The Tourist di Florian Henckel von Donnersmarck

Un cazzeggio. Da non intendere in senso dispregiativo, almeno come è da tradizione da queste parti. In The tourist tutto si mescola in maniera esagerata: azione, sentimenti, dramma e commedia fanno da cornice alla storia di spionaggio di Frank (Johnny Depp) ed Elise (Angelina Jolie), lui professore di matematica, lei una spia innamorata della persona che invece dovrebbe arrestare. Per amor suo Elise seduce Frank e farà credere a tutti che è lui il ricercato internazionale. Storia esagerata, inverosimile, che Florian Henckel von Donnersmarck racconta come si conviene, divertendosi e accentuando l'aspetto ludico e favolistico, cazzone per l'appunto. Fa da sfondo la città di Venezia e uno stuolo di attori nostrani vero probabile handicap per un giudizio soggettivo al cento per cento. Perché vedere Cristian De Sica (la sua prossima vergogna sarà il prequel di Amici miei, o signore...), Raoul Bova, Neri Marcorè, Nino Frassica (visto anche in Somewhere), Alessio Boni e Giovanni Esposito recitare in una produzione internazionale a fianco delle due star o di altri attori come Timothy Dalton fa un certo effetto, è ipocrita dire di no. The tourist però non si ricorda per queste particine, spiazzanti per noi provincialotti italici. Nonostante queste, mi verrebbe da dire, del film (che è un remake di Anthony Zimmer, ancora inedito da noi) rimane più che altro l'impianto giocoso (dei tranelli e dell'attrazione fatale tra i due protagonisti) messo su dal regista con eleganza e atmosfere in qualche modo retrò.

Paura nella città dei morti viventi di Lucio Fulci

Paura nella città dei morti viventi è il primo capitolo della trilogia gotica di Lucio Fulci sulla morte. Durante una seduta spiritica a New York una ragazza (Katherine MacColl. Protagonista dell'intera trologia) durante la trance vede un prete impiccarsi. Per lo spavento la donna muore salvo poi risvegliarsi nella tomba ed essere salvata in extremis (rischiando molto) da un giornalista (Christopher George) che indaga sulla faccenda. I due decidono di raggiungere il luogo della visione, un paesino sperduto chiamato Dunwich dalle violente manifestazioni soprannaturali sempre più frequenti.

Quello che avevamo detto a proposito di Zombi 2 vale ancora di più per Paura nella città dei morti viventi. La paura che il film sprigiona, dal sapore lovcraftiano, non ha basi razionali: nasce dal inconscio e si propaga a macchia d'olio senza attenersi a nessuna regola, come il caos. La logica è la prima vittima di questa paura irrazionale. Come in un brutto sogno dal quale è impossibile svegliarci, in Paura (questo e solo questo doveva essere il titolo del film. Furono i produttori ad inserire nello stesso e nella trama i morti viventi) siamo obbligati, da Fulci e da Dardano Sacchetti, sceneggiatore dell'intera trilogia, a seguire un percorso in cui a scatenare le violenze è qualcosa di indefinito, metafisico e ancestrale. E senza regole logiche l'orrore ha campo libero. Cosa scatena le apparizioni dei morti viventi, apparizioni nel vero senso della parola, come nei cinema a trucchi di Méliès, forse il prete che si è impiccato e che a un certo punto ritorna anche lui da zombie? Forse, ma non ha per noi la minima importanza. Non ci preoccupiamo di questo, stiamo sul chi va là ogni istante nell'attesa della prossima esplosione d'orrore, questa è la nostra maggiore preoccupazione: chiederci per quanto tempo durerà ancora l'angoscia di questa attesa. Ecco allora, a Dunwich, i segni premonitori nel rumore sinistro della porta dello psichiatra, o nelle crepe sul muro del bar. L'orrore vero è proprio però non tarda mai a manifestarsi, come nella mistica lacrimazione sanguigna di Rosie (Daniela Doria) davanti a un attonito Tommy (Michele Soavi), lacrimazione voluta, sembrerebbe, da padre Thomas (Fabrizio Jovine) tornato dall'oltretomba. O nella pioggia, altrettanto biblica, di vermi sui malcapitati protagonisti. Nel paese semideserto (molto Silent Hill...) poi la popolazione ha gli occhi bendati: accusa delle morti un ragazzo (Giovanni Lombardo Radice) un po' tocco che fa una brutta fine ucciso (in una scena che ricorda per situazione e costruzione quella di Zombi 2 con Olga Karlatos) dal genitore impazzito (Venantino Venantini) di una giovane ragazza, perché si sa come funziona: la violenza genera violenza, l'orrore genera orrore. Qui più che in altri luoghi non dobbiamo dare niente per scontato, l'imprevisto è sempre dietro l'angolo pronto a far morire anche quello che credevamo essere l'eroe destinato a salvarsi e a salvare. Nonostante tutti gli ostacoli incredibili, per sconfiggere il male i nostri tragici protagonisti dovranno trovare il coraggio di affrontare il nuovo mondo fino a varcare la madre delle soglie calandosi in un antro oscuro situato all'interno (nel cuore) dell'orrore stesso.

