Il piccolo Nicolas e i suoi genitori di Laurent Tirard

Per capire alcune differenze tra il nostro cinema e quello francese basta vedere Il piccolo Nicolas e i suoi genitori, una gustosa commedia di Laurent Tirard che racconta una storia semplice di formazione senza voler insegnare niente di sconvolgentemente rivelatore se non che, a limite, un imprevisto è sempre pronto a zomparci addosso. Per il resto non ha intenzione di farci una morale. Non ci sono lezioni né tiratine di orecchie.

Nella moderna commedia italiana accade spesso il contrario. La storia deve per forza portare ad un discorso di fondo moralizzante, spesso sfociante nella retorica trita e ritrita più fastidiosa, che ci faccia riflettere sulla nostra posizione sociale, spesso privilegiata e sottovalutata.

Nella commedia francese tutto va avanti secondo un ordine prestabilito, il che rende prevedibili alcune situazioni (come quella della vecchietta che punta il numero giusto alla roulette) ma senza il bisogno di farci il cazziatone ad ogni momento. L'ordine italiano prestabilisce invece, più che le gags, una ramanzina dietro l'altra che si concludono con un megasciampo finale.

Certo, i sottotesti per riflettere ci sono anche ne Il piccolo Nicolas e i suoi genitori, ma non sono veri sottotesti, sono, molto più semplicemente, i personaggi-macchietta che ruotano attorno a Nicolas (Maxime Godart), dai genitori (Valérie Lemercier e Kad Merad) ai compagni di classe, dalle maestre al bidello. Tutti tagliati per far ridere al posto giusto nel momento giusto, tutti con una caratteristica particolare, magari in una riconosciamo un nostro amico o magari noi stessi.

Il piccolo Nicolas e i suoi genitori (Le petit Nicolas) infine è una commedia commerciale pensata per incassare (in Francia ha sbancato il botteghino) ed essere venduta all'estero. L'equivalente italiano, ludico cazzone e spensierato, sono i vari Vanzina e Parenti. Chi è messo meglio?

Prossimi film horror (forse) in uscita in Italia

Molti grandi dell'horror sono tornati ultimamente a lavoro.

Sono finite le riprese di The Ward l'ultimo e atteso film di John Carpenter attualmente in sala di montaggio.

The Uh-oh show, anche questo in fase di post produzione, segna invece il ritorno del padre dello splatter e del gore Herschell Gordon Lewis.

Sono invece in corso le riprese di A dangerous Method di David Cronenberg.

Wes Craven, escluso dal remake di Nightmare voluto dal produttore e regista Michael Bay, appena finito di dirigere e montare My soul to take già si è buttato a capofitto nella regia del quarto capitolo della sua saga Scream le cui riprese sono attualmente in corso.

Sam Raimi dopo in graditissimo ritorno al genere horror con Drag me to hell si sta muovendo per dirigere la supermegaproduzione Warcraft ispirata agli omonimi videogiochi.

Il suo amico Bruce Campbell dopo la regia di My name is Bruce, sorta di parodia -ancora inedita in Italia- dei film da lui interpretati nella serie Evil Dead, ci riprova insieme allo stesso sceneggiatore Mark Verheiden con Bruce Vs Frankenstein attualmente in fase preparatoria.

Tobe Hooper prepara invece From a Buick 8.

Gli italiani non sono da meno: anche se si sono perse le tracce del ritorno all'horror di Michele Soavi con un film che doveva/dovrebbe intitolarsi Catacombs club (o giù di lì), stanno sucuramente lavorando:

Lamberto Bava che gira a Malta due low budget per la tv (facenti parte di un progetto Mediaset di 6 lungometraggi) intitolati Ostaggi e La medium.
Enzo G. Castellari, infine, ha terminato il montaggio di Caribbean basterds, un titolo che richiama al volo il suo Inglorious bastards.

