porta pure lo stesso nome! Marta Gunt) di una strega bruciata cento anni prima (Hélène Chanel) arriva niente di meno che Maciste (Kirk Morris). Mentre la giovane resta imprigionata in attesa del giudizio, l'eroe si cala attraverso una voragine che dà direttamente all'inferno. Lì sotto dopo numerose prove da superare, di forza e di astuzia, e incontri particolari, incontrerà la strega rancorosa insieme al giudice (Andrea Bosic) che la condannò per aver respinto i suoi corteggiamenti.


Diciamolo pure, Riccardo Freda ha diretto film migliori di questo Maciste all'inferno. Eppure qualcosa da salvare c'è come la sequenza in camera da letto dei due sposi appena giunti nel castello maledetto che hanno ereditato. La voce di Charley (Angelo Zanolli) udita distante da Marta pur essendo i due a pochi centimetri l'uno dall'altra. Subito dopo la risata diabolica della vecchia strega che solo la giovane sente, poi le candele si spengono e il camino si accende da solo. Tutto questo mentre la folla inferocita del villaggio, con le classiche forche, fa irruzione nel castello. Un pezzo niente male. È qui che arriva Maciste. Arriva così perché deve arrivare, sempre in extremis, perché solo lui può risolvere questo problema. Spunta dal nulla, aggiusta le cose in zona Cesarini e nel finale sparisce di nuovo nonostante l'invito del villaggio rinsavito a restare lì, perché lui deve girare il mondo per proteggere i deboli.


Due momenti che racchiudono il meglio e il peggio del film: l'accuratezza e l'approssimazione. Da una parte l'azzeccata location naturale delle grotte di Castellana per le scene infernali, dall'altra una non riuscita miscela tra mitologia a cristianità. Cosa voglio dire con questo? Non so. Provo però ad immaginare al posto di Maciste che ne so, Gesù Cristo. Vuoi mettere l'impatto! Nel senso, penso io, che c'azzecca Maciste con l'inferno? Forse c'è un nesso ma io non è che l'abbia capito. Sì che le religioni, i miti, le favole, hanno tutti un comune denominatore che potremmo chiamare narrazione. Nel senso che tutte raccontano in fondo la stessa storia, e questo accade da quando l'uomo ha iniziato a ragionare. Però non mi sembra che questo discorso ci sia nel film, o meglio, c'è ma solo in superficie. Forse mi sbaglio. Troppi dubbi miei. Non mi ha proprio convinto.

Boris - il film di Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo


Sempre uguale a se stessa, fedele alla sua linea, Boris, la serie tv italiana più irriverente degli ultimi anni, probabilmente di sempre, approda sui grandi schermi dopo tre stagioni sul piccolo. La troupe è sempre la stessa, ancora ambizioni alte per René Ferretti deciso ad uscire dal trash delle produzioni girate a cazzo di cane. Ma il copione (della vita) come è facile immaginare è sempre lo stesso e ben presto l'adattamento de La Casta, il libro inchiesta-denuncia scritto da Rizzo e Stella, si trasformerà in qualcosa d'altro, contaminato ancora di più dallo spirito del nostro Bel Paese. Ancora una volta il cerchio si chiude, tutto ritorna esattamente com'era prima, niente cambia perché niente può e deve cambiare. Boris scherzando e ridendo ci ha azzeccato anche questa volta, adesso deve solo sparire, uscire di scena, perché con questo film è come se i tre autori Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo avessero riassunto e concluso degnamente il discorso cardine, di cui si parlava sopra, sviluppato nell'arco delle tre stagioni televisive. Ripeterlo ancora sarebbe superfluo.

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