In Paura nella città dei morti viventi l'orrore è un vero incubo ad occhi aperti in cui le situazioni si susseguono come in una sorta di trance. Roba da toglierti il sonno.

Il cervello dei morti viventi di Peter Sasdy

Il cervello dei morti viventi è un titolo che più truffaldino non si può. Nel film, il cui titolo originale è Nothing but the night, si parla infatti di una serie di omicidi legati ad un orfanotrofio situato su un'isola scozzese. Indagano il colonnello Brigham un poliziotto prossimo alla pensione (Christopher Lee), una giornalista (Georgia Brown), un medico giovane (Keith Barron) e uno anziano (Peter Cushing). I morti, tutti finanziatori dell'orfanotrofio, aumentano; le indagini si concluderanno con una scoperta ovviamente inaspettata. Dei morti viventi non c'è la minima traccia. Si parla semmai di una scienza innovativa in grado di rendere immortali voluta e finanziata da una elite che non accetta la morte, di bambini usati come cavie per questo scopo, trasformati in killer pur di mantenere nascosto il segreto. A ben pensarci il titolo italiano può anche starci perché in fin dei conti si parla di trapianti di cervelli di persone defunte, resta però cervellotico e depistante, almeno per i miei gusti.

Dirige il promettente Peter Sasdy ,da molti considerato l'erede di Terence Fisher, per la compagnia (dalla vita cortissima: credo che questa sia la sua sola produzione) di Christopher Lee Charlemagne, così chiamata in omaggio all'imperatore di cui l'attore dice da sempre di essere un discendente.

Nothing but the night è un thriller con qualche venatura fantascientifica (scritto da Brian Hayles partendo da un romanzo di John Blackburn) che si lascia vedere anche se non si può dire che sia entusiasmante. Diciamo che il finale piuttosto sconvolgente ne risolleva in parte le sorti, ma ciò non basta.


Note:
-In Spagna è stato vietato ai minori di 18 anni

Séraphine di Martin Provost

Séraphine Louis de Senlis pittrice autodidatta nata povera, vissuta serva, morta in manicomio in solitudine. Troppi imprevisti a spezzare il suo sogno di riscatto offertogli dal collezionista Whilelm Uhde che la scopre quando aveva trentotto anni. La prima guerra mondiale, poi la crisi del 1929 sono due bastoni tra le ruote difficili da evitare. Séraphine che dipingeva perché glie lo dicevano delle voci nella sua testa, per non sentire più il peso della vita, che abbracciava e saliva sugli alberi o faceva il bagno nuda nel fiume perché si sentiva una creatura di dio, parte del mondo, della natura, perché solo così riusciva ad andare avanti. Perché con le persone era diverso. Perché era una serva e i padroni la trattavano da inferiore. Era una poveraccia che doveva togliersi dalla testa certe ambizioni artistiche, non aveva una base culturale per fare l'artista, dicevano certi. Séraphine de Senlis era una pittrice nel poco tempo libero, autodidatta in tutto e per tutto per necessità. Non aveva le basi culturali per dipingere, magari non sapeva chi era Il Doganiere, sentiva però il bisogno di farlo. E si arrangiava come poteva, creandosi da sé i colori, rubandoli pur di dipingere, privandosi di preziose ore di sonno. Nei suoi dipinti, con soggetti quasi sempre alberi o frutti, la realtà prende un altro aspetto. I colori non sono più gli stessi, la natura è vista come qualcosa di estraenante, quasi di spaventoso dove non c'è spazio per l'uomo, una natura che sembra quasi urlare per prendere le difese dell'incompresa Séraphine o forse renderla consapevole dell'isolamento dal mondo, dagli uomini e dalla natura stessa che l'ha fatta così com'è, sola, pazza perché dotata della sensibilità necessaria per comprenderlo.


