Devil di John Erick Dowdle

Cinque persone, non proprio stinchi di santo, rimaste bloccate in ascensore e un poliziotto che passa da quelle parti per caso, per altri motivi, perché impegnato in una indagine su un suicidio avvenuto in quel grattacielo. A far accadere quell'incontro il diavolo, deciso a prendersi un po' di anime dannate, a mettere alla prova la bontà del poliziotto. E allora mi chiedo: perché cinque persone? Non sarebbe stato meglio eliminare quei personaggi messi lì solo per prender tempo? Un cortometraggio non era meglio? Non sarebbe stato meglio concentrarsi sui due veri protagonisti? Un "duello" a distanza non avrebbe forse ottenuto risultati migliori? Dirò di più: non sarebbe stato meglio eliminare il fattore paranormale senza dare una speigazione a quell'incontro? Un approccio alla Paul Thomas Anderson, alla Kieslowski (faccio due nomi tanto per dare l'idea), in cui il destino non ha registi evidenti non avrebbe forse migliorato il film? Forse mi chiedo queste cose perché di Devil le parti che meno convincenti sono proprio quelle horror in cui il maligno si mostra palese, o quelle scene in cui uno ad uno i protagonisti intrappolati muoiono mentre nell'ascensore si fa buio per un backout. L'avvicinamento del poliziotto che indaga è invece la parte più entusiasmante. Tutta la parte poliziesca è ben fatta: una volta sul posto ci intriga vedere come farà il poliziotto a scoprire l'identita dei bloccati, visto che loro sentono lui ma non il contrario. Voler attribuire questo incontro, questa prova, al diavolo sa troppo di furbizia. Risultato: un film né bello né brutto, né carne né pesce, oltretutto scontato, soprattutto in quel finale in cui il bene alla fine trionfa.

Da segnalare comunque gli ottimi titoli di testa con i grattacieli ripresi a testa in giù. Dal regista di The Poughkeepsie Tapes e Quarantena, John Erick Dowdle, e dal produttore (e autore del soggetto) M. Night Shyamalan tutto sommato ci si doveva aspettare qualcosina di più.

Due pensieri (SPOILER!!!) su Vampires di John Carpenter

Il finale di Vampires di John Carpenter (sceneggiato da Don Jakoby dal romanzo di John Steakley) in cui Crow salutando Montoya gli promette che passati due giorni lo scoverà per ucciderlo, quell'abbraccio, quell'amicizia spezzata solo da una circostanza bastarda della vita (nella fattispecie una donna qualcuno potrebbe sottolineare), quel misto di vita e morte si contrappone e allo stesso tempo riporta alla mente la cruenta sequenza di apertura che dimostra la determinazione di Crow. Montoya non ha scampo o potrebbe farcela, non ha importanza. Quell'addio è un arrivederci, un nuovo inizio per tutti e due, è un bivio che si ricongiungerà, l'inevitabilità delle cose, la potenza delle cose, dei sentimenti, degli accadimenti, la consapevolezza che dopo una fine c'è sempre un nuovo inizio. C'è il rischio di rimanerci di sasso. Ci arriva in aiuto, a stemperare il clima teso e rovente, l'erezione di Padre Adam. Il respiro riprende. Quel finale, cazzo, è proprio forte.

James Woods - Jack Crow
Daniel Baldwin - Antonhy Montoya
Sheryl Lee - Katrina
Maximilian Schell - Cardinale Alba
Tim Guinee - Padre Adam Guiteau

Fotografia - Gary B. Kibbe
Scenografie - Thomas A. Walsh, Kim Hix, David Schlesinger
Costumi - Robin Michel Bush
Effetti speciali - Howard Berger, Greg Nicotero, Robert Kurtzman
Montaggio - Edward A. Warschilka
musiche - John Carpenter

Storia di fantasmi cinesi di Ching Siu Tung

Giovane puro di cuore squattrinato, impacciato, sfigato, timido, di mestiere esattore viene catapultato a causa di alcune circostanze in una storia di fantasmi, in una realtà straordinaria paurosa ma anche affascinante che lo trasforma in un eroe anomalo pronto a tutto per un po' di pelo fantasma. Ad aiutarlo, dopo qualche equivoco, un rispettatissimo anziano guerriero misantropo ma sottosotto dal cuore d'oro.

