Rats di Tibor Takacs

Una giornalista (Sara Downing) si finge pazza per fare delle indagini su un manicomio. L'inchiesta procede tra pazzi paranoici e violenti (Desislava Tenekedjieva, Bailey Chase, Patrick Dreikauss), un capo medico (Ron Perlman) per certi versi fin troppo rassicurante, che sicuramente nasconde qualcosa. I pazienti della struttura intanto vengono uccisi da un'orda di topi capitanati da un super topo gigante. Il personale medico fa il vago, nega le sparizioni e giustifica l'assenza dei malati con dei trasferimenti. Troppe cazzate, la giornalista non ci crede, e continua ad indagare mettendo la sua vita in pericolo.

Sul retro della copertina del DVD si può leggere:

Takacs ha uno stile eccezionale, che riesce sempre a tenere alta la tensione (Los Angeles Time)
Il regista, Tibor Takacs, ha un gran talento (Hollywood Reporter)
Takacs sa come colpire i suoi spettatori con grande effetto (Chicago Tribune)

Niente di più falso (gli articoli sono sicuramente veri, e questo già da solo è molto più inquietante del film stesso). Statene alla larga. Vi voglio bene. Non fatevi ingannare dal prezzo sottocosto, lasciatelo lì nello scaffale delle offerte, dimenticatevi il Tibor Takacs dei due Non aprite quel cancello e del suo capolavoro Sola... in quella casa. Rats è, visto che si parla di topi, da evitare come la peste bubbonica. Una storia stupida, sempre prevedibile, girata con un taglio televisivo da latte alle ginocchia, una computer grafica che fa decisamente ridere. Gli attacchi a secchiate dei rats di Bruno Mattei sono molto meglio.

Quante volte... quella notte di Mario Bava

Tina torna a casa con il vestito strappato dopo una serata passata con Gianni, un uomo maturo conosciuto quel giorno in un parco pubblico. Come si è potuto lacerare il suo abito? Come nei film Quarto potere o Rashômon usciranno fuori più versioni dei fatti. Quella di Tina, quella di Gianni, e quella del portiere di notte del condominio di Gianni, noto guardone malato di sesso. Nella prima versione Tina è una puritana e Gianni è il diavolo in persona pronto a tentarla con la forza; nella seconda, che Gianni racconta agli amici del night, è Tina l'assatanata che si autoinvita a casa di Gianni per soddisfare le proprie voglie sessuali senza fondo; nella terza versione, quella del guardone, Tina scopre che Gianni è attratto dagli uomini mentre lei riceve le avances di Esmeralda una ragazza che abita nel condominio di Gianni. Tre versioni anzi quattro, perché c'è anche quella del medico esperto.

Mario Bava è noto soprattutto per i suoi horror e thriller, ma, e non tutti forse lo sanno, nella sua carriera ha diretto anche un paio di commedie: Le spie vengono dal semifreddo (1966), scritto da Castellano e Pipolo e interpretato da Franco e Ciccio insieme a Vincent Price e Laura Antonelli, e questo Quante volte... quella notte che vede Daniela Giordano (Piccoli Fuochi) nel ruolo di Tina e Brett Halsey nei panni di Gianni. Pur cambiando genere non cambia però, almeno qui, il suo stile inconfondibile fatto di colori, influenze pop e di un uso della cinepresa sorprendente. Non tutti lo sanno ma lo possono intuire dai suoi film più famosi che Bava con l'ironia ha sempre avuto molte affinità basti pensare a I tre volti della paura che chiude con lo svelamento di un trucco cinematografico.

Quante volte... quella notte si inserisce nel filone nascente del sexy prendendosi gioco della nostra religione (vedi Tina parlare all'inizio come una suora Orsolina), mostrando i nostri tabu, smascherando i personaggi, attualizzando i ruoli sociali, ribaltando le aspettative del pubblico (sia del regista che del genere). Mario Bava «fu così audace da fare di Pascal Petit [Esmeralda nel film, n.d.r.] una lesbica e Brett Hasley un omosessuale»*. Realizzato nel 1969 il film vede la luce nelle sale solo nel 1972. Dopo un po' però viene ritirato dai circuiti, ha spiegato perché Alfredo Leone, produttore esecutivo della pellicola: «Sono io il responsabile del fatto che il film non sia mai uscito in Italia, perché avevo ancora una mentalità molto americana. Feci un accordo con la Eurointernational, a cui il film piacque molto, offrirono solo quaranta milioni, il minimo garantito. Ci accordammo e il film uscì. Ma il signore della Eurointernational a un certo punto mi disse che trattenevano venti milioni dall'offerta, che sarebbero stati recuperati in seguito. Allora mi arrabbiai perché avevano cambiato l'accordo in corso d'opera, avemmo una discussione furiosa, impugnai il contratto e dissi che l'affare non mi interessava più. Mi risposero: "Bene, ma questo film non uscirà mai più in Italia". E così fu»**.