Come la magior parte delle biopic, Séraphine di Martin Provost, sceneggiato dallo stesso regista insieme a Marc Abdelnour, si concede qualche libertà che potrebbe infastidire i puristi. Per esempio non è vero che una volta rinchiusa in manicomio smise di dipingere. Ma poco importa perché l'essenza maledetta, solitaria, folle e mistica della pittrice è resa molto bene dalla pellicola. Bravissima Yolande Moreau (già vista ne Il favoloso mondo di Amélie) nella sua interpretazione del candore e della sana pazzia dell'artista.

Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola


Con Brutti, sporchi e cattivi ancora una volta nel cinema di Ettore Scola il proletariato è protagonista di una tragicommedia.

Il vecchio Giacinto (Nino Manfredi) vive in una baracca alla periferia di Roma inieme alla sua numerosa famiglia. Mentre gli altri lavorano come meglio possono (facendosi fotografare per delle riviste porno, borseggiando turisti, prostituendosi vestito da donna), Giacinto passa le sue giornate a bevicchiare ma soprattutto a difendere dall'avidità dei parenti il milione di lire datogli dall'assicurazione per aver perso un occhio. Magari i famigliari un piccolo pensiero sul gruzzolo l'avevano anche fatto, ma a scatenare l'ammutinamento vero e proprio è l'eccessiva paranoia complottistica di Giacinto che non fa altro che farsi odiare con male parole e botte ai parenti proprio perché convinto, ciecamente viene da dire, che il loro unico interesse nei suoi confronti sia per via del milione. Spara a un figlio, accoltella la moglie, sempre sotto l'effetto della paranoia accentuata spesso dai bicchieri di vino. Giacinto, pazzo da legare che borbotta tra sé, scatena con il suo comportamento il complotto vero della famiglia esasperata dai suoi comportamenti. Non si alleano per denaro ma per necessità, che poi ci sia anche del denaro tanto meglio. Ma il colpo di stato, se così possiamo definirlo, non riesce, e non riesce neanche la vendetta di Giacinto. Quello che ne viene fuori è qualcosa di imprevisto che inchioda per sempre i loro destini.

Non poteva esserci un interprete migliore per un film così. Nino Manfredi il più candido tra gli interpreti della commedia all'italiana, quello senza lati oscuri, il classico bravo ragazzo da sposare, si trasforma qui nella peggiore delle persone. Un cazzotto che stordisce il pubblico.

Molti i rimandi a Pasolini (Sergio Citti fu consulente ai dialoghi) e ai suoi emarginati romani. Qui però il discorso si evolve, perché dall'Accattone del 1960 al Giacinto del 1976 sono cambiate molte cose in Italia e in peggio. In Brutti, sporchi e cattivi non può più esserci lo (stesso) spazio (e tempo) per la poesia pasoliniana che vedeva il bello nel brutto, che ci esortava a provare sentimenti di rispetto e pietà per il povero. Qui ogni cosa è orrenda, ogni comportamento del povero sottoproletario è riprovevole e ne scatena altri a catena, sono pochi davvero i comportamenti civili e i buoni sentimenti negli adulti protagonisti.

Niente ci viene risparmiato, dall'incesto alla merda, dai bambini rinchiusi in una specie di asilo-prigione alle bambine a cui viene negata la loro età perché costrette a lavorare sin dall'alba. Il pessimismo di Scola e Ruggero Maccari però assume qui il tono dissacrante del grottesco che da una parte accentua ancor di più lo schifo, dall'altra però se ne allontana contribuendo a farci ridere spesso di gusto. Il risultato è che per un motivo o per un altro ci cattura o ci dà fastidio, sicuro è che non ci lascia indifferenti. Approccio, personaggi, situazioni non tanto lontani da quelli di John Waters. Come è facile immaginare arrivarono una miriade di critiche negative all'uscita del film, tutti a parlare male dei contenuti trascurando gli aspetti estetici. Tra i pochi a difenderlo in Italia Alberto Moravia. Un'altra rivincita il film se la prese a Cannes dove vinse il premio per la miglior regia.