Oddio, speriamo di vederli tutti questi film, meglio tardi che mai come è accaduto per Giallo, l'ultimo film di Dario Argento del 2009 interpretato dal premio Oscar Adrien Brody, che sarà distribuito in Italia dalla Dall'Angelo Pictures.
Distributori sveglia! L'horror fa sempre incassi.

Alta Tensione di Alexandre Aja

Marie e Alexia in un viaggio rivelatore, prevedibile, col senno di poi, anche (se non soprattutto) attraverso la canzone dei Ricchi e Poveri "Sarà perché ti amo". Un serial killer le perseguita uccidendo chiunque finisce accidentalmente nella loro vita, sulla loro strada, mettendosi tra di loro. Un pazzo che ha le fattezze dell'attore Philippe Nahon. Lo vediamo in faccia presto, la storia e la suspence prende così una strada che ricorda altre cacce spietate dove non conta scoprire l'assassino ma gridare al protagonista cose come -Scappa- o -Non andare da quella parte-, fino a quando un finale non ribalta tutto a meno che non abbiate dato alla canzone dei ReP il giusto significato.

Alta tensione è un bagno di sangue orchestrato dal sempre validissimo Giannetto De Rossi, uno che con Lucio Fulci ha creato autentici capolavori del makeup. A dirigere (è il suo secondo lungometraggio) il francese Alexandre Aja. Un film che ha fatto gridare, con cautela e scaramanzia, al miracolo di una rinascita.

Alta tensione è un buon prodotto, sicuramente uno dei migliori thriller visti dalle nostre parti ultimamente, sporco, crudele, ironico e adrenalinico, con tutti gli ingredienti per catturare l'attenzione messi nel posto giusto da chi, come Luc Besson (uno dei produttori), conosce il fatto suo.

Morto Aldo Giuffré

Se penso ad Aldo Giuffré mi vengono in mente due film.
Ne Il medico dei pazzi di Mario Mattoli è Ciccillo lo scapestrato che fa passare la Pensione Stella, dove abita, per un manicomio a suo zio Felice, interpretato dal principe Totò. Un cast eccellente. Ugo D'Alessio, Pupella Maggio, l'aquilana Maria Pia Casilio, il solito Mario Castellani, Nerio Bernardi, Carlo Ninchi.
Anni dopo con Sergio Leone gira Il buono, il brutto, il cattivo dove interpreta un capitano nordista alcolizzato deciso a far saltare un ponte. Lo aiuteranno Eastwood e Wallach.
Ecco, per me Aldo Giuffré è in questi due film che mette in risalto le sue doti d'attore comico e drammatico.

La sua voce inconfondibile (fu lui ad annunciare giovanissimo dai microfoni radiofonici della RAI la fine della seconda guerra mondiale) divenne per uno scherzo del destino ancora più riconoscibile dopo che subì un intervento alla gola negli anni '80. La sua intensa attività a tutto tondo, tra cinema, teatro (insieme al fratello Carlo aveva fondato una compagnia teatrale) e televisione ne risente. Tra particine più o meno importanti in film come Mortacci, Scugnizzi e La Repubblica di San Gennaro, Giuffré ci regala l'ultima perla recitando alcune divertenti e sboccate poesie napoletane nella raccolta L'inferno della poesia napoletana.

Link: Il dolore di Carlo Giuffré: è morta la mia metà (repubblica.it).

Il giorno della Luna Nera di Harley Cokeliss

Quint (Tommy Lee Jones) lavora per i federali. Deve recuperare un documento che se presentato ad un certo processo manderebbe in galera il principale imputato. Lo recupera e lo nasconde in un auto avveneristica (la Black Moon del titolo originale) in tour promozionale. L'auto viene però rubata da Nina (Linda Hamilton), una meccanica che lavora per Ed Ryland (Robert Vaughn), un miliardario senza scrupoli. Quint, minacciato dal suo superiore Johnson (Bubba Smith), ha solo tre giorni di tempo per recuperare il file nascosto nei garage di un grattacielo impenetrabile. Si farà aiutare da Nina (con la quale, chiaramente, finisce a letto) e dai proprietari dell'auto, mentre dovrà fronteggiare un cattivissimo interessato a recuperare il documento per conto dell'imputato al processo, e Ryland motivato, tra le altre cose, dalla gelosia sapendo dell'intesa sessuale tra Nina e Quint.