Il film si lascia devere, a riprova del fatto che Bava era Bava (se voleva e se poteva) a prescindere dal genere che faceva. Quante volte... quella notte nel suo continuo gioco di riproporre lo stesso evento da punti di vista differenti si diverte più che solleticare i nostri sensi a voler strapparci un sorriso. Vedasi la comparsa di Gianni in mutande nel primo episodio, quando è una specie di latin lover-maniaco sessuale, o il battibeccho dello stesso con Giorgio (Michael Hinz) nella terza versione quando è un omosessuale, o l'altrettanto sorprendente trasformazione della madre di Tina, bigotta e preoccupata per la figlia all'inizio, disinvolta come la figlia nel secondo frammento (dal punto di vista di Gianni). Lui lei e l'altro, il portiere (Dick Randall anche produttore della pellicola, doppiato in romanesco) dalla cultura pornografica che invece vede una serie di approcci saffici di Esmeralda a Tina.

Quante volte... quella notte è il film di Mario Bava di cui tutti parlano mal volentieri, dalla stampa specializzata alla dinastia Bava. «Bava è svogliato, annoiato, non gli va di impegnarsi; e nemmeno, come suo solito, di sabotare il meccanismo di una storia cretina» (Davide Pulici). «Capita a volte di fare film così, un po' precotti: in fondo, forse, non avrebbe dovuto farlo» (Lamberto Bava)***. Questo lo diciamo per far capire, anche se con giudizi troppo severi, che non stiamo proponendo il Quarto potere (mai paragone fu più appropriato come in questo caso) del sexy anche perché la pellicola, come tutte quelle di Bava del resto, non ha nessuna ambizione autoriale, da serie a. È cinema pop in tutto e per tutto (bellissimo il brano surf di Coriolano Gori suonato in discoteca), fatto cotto e magnato per poi, come abbiamo visto, sparire nel nulla.

Quante volte... quella notte ottiene una distribuzione nel nostro paese solo nel 2006 grazie all'uscita in DVD della Raro Video.

* Pascal Martinet, Mario Bava, Edilig, Parigi, 1984
** intervista di Gabriele Acerbo, Roberto Pisoni e Alessandra Venezia
*** intervista di Gabriele Acerbo, Roberto Pisoni

Tutte le citazioni sono tratte dal volume Kill baby kill! Il cinema di Mario Bava a cura di Gabriele Acerbo, Roberto Pisoni, Un mondo a parte, 2007.

Teenagers from outer space di Tom Graeff

A film come Teenagers from outer space bisogna voler bene, per forza di cose, è un dovere morale, una cosa buona e giusta, come il voler bene al vecchio cane del quartiere che tutti sfamano a turno, non so se rendo l'idea. Magari un altro cane, che so, quello di un altro quartiere, lo prendi pure a calci se te ne capita l'occasione ma quello no.

Teenagers from outer space è un film di invasioni spaziali, con gli alieni che si dividono subito un due opposte fazioni. Derek è il buono affascinato dalla Bibbia, Thor l'antagonista impazzito, il cattivo deciso ad acciuffarlo per le sue idee pacifiste e per rivelargli qualcosa di sconvolgente sul suo conto. Betty è la bella e buona che vive con il nonno e che resterà affascinata dall'alieno buono, fino a intuire la sua vera natura extraterrestre. Thor per arrivare a Derek si aiuta con una pistola che riduce i corpi in scheletri. Medici, infermieri, poliziotti, non risparmierà nessuno. L'unica cosa in grado, forse, di fermarlo è un mostro alieno che ha le fattezze di un'aragosta (almeno la sua silouette, perché la creatura è ripresa sempre in controluce, questo suggerisce).

Come si può voler male ad un film così? Teenagers from outer space è disarmante per la ingenuità con cui si inserisce nel filone delle invasioni spaziali. Zero budget, idee già allora trite e ritrite senza il minimo tentativo di rinnovarle. Tom Graeff scrive, produce, interpreta, monta, fotografa, fa di tutto e di più. Un altro Ed Wood sparito nel nulla (questo è il suo ultimo film come regista) ,anzi, messo pure peggio, forse perché senza talento, forse perché genio incompreso a tutt'oggi.

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