Mille sarebbero le cose da dire sul film. Sarebbe interessante fare un parallelo con il film di Bunuel Los Olvidados. Si dovrebbe scrivere qualcosa sulla scena dell'arrivo del venditore ambulante Cesaretto (Aristide Piersanti). Perché in una inquadratura di quella sequenza subito dopo che Giacinto fa cadere la sedia (è un imbranato per tutto il film) cade anche un tizzone da un barile?

Doveroso segnalare infine (non mi sarei perdonato mai una dimenticanza simile) la piccola parte del grande Ennio Antonelli che qui interpreta un oste direttore di un coro (da osteria) che si allena in vista della sagra di Ariccia (mica cazzi).

Le strade dell'horror secondo Clive Barker

Nel genere horror-fantastico ci sono due vie: la prima, 'di destra', retrograda e perbenista, quella di Stephen King, tanto per non fare nomi, prevede l'orrore come l'intromissione, all'interno di una struttura sociale sana o comunque considerata normale, del diverso, dell'estraneo (il vampiro per esempio); estraneo che assume sempre le caratteristiche di una peste, di una minaccia, per lo più proveniente da una cultura decadente e non americana, come l'Europa dei Balcani. Questa è la letteratura che tenta di esorcizzare l'incubo del diverso. Poi c'è la tendenza opposta, 'progressista', che individua nel mostro la possibilità di altre forme di realtà, la messa in crisi del mondo e della società attuale.

Tratto da un'intervista pubbicata sul n°1 di Fangoria Italia, dicembre 1990, Edizioni Play Press.

Frankenstein oltre le frontiere del tempo di Roger Corman

Siamo nella Los Angeles del 2035. Uno scienziato (John Hurt) ha inventato per l'esercito un'arma in grado di far sparire il nemico nel senso letterale del termine, cancellando i suoi atomi. L'arma però non è perfetta: tra gli effetti indesiderati apre un varco temporale che risucchia lo studioso, insieme alla sua sofisticata automobile, nella Svizzera dell'800 abitata dal folle dottor Frankenstein (Raul Julia) e dalla bella e Mary Shelley (Bridget Fonda). Capito (senza stupirsene più di tanto) che la scrittrice si è ispirata ad un personaggio realmente esistito, riuscirà Joe Buchanan a fermare creatore e creatura (Nick Brimble) e a tornare nel suo tempo? È ovvio che sarà complicato e che dall'incontro tra questi due scienziati pazzi distruttori e megalomani che si credono dio non può che nascere un gran casino. Soprattutto quando quello che viene dal futuro inizia ad identificarsi con l'altro perché intuisce la continuità della scienza nel corso del tempo, l'errore in cui si incappa (per volontà divina?), oggi come ieri, quando ci si fa prendere troppo dalle smanie.

Tratto dal romanzo di Brian Wilson Aldiss del 1973, Frankenstein oltre le ftontiere del tempo (Frankenstein unbound) segna il ritorno alla regia di Roger Corman dopo diciannove anni da Il barone rosso. Tanta carne al fuoco, tante buone idee che Corman e il cosceneggiatore F.X. Feeney non riescono però ad ordinare e selezionare al meglio. Per esempio: andava approfondito il legame di solitudine tra i tre protagonisti: la creatura che reclama a gran voce una compagna, il creatore che per temporeggiare viene punito e rimane senza l'amata Elizabeth (Catherine Rabett), e lo scienziato del futuro, fuori tempo, fuori luogo che trova un po' di calore umano solamente nella libertina Mary Shelley.

Nel Frankenstein di Corman sono molti i rimandi a un cinema horror d'altri tempi fatto di lampi, nebbie, luoghi isolati, luci irreali. E non poteva che essere così, visto il personaggio rappresentato e il regista dietro la macchina da presa tra gli innovatori del genere negli anni '60 insieme a Bava, Margheriti, Fisher e pochi altri. Ma Corman non si accontenta di omaggiare il passato e dunque in qualche modo se stesso: cerca anche di andare oltre, ad esempio per quanto riguarda il look della creatura lontano sia dallo stile Universal che Hammer. Le mani, tanto per dire, hanno sei dita con due pollici speculari. I bulbi oculari li potete vedere nella locandina. Non mancano poi gli effetti splatter, assoluta novità nel suo cinema, perché questa creatura è parecchio incazzosa quando strappa braccia e teste, perché siamo all'inizio dei '90.