Un gran bel ritmo e una buona miscela di paura e ironia fanno di Storia di fantasmi cinesi un cult personale e, ma lo scopro solo anni dopo, planetario; uno di quei film visti in gioventù (grazie al solito a Ghezzi) che da tempo mi urgeva segnalare anche se adesso lo conoscono praticamente tutti. E per tutti intendo in particolare tutti quelli appassionati di cinema orientale, e del wuxia-pian dove protagonisti sono abilissimi lottatori spadaccini esperti di acrobazie spesso volanti. Storia di fantasmi cinesi (Sien nui yau wan) è il film che riesce nel tentativo di rilanciare il genere, seguitissimo in Cina, nel mondo. Merito di questa buona riuscita la regia di Ching Siu Tung, qui alla sua seconda prova dopo una gavetta come coreografo delle scene d'azione di molti film. Produce Tsui Hark il regista di film incredibili come The Blade e Time and Tide.

Storia di fantasmi cinesi è raccontato con dinamismo, senso estetico e coreografico come il genere impone e una buona dose di sana follia che regala momenti splatter, grotteschi e paurosi che si intervallano o si fondono ad altri statici, ironici e sentimentali. Quello che ci affascina a noi profani occidentali (veri destinatari dunque di questa pellicola) sono principalmente la storia e il suo racconto, gli ambienti e i personaggi che vi si muovono così diversi dai nostri canoni, ma solo a prima vista, perché dietro l'apparenza degli accadimenti straordinari, dei personaggi affascinanti dai nomi impronunciabili, dei luoghi meravigliosi mai visti prima, si nascondono in verità schemi narrrativi, archetipi e luoghi universali: gli equivalenti che possiamo ritrovare ad esempio nei nostri cavallereschi Orlando, Lancillotto e Don Quixote. Dunque si parla in fin dei conti ancora una volta della lotta del bene contro il male, della vita e della morte, di un viaggio di un eroe suo malgrado, argomenti davvero universali.

Hitchcock spiega Psycho

In Psycho del soggetto mi importa poco, dei personaggi anche; quello che mi importa è che il montaggio dei pezzi del film, la fotografia, la colonna sonora e tutto ciò che è puramente tecnico possano far urlare il pubblico. Credo sia una grande soddisfazione per noi utilizzre l'arte cinematografica per creare un'emozione di massa. E con Psycho ci siamo riusciti. Non è un messaggio che ha incuriosito il pubblico. Non è una grande interpretazione che lo ha sconvolto. non è un romanzo molto apprezzato che lo ha avvinto. Quello che ha commosso il pubblico è stato il film puro[...] Non ho iniziato a farlo con l'idea di girare un film importante. Ho ppensato che potevo divertirmi facendo un'esperienza. Il film è costato solo ottocentomila dollari ed ecco dove stava l'esperienza: «Posso fare un film a lungometraggio nelle stesse condizioni di un film per la televisione?». Mi sono servito di una équipe televisiva per girare molto rapidamente. Ho soltanto rallentato il ritmo delle riprese quando ho girato la scena dell'omicido sotto la doccia, la scena della pulizia e un'altra o due che segnavano lo scorrere del tempo. Tutto il resto è stato girato come se fosse stato per la televisione. *

* tratto da François Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, Pratiche Editrice

Fassbinder sul cinema americano

In generale il cinema americano ha avuto la relazione più felice con il suo pubblico e questo perché non ha cercato di essere "arte".

Rainer Werner Fassbinder intervistato da Christian Braad Thomsen *

*tratto da Rainer Fassbinder di Davide Ferrario, Il Castoro.

Lars von Trier e la depressione

Nessuno sa di preciso per quali motivi si cada in depressione, ma io ho una mia teoria. Sono anni che combatto contro alcune fobie e credo che quando le fobie diventano intollerabili, il corpo cerchi in un certo senso di prendersi una pausa, e in questa situazione si cade in depressione. L'intensità della depressione può variare, e alcune persone vogliono gettarsi giù da un ponte. Ma nel mio caso non è stato così. Anche se forse alcuni critici cinematografici l'hanno sperato.

Lars von Trier intervistato da Jacob Wendt Jensen*
* L'intervista integrale (che potete leggere qui) è stata fatta in occasione della presentazione a Cannes di Antichrist e pubblicata su La Repubblica del 5 maggio 2009.