Sceneggiato tra gli altri da John Carpenter, partendo da un suo soggetto, Il giorno della Luna Nera (Black moon rising) ricorda abbastanza 1997: fuga da New York. Come Jena anche Quint ha i minuti contati per portare a termine la sua missione. Quint inoltre non è un vero federale, non ha, o almeno non mostra mai, il distinitivo. Lo conferma il fatto che il suo "capo" Johnson gli dà un paio di cazzotti sullo stomaco quando si raddoppia la parcella, e Bubba Smith, se non avete presente, è il gigantone di colore della serie Scuola di polizia.

Tra mille pericoli però, Quint riuscirà a portare a termine la missione, nonostante le botte prese. Dimostrerà di essere il duro tutto fare che si vocifera in giro, capace di cavarsela in qualsiasi situazione, come la traversata via corda da un grattacielo a un altro, un po' come accade nel film di Umberto Lenzi Il cinico, l'infame, il violento.

La regia di Harley Cokeliss (La casa al n°13 in Horror Street) se la cava piuttosto bene tra ironia, violenza e azione, sorrisini sfottò di Tommy Le Jones, inseguimenti a tutta birra, e un pestaggio ai danni di Quint davvero crudele.

Musiche - Lalo Schifrin (famoso per il tema musicale di Mission Impossible)

After death di Claudio Fragasso

In un'isoletta haitiana i morti tornano in vita. A farne le spese un gruppo di ricercatori arrivati lì per scoprire il mistero della scomparsa venti anni prima di un gruppo di scienziati, e un gruppo di militari che ospitano l'unica sopravvissuta alla strage avvenuta tempo prima.


L'incauta lettura di quattro formule magiche contenute nel Libro dei morti resuscita i morti che iniziano a spuntare ovunque assalendo i vivi in maniera fulminea e dicendo loro anche qualche parolina non proprio incoraggiante.

Claudio Fragasso, che come regista horror si firmava abitualmente Clyde Anderson, insieme alla moglie e sceneggiatrice Rossella Drudi, danno un calcio in culo alle logiche e ai cliché realizzando un film che ha davvero coraggio da vendere, a prescindere dai risultati ottenuti. Prima di L'alba dei morti viventi, di 28 giorni dopo e di 28 settimane dopo, After death ci propone zombies veloci; come nei primi due Ritorni dei morti viventi, decide di farli parlare per permettergli di reclamare il loro cibo preferito (-Cervello!-) o di ribadire la loro supremazia sui vivi.

Prodotto dalla mitica Flora Film After death rimane accostato al filone zombesco che vedeva il ritorno dei morti causato da un rituale voodoo. I riferimenti allo Zombie 2 di Lucio Fulci sono in questo senso evidenti, eppure il film di Fragasso segue a modo suo una strada originale, a volte sconclusionata ma comunque differente dal film con Tisa Farrow. Fragasso/Anderson ha dato molto al cinema horror di quegli anni spesso impegnato in produzioni fulminee a basso costo, messe su in fretta e furia per rispondere ai successi d'oltreoceano, ora con la Flora Film ora per la Filmirage di Aristide Massaccesi. Un regista che malgrado le difficoltà produttive ha trovato modo di sviluppare uno stile tutto suo.

Vendicami di Johnnie To

Johnnie To è sempre uguale a se stesso, e vuole essere un complimento, sempre altalenante tra azione e stasi, luci e ombre fotografiche, caratteriali, che svelano l'umano che si nasconde nel criminale e viceversa.