Girato in Italia (lago di Como, Bergamo e Milano), il Frankenstein di Corman resta dunque un prodotto tutto sommato curioso, dignitoso e da riscoprire girato in quasi economia (9 milioni di $) che riesce bene a mixare horror e fantascienza.

Lo strano vizio della signora Wardh di Sergio Martino

Julie Wardh (Edwige Fenech), giunta in Germania insieme al marito (Alberto de Mendoza), si ritrova sempre più coinvolta in prima persona in una violenta e allucinata storia di delitti di belle donne. Il consorte, impegnato negli affari di lavoro, la trascura. Prendono piede così un ex (Ivan Rassimov) che in passato la dominava con la violenza e un corteggiatore (George Hilton) cugino di una sua amica.

Lontano dalle atmosfere di Dario Argento, Lo strano vizio della signora Wardh mette al centro dell'attenzione il corpo stupendo e la psiche contorta di Julie Wardh. Le mazzate non le dispiacciono e con il sangue ha un sublime rapporto di odio e amore, attrazione e repulsione. La classica persona debole e dunque manovrabile, al centro di un complotto che non capisce. Niente spiegazione cervellotica alla Argento per il movente dell'assassino da far risalire a qualche trauma infantile o che so io. Nessun particolare da focalizzare per capire chi è il colpevole. Qui l'assassino si vede in volto, anche se poco e male, ed ha, non a caso, una faccia sempre diversa.

Coproduzione italo-spagnola scritta da Vittorio Caronia, Ernesto Castaldi e Eduardo Manzanos Brochero, Lo strano vizio della signora Wardh è il primo giallo del poliedrico Sergio Martino. Sul tema della sottomissione dei deboli ci tornerà ancora nel film Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (frase che Julie legge in un bigliettino mandatogli dal violento Jean).

Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni di Woody Allen

Sofisticati o precari, i protagonisti dell'ultimo Woody Allen hanno in comune la scelleratezza delle loro scelte. Alfie (Anthony Hopkins) dopo quarant'anni lascia la moglie Helena (Gemma Jones). Sente avanzare la vecchiaia e non vuole accettarlo, sposa così senza pensarci affatto, grave errore, una prostituta (Lucy Punch, già vista in Hot Fuzz) che gli darà non pochi grattacapi. Helena è disperata. Passa le sue giornate bevicchiando, consultando una cartomante (Pauline Collins) e andando a trovare sua figlia Sally (Naomi Watts) sposata con Roy (Josh Brolin) uno scrittore spaventato dall'idea di essere incapace di bissare il successo del suo romanzo d'esordio. Tra i due non va bene bene bene, sanno che qualcosa si è rotto, o magari che non ha mai funzionato, diventano consapevoli di questo allontanamento. Presa coscienza di questo Sally si prende una bella sbandata per il suo capo Greg (Antonio Banderas) mentre Roy rimane folgorato dalla dirimpettaia Dia (Freida Pinto). Film sulle illusioni, anzi chiamiamole con il loro nome: pippe mentali che sovente portano ad una cocente delusione, come nel caso di Sally folgorata da Greg ma niente affatto contraccambiata, o da Alfie che si lascia spennare e cornificare dalla sua giovane nuova moglie fino a perdere la dignità. Terrificante in questo senso la confessione di Sally ad un Greg sordo che non capisce, non vuol capire, o gentilmente rifiuta, o l'immagine in primo piano di Alfie mentre alle sue spalle la moglie Charmaine si dimena ballando con uno sconosciuto. Chi se la cava uscendone a testa alta è, incredibilmente?, proprio la persona più vulnerabile, quella che beve di tutto: dai superalcolici alle chiacchiere della maga. La sua immagine finale in campo largo con Jonathan (Roger Ashton-Griffiths) è la giusta e degna conclusione per il film e per il suo personaggio. Ma il personaggio più interessante, quello con più sfaccettature e storie parallele da seguire (che solo in parte si concludono nel film), è quello di Roy. Appagato dal punto di vista sentimentale ma accecato dalle sue ambizioni diventa ladro di romanzi e rovina famiglie. La sua uscita di scena in primo piano mentre alle sua spalle gli amici parlano con l'amico in coma, quella sua espressione di consapevolezza del casino in cui si è cacciato non fanno presagire niente di buono.

Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni (You will meet a tall dark stranger) è un quadro tragicomico (a tratti spietato) sulle debolezze, un nuovo capitolo di Woody Allen sul ruolo del destino.

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