Incredibile ma vero! Ancora un riconoscimento a questo blog, questa volta si tratta del Premio Dardos

Il blog cinema e missili, che non conoscevo, e quello Cineroom dei bravi Para e Chimy (a questi si sono aggiunti in seguito Weltall, Il labirinto del Fauno e La fabbrica dei sogni) mi hanno assegnato il Premio Dardos. Pensate un po' che Il premio DARDOS viene assegnato a quei blog meritevoli per i contenuti di carattere culturale, etico e/o letterario.

Ci deve essere un errore, facciamo finta di niente, cerchiamo solo di non darci troppe arie.
E' previsto un semplice regolamento. Chi viene nominato è invitato a:
1) accettare e comunicare il regolamento, visualizzando il logo del premio;
2) linkare il blog che ti ha premiato (FATTO!);
3) premiare altri 15 blog meritevoli (compreso quello che vi ha premiati, se volete), avvisandoli del premio.

Decido questa volta di premiare quelli che hanno una maggiore costanza di pubblicazione? O quelli che anche se scrivono un solo post ogni tre mesi riescono sempre ad aprirmi la testa illuminandomela? Andrò dove mi porta il cuore.

Predators di Nimrod Antal


Ritorno alla giungla, luogo metafora che da sempre mette i forti contro i deboli.

Predators è fedele allo spirito del film originale girato nel lontano 1987. La differenza principale sta nello strappo, che qui si riduce parecchio, tra la prima parte e la seconda. La pellicola di John McTiernan parte infatti come una storia di guerra con una caccia agli uomini, da uccidere o da salvare, per poi trasformarsi in una caccia fantascientifica che vede gli umani superstiti braccati da un'entità aliena. Predators dell'ugherese Nimrod Antal invece sfuma il passaggio dal mondo ordinario a quello straordinario mostrandoci quasi subito lo stato delle cose: il gruppo di professionisti della morte con in testa il senza nome Adrien Brody, ne fanno parte anche una donna soldato e un medico, scoprono ben presto di essere stati rapiti e portati nella giungla di un altro pianeta familiare e sconosciuto allo stesso tempo.
Per il resto la sostanza non cambia di molto: il pianeta è una riserva di caccia dei Predators i quali oltre a stanare gli umani si divertono a torturare una loro sottospecie più debole, allearsi con loro, cercare di farseli amici, potrebbe essere l'unico modo per tornare a casa.
Alienati in un pianeta alieno inseguiti in primis da animali da caccia mostruosi, il manipolo si riduce sempre più e incontra un superstite di un vecchio rapimento che ha imparato qualcosa sui fottuti mostri dalla faccia di granchio.
Prodotto da Robert Rodriguez, Predators più che semplice remake va a completare il film con Schwarzy collocandosi cronologicamente, da un paio di indizi, dopo quelle vicende sceneggiate al tempo da Jim e John Thomas.

La crisi di Tom Reagan

Tom (Gabriel Byrne), il protagonista di Crocevia della morte (Miller's crossing) dei fratelli Coen, è davvero un personaggio interessante per le sue ambiguità e dualismi. È diviso tra l'amicizia virile con il suo capo Leo (Albert Finney) e l'amore (ma è amore?) per Verna (Marcia Gay Harden), costretto per questo a perderli entrambi per sempre, passato dalla ragione al sentimento, tra la curiosità di mischiare le carte per vedere quello che succede e un piano che ogni tanto sembrerebbe pianificato. Non si capisce mai bene se le sue azioni e i suoi pensieri siano dettati da un progetto complicato, o da un buio della sua ragione, o meglio, da una volontà a non rispettare i doveri che il suo ruolo gli impongono. Tom smette di essere il consigliere freddo calcolatore di Leo. Per una specie di crisi di coscienza iniziano ad emergere in lui gli aspetti umani, e, cosa peggiore, quelli masochisticamente autodistruttivi. Confessa al capo di vedersi con la sua donna, passa dalla parte del nemico Johnny (Jon Polito), ma quando si trova costretto a dover uccidere Bernie (John Turturro) lo grazia per pietà, cosa rarissima per un gangster, quasi impensabile e inaccettabile. Si trova a saltare da una parte all'altra dello steccato che delimita le proprietà e i poteri dei due gangster Leo e Johnny (un po' come accade nei film La sfida del samurai, Per un pugno di dollari e Ancora vivo ma soprattutto come ha raccontato Dashiell Hammett nei romanzi La Chiave di vetro e Piombo e sangue) più per sopravvivere - più per ripicca - che per una qualche volontà di riportare tutto com'era prima, quando tra lui e Leo tutto filava liscio. Tom è un gangster anomalo che si muove tra ambienti anomali per il suo mestiere come il bosco di Miller's crossing, a ribadirlo è il suo cappello che quasi come atto di ribellione fa di tutto per non trovarsi mai sulla sua testa, anche nei sogni, come a voler dire al suo padrone: Io sono un'icona del gangster e tu non mi meriti, non sei più il mio padrone finché il contenuto della tua testa non torna degno del simbolo che rappresento. Solo alla fine, dopo un percorso complicatissimo a cerchio, Tom si aggiusta il cappello come non gli era mai capitato durante il film. Ma siamo sicuri che la crisi (non solo esistenziale) sia finita?