Il cuoco Costello vuole vendicare la morte dei nipotini e del genero e la lotta tra la vita e la morte della figlia miracolosamente scampata ad un regolamento di conti tra gans di Macao. Deve sbrigarsi a compiere la sua vendetta perché una pallottola presa anni prima gli farà perdere molto presto la memoria. E senza più memoria, senza più uno scopo che frulla nella testa, la missione assume un altro significato e forse non ha più ragione di esistere. A fare eventualmente le veci della sua memoria vacillante ci pensano un gruppo di assassini professionisti ingaggiati dal cuoco di rintracciare i colpevoli della strage. Una certa etica professionale, forse insospettabile in dei criminali di mestiere, contribuirà a fare il bello e il cattivo tempo.

Con Johnny Hallyday al posto di Alain Delon impaurito dal fatto che il personaggio si rincoglionisce, Vendicami è la summa (sceneggiatura del fido Wai Ka-Fai), l'ennesima diranno in molti, della poetica e dello stile di Johnnie To fatto di accelerazioni e frenate brusche, personaggi sfaccettati, capaci di farci rimangiare il nostro giudizio nei loro confronti, che rimangono comunque maschere monodimensionali da cinema puro.

Johnnie, visti i precedenti dei tuoi colleghi connazionali, tieniti lontano da Hollywood!

Il tunnel dell'orrore di Tobe Hooper

Il luna park e il circo hanno fatto da scenario per capolavori come Freaks e Il circo (ma pensiamo anche all'importanza e alla bellezza della scena nel lunapark di Darkman) come per ciofeche megagalattiche come The Park di Lau Wai-Keung, che dal trailer sembrava la cosa più spaventosa del mondo ma a vederlo fa venire sonno e/o nervoso.

Il tunnel dell'orrore (The funhouse) fortunatamente fa parte di quelli usciti bene, o almeno piuttosto bene. Dietro la macchina da presa c'è Tobe Hooper uno dei nuovi maestri della cinematografia horror americana, autore dei cult Non aprite quella porta, Quel motel vicino alla palude e del televisivo Salem's Lot, uno che non ci va leggero con le violenze.

Ancora una volta ad un gruppo di giovani capita di finire prima nella padella e poi nella brace. Ma non si tratta di giovani innocenti e indifesi. Amy (Elizabeth Berridge, qulache anno dopo avrebbe interpetato la moglie di Mozart nel film di Milos Forman) dice una bugia ai genitori e invece di andare a cinema va nello stesso luna park teatro anni prima di un fatto di sangue, con lei il suo quasi boyfriend Buzz (Cooper Huckabee) e la coppia Liz (Largo Woodruff) e Richie (Miles Chapin). Tra un paio di spinelli, tagliati nella versione italiana, giri tra baracconi con animali deformi, spogliarelliste, una maga non più giovane (Sylvia Miles), prestigiatori (William Finley l'indimenticabile Winslow Leach di Il fantasma del palcoscenico, è nel cast anche nel citato Motel), i quattro cazzoni dai caratteri e connotati contrapposti e complementari, la vergine e il bellimbusto, il simpatico e l'emancipata, decidono di passare la notte all'interno del tunnel dell'orrore. La situazione presto si trasformerà e se per entrare hanno pagato per uscire dovranno pregare, come si legge sulla pseudo locandina del film allegata (quella vera la trovate qui). Pregare un essere dal volto mostruosamente deforme, che nasconde con una maschera da creatura di Frankenstein, di non morire uccisi perché scomodi testimoni di un omicidio a sfondo sessuale commesso dal mostro stesso. Ma il mostro assassino viena mandato ad uccidere i ragazzi dal suo padre/padrone, vero mostro sfruttatore della sua debolezza/mostruosità con la scusa che così lo protegge dai mali del mondo esterno. E ancora: i mostri sono i quattro ragazzi complici, chi più chi meno, di Richie che ruba i soldi degli incassi del tunnel dell'orrore con la scusa di accertarsi che la persona strangolata dal mostro sia veramente morta. Colpevole è la maga Zena di rubare al povero freak 100 dollari per una sega. Come in Non aprite quella porta e in qualche modo in Quel motel vicino alla palude, i malcapitati, simpatici o meno che siano, sono colpevoli di una invasione indesiderata (e quale la è?), di una vera e propria violazione di domicilio. Sono in torto marcio solo per questo, il furto del denaro e la visione dell'omicidio sono secondari, e non è che morire li riscatti neanche un po'.