Somewhere di Sofia Coppola

Sofia Coppola sembrerebbe sempre di più sinceramente attratta dalle solitudini. Con Somewhere continua il suo percorso con la storia di Johnny Marco (Stephen Dorff), un giovane attore dalla vita piena di vuoti e di sua figlia preadolescente Cleo (Elle Fanning). Johnny è solo in apparenza felice, circondato da belle donne, gente che lo riconosce per strada, pieno di impegni di lavoro nonostante un braccio rotto. La ex moglie però sbotta, gli ammolla la figlia, lo tempesta di messaggi sul cellulare carichi di odio, sparisce (nel film non si vede mai) per forse non tornare più. Johnny si ritrova a dover riprogrammare la sua vita, o almeno ci prova. Scopre di avere una figlia solo apparentemente spensierata, in realtà molto matura (più di se stesso sicuramente, non che ci voglia molto), cosciente dei suoi guai familiari, consapevole della solitudine sua e dei suoi genitori. Johnny apre gli occhi di rimando e inizia a rimediare anche perché ha capito finalmente cos'è la felicità dell'essere genitore.

Sorprendente nella sua semplicità. Somewhere riesce benissimo a trasmetterci il nulla della vita (di Johnny ma non solo) senza ricorrere a furbate di mestiere, se ci sono sono davvero ben camuffate. L'approccio della Coppola alla solitudine appare genuino e onesto, probabilmente vissuto in prima persona, papà Francis non è stato sicuramente un padre onnipresente.

Ed ecco invece due frasi divertenti che non sono potute sfuggirmi perché quasi urlate a fine proiezione:

-L'unica cosa bella del film è stata l'auto di lui- (una Ferrari).
-Era meglio Natale sul Nilo almeno ci facevamo due risate- (su quest'ultima mi si è bloccato il respiro).


Macchie solari di Armando Crispino

Il termine romantico nel suo significato storico-artistico non ha niente a che vedere con il concetto di uso comune. Una persona romantica è, secondo questo modo di intendere, una persona positiva perché innamorata della vita, una pellicola romantica prevede una storia d'amore a lieto fine dopo un percorso scoppiettante non privo di difficoltà. Non a caso questi film si definiscono commedie romantiche.
Romantiche sono invece quelle correnti artistiche che hanno sfiducia nell'uomo e nella natura in tutte le sue manifestazioni. È una filosofia di vita che ha generato il Barocco, l'espressionismo tedesco e via discorrendo. L'uomo è quanto mai solo, impossibilitato a farsi degli alleati sia umani, anche perché l'individualismo la fa da padrone, sia naturali perché la natura è spesso ostile scatenando contro l'uomo uragani, maremoti, o manifestandosi in tutta la sua grandezza con il risultato di far sentire l'uomo piccolo e insignificante.

Macchie solari è in questo senso un film romantico. Simona (Mimsy Farmer, già protagonista di Quattro mosche di velluto grigio e di Il profumo della signora in nero) è un giovane medico in servizio in un obitorio romano. È estate e fa caldo. All'ospedale arrivano molti morti per suicidio. Simona è stanca, vede i cadaveri prendere vita per copulare tra di loro, segnale questo di una frigidità ribadita poi dal suo rapporto con il ricco spasimante con la passione per la fotografia (Roy Lovelock, Non si deve profanare il sonno dei morti, Il delitto del diavolo). I morti aumentano, tutte persone in qualche modo legate a suo padre Gianni (Massimo Serato), un antiquario dongiovanni. Muore per prima Betty (Gaby Wagner), una ragazza americana, suo fratello Paul (Barry Primus), divenuto prete dopo aver causato alcuni morti in una gara automobilistica, inizia ad ingadare convinto che non si sia suicidata. Ma Betty è solo l'inizio di una scia di sangue. La situazione si fa sempre più assurda. La mente di Simona sembra vacillare senza rendersi conto di trovarsi in realtà al centro di un raggiro, di essere la vittima destinata ad impazzire in quanto elemento scomodo e debole. Inizia a sospettare del padre, del prete che le aveva insinuato l'idea, di tutto e di tutti, sempre più sola, sempre più sull'orlo di una crisi di identità fino a sospettare di se stessa rischiando per questo di impazzire.

Angosciante grazie anche alle musiche di Ennio Morricone, Macchie solari è diretto da Armando Crispino (famoso per L'Etrusco uccide ancora) che scrive insieme al fidato Lucio Battistrada. Come in molti film italiani del periodo il disordine, causato dall'imbroglio, regna sovrano smarrendo noi e la protagonista. Il rischio è, se non si ama questo sottogenere che ha partorito titoli come La corta notte delle bambole di vetro (1971) di Aldo Lado, di annoiarsi mortalmente per l'atmosfera misteriosa ottenuta attraverso il vedo-non vedo, la rarefazione e l'onirismo. Per tutti gli altri il film dovrebbe intrigare.

Powered by Blogger