Toy Story 3 di Lee Unkrich

Andy è cresciuto e sta per partire per il college, l'affiatato gruppo che formava insieme a Woody, Buzz, Jessie, Mr e Mrs Potato, Slinky, Rex, il maialino salvadanaio e tutti gli altri, rischia di separarsi per sempre. Woody, da sempre il preferito di Andy, è destinato a partire con lui per la scuola, gli altri per una serie di situazioni, anche equivoche, finiscono in un asilo infernale dove comanda un orsacchiotto rancoroso e tiranno dall'apparenza paccioccosa. Woody deve salvare gli amici prigionieri e portarli nella soffitta di Andy, prima di subito perché la partenza del ragazzo è vicinissima.

Oltre l'azione, le situazioni spassose, le citazioni sopraffine, quello che più colpisce in Toy Story 3 (esordio alla regia per Lee Unkrich) è il racconto della crescita del protagonista umano della serie. Andy è ad un bivio, ancor prima di partire avverte il legame che lo lega con la sua infanzia strapparsi silenziosamente. Deve iniziare a scegliere, iniziare il cammino della vita. Chiunque abbia avuto un'infazia più o meno normale si è trovato di fronte al dilemma: Che cosa fare dei vecchi giocattoli? Buttarli, regalarli, metterli da parte per i nostri figli, se mai ci saranno? Andy su questo non ha dubbi, vuole conservarli, non vuole strappare i fili invisibili che lo legano con il suo vecchio mondo che si appresta ad abbandonare per ritornarci un giorno uomo. La scena bellissima e commovente della consegna dei giocattoli a una persona fidata e l'immagine di lui in automobile che li guarda per l'ultima volta dimostra questa sua volontà a non voler interrompere questo legame. Insomma dietro l'intrattenimento di qualità ci sono contenuti e sentimenti universali, trattati con tatto e poesia come solo la Pixar sa fare.

Questi ragazzacci sono fottutamente bravi.

Qui trovate qualche locandina

Il segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella

Esposito (Ricardo Darin) ha due ossessioni: il caso Morales, una ragazza violentata e uccisa, e il suo amore mai dicharato per il suo nuovo capo, il pm Irene (Soledad Villamil). Due ossessioni che con il passare degli anni non si affievoliscono e non smettono di intrecciarsi fino quasi a fondersi. Nella prima ossessione vede il riflesso idealizzato della seconda, perché l'amore disperato del vedovo Ricardo (Pablo Rago) ai suoi occhi è infinito e puro come quello che vorrebbe manifestare ad Irene. Nonostante siano passati parecchi anni da quell'indagine e da quel folgorante amore, Esposito, oramai in pensione, ancora ci pensa perché sente che entrambe le storie non sono finite per niente bene. Scopriva infatti che l'assassino è uno psicopatico (Javier Godino) protetto dal governo per il quale svolgeva lavori sporchi. L'amico e collega nell'investigazione Pablo (Guillermo Francella), autodistruttivo dalla battuta sempre pronta, essenziale per una sua intuizione nello svolgimento dell'indagine, ci rimetteva la vita da eroe morendo al posto suo. Per aver messo i bastoni tra le ruote dei potenti, tra questi c'è anche il capo di Irene, Esposito veniva trasferito di punto in bianco lasciando incompiuta la sua situazione con la donna che ama. Un romanzo su queste due storie parallele potrebbe risolvere tutto.

Tra passato e presente, le due storie vanno avanti tra i ricordi forse alterati di lui. Esposito forse ha vissuto o forse ha immaginato l'addio strappalacrime alla stazione dei treni, con le mani sue e di Irene che si toccherebbero se non fosse per il vetro dello scompartimento. Un'immagine questa che sfocata apre il film e viene riproposta più o meno a metà finalmente nitida solo perché però scritta nero su bianco nella pagine del romanzo che Esposito ha scritto e portato ad Irene.

Definire Il segreto dei suoi occhi (El secreto de sus ojos) di Juan José Campanella un giallo-thriller è senz'altro riduttivo. È un film innanzitutto sulla memoria e sugli scherzi che questa può compiere nel corso del tempo. Ma è anche una pellicola romantica, nel senso più generale del termine, perché Esposito è un incompiuto, era un insoddisfatto inquieto già prima che la storia avesse inizio. Incompiuta è la sua vita sentimentale, tra un matrimonio finito male e il suo amore mai sbocciato, mai dichiarato e contraccambiato per Irene. Eppure ciò che si cerca di nascondere per paura e pudore spesso emerge contro la nostra volontà perché il corpo spesso parla più delle parole. Pablo nota immediatamente il sentimento di Esposito per Irene, anche Irene di conseguenza se ne accorge ma aspetta che a fare la prima mossa sia lui, passo che non arriva mai se non timido o quando è ormai troppo tardi. Brutalmente interrotta è la felice storia d'amore di Ricardo Morales e di sua moglie, incompiuta contro la loro volontà da un pazzo che esce di galera dopo pochi giorni perché al soldo di potenti ai vertici dello Stato (siamo verso la fine degli anni '70). Esposito esce dall'indagine sconfitto da un potere più grande di lui, senza più il collega e amico morto al suo posto, affascinato se non invidioso dell'amore eterno di Ricardo per la defunta moglie, del suo dolore composto ma capace di compiere anche gesti inaspettati. Su tutto però, e per fortuna, c'è uno sguardo spesso ironico che non risparmia nessuno colpendo più di tutti Esposito e la sua, per certi versi, assurda situazione.

L'argentino Il segreto dei suoi occhi a sorpresa ha vinto quest'anno l'Oscar come miglior film straniero sbaragliando rivali più meritevoli come Il nastro bianco, il bellissimo film di Haneke su una comunità protonazista già vincitore della Palma d'oro.

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