Nel frattempo il fratello di Amy, Joey (Shawn Carson), pestifero appassionato di film dell'orrore, sapendo della vera destinazione della sorella decide di seguirla e forse intuisce che qualcosa di sinistro sta per accadere.

Ritmo sempre azzeccato (merito anche della sceneggiatura dello sconosciuto Lawrence Block), colori accesi, qualche effettaccio efficace ad opera di Rick Baker e Craig Reardon, e bisogna dire che il divertimento è assicurato. La violenza c'è ma è minore rispetto ai lavori precedenti di Hooper, un po' più addomesticata.

Per girare questo film Tobe Hooper rifiutò la proposta di Steven Spielberg di girare E.T. l'extraterrestre, insieme i due l'anno successivo realizzeranno Poltergeist: demoniache presenze.

The hole di Joe Dante

Nonostante tutte le migliori intenzioni, e il nome prestigioso di Joe Dante dietro la cinepresa, a The hole sembra mancare qualcosa. Il film è un omaggio al cinema horror da parte di un regista che da sempre ha dimostrato amore e predisposizione per il genere. Come spesso accade nei suoi film, protagonisti sono un gruppo di giovani alle prese con un'esperienza straordinaria. Dopo invasioni di gremlins, un viaggio spaziale, corse per andare a vedere l'ultimo film dello pseudo Castle, soldatini da guerra che prendono vita, per la sua ultima pellicola sceglie una storia che più classica non si può: una casa, riabitata da poco, da dove fuoriesce, inavvertitamente, una presenza maligna. A farne le spese i giovani Dane e Lucas Thompson (Chris Massoglia e Nathan Gamble) e la loro vicina di casa Julie (Haley Bennett), ma soprattutto le loro paure che l'apertura della botola in cantina materializza.

Il concetto di orrore che The hole omaggia è quello secondo cui tutta la profondità del campo visivo diventa dominio della paura. Non solo il visibile ma anche quello che c'è al di fuori dell'inquadratura potrebbe nascondere una minaccia, o un momento di spavento. Ecco allora una mano entrare veloce in campo per poggiarsi sulla spalla del personaggio inquadrato in primo piano, così come è immancabile il momento in cui il protagonista girandosi per filare via va a sbattere contro un corpo di cui non vediamo la faccia. Il problema di questi classici colpi di scena, appunto perché classici, è che oramai sono telefonatissimi e Dante invece di piazzarli nei momenti meno banali (la butto lì) li va ad inserire in quelli più scontati, quando tutto sommato prevederli non è affatto difficile, almeno per chi vi scrive.

Il suo resta un tributo a quel concetto del cinema dell'orrore, e del cinema in generale, che suggerisce più che mostrare, un omaggio ad un cinema d'altri tempi fatto di stop motion (così almeno sembra animata la paura di Julie) dove solo in casi necessari si ricorre alle nuove tecnologie come la computer graphica. In questo senso c'è da dire a favore di Joe Dante che il 3D utilizzato dal sapore retrò, pur non andando oltre il banale effetto degli oggetti che ci arrivano in faccia, è uno dei meno cafoni visti da quando è riesplosa la moda.

Ma è troppo poco per uno come Dante. The hole resta insomma una pellicola riuscita solo in parte, un omaggio nostalgico ed analitico che spreca l'occasione, allo stesso tempo, di rinnovare il genere del terrore divertendosi e divertendo. Un innocuo blockbuster per famiglie.

Il cacciatore di squali di Enzo G. Castellari

Mike di Donato, ma potrebbe anche essere Pinco Pallino, è un uomo che cambia identità, un John Smith che vuole solo sparire per rifarsi una vita. Solo che Mike Di Donato sparendo, cambiando identità, inizia a dedicarsi ