Il cigno nero di Darren Aronofsky
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Oramai è chiaro. Darren Aronofsky, e scusate il bisticcio, è ossessionato dalle ossessioni. Per avvicinarci al discorso partiamo un po' da lontano. Una immagine su tutte, quel MOM sul quadrante del suo cellulare, suo di Nina (Natalie Portman), che ritorna insistente, appunto, ossessivo. Ma le ossessioni qui sono soprattutto il raggiungimento da parte di Nina della perfezione nella danza. La sua disciplina è ferrea, le sue ossa scrichiolano rumorosamente in modo inquietante, i suoi piedi sanguinano. Eppure i suoi sacrifici non portano a molti frutti. Troppo concentrata sulla tecnica e poco sul cuore gli rimprovera Thomas Leroy (Vincent Cassel), il regista con il quale lavora, che ha in mente di allestire una versione de Il lago dei cigni in cui Odile (Il cigno nero) e Odette (il cigno bianco) vengono interpretati dalla stessa ballerina. Lei sarebbe perfetta per il ruolo del cigno bianco, quello che rappresenta la purezza, è il cigno nero il suo problema, la seduzione, lasciarsi andare. Troppe chiamate di MOM inopportune, troppo morboso il rapporto tra di loro, troppe le frustrazioni quotidiane che l'hanno resa taciturna, timida, frigida, vergine, asociale. Le sue frustrazioni nascono proprio dai suoi fallimenti sia sul piano sociale che su quello professionale. Thomas ha comunque un'intuizione, vede in lei del represso che vuole risalire, del potenziale che va solo stimoltato e le affida il doppio ruolo. Per interpretarlo bene, e non sfigurare con la ex prima ballerina Beth (Wynona Rider), dovrà esplorare il lato oscuro della sua anima, la sua sessualità repressa, fare i conti con tutte le sue paranoie, con i suoi molteplici doppi, fino a finire in un mondo di specchi e quindi di rimandi dove lei è tutto e niente, in ogni luogo e da nessuna parte. Il suo corpo è pronto per attraversare la soglia deve solo trovare coraggio, o meglio, far partire il cervello, liberarsi. Affidandole il doppio ruolo Thomas la obbliga a relazionarsi con gli altri per scoprire se stessa. Un'esplorazione dai risvolti molto inquietanti, ancora una discesa negli inferi che procederà di pari passo con una metamorfosi molto psico e per niente fisica (nonostante le immagini). Dopo la pausa lineare di The Wrestler, Aronofsky ritorna parzialmente ai suoi discorsi tortuosi, cervellotici, metafisici, onirici (che altro?). Da paura la scena della madre che dorme sulla sedia mentre lei prova a masturbarsi, e quella del cunnilingus che l'amica-rivale Lily (Mila Kunis) le regala. Il bello e il brutto del lasciarsi andare. Lo so che quanto appena scritto mortifica un film bellissimo. Il cigno nero (Black swan) ti apre tante di quelle finestre e ci fa formulare così tante domande (sul film e sui noi stessi) che iniziare e finire un discorso è davvero complicato. Con L'albero della vita o con Lucio Fulci e David Lynch ho lo stesso problema. È la dimostrazione della possibile predomimanza dello strumento cinema sullo strumento scrittura. Cazzo ho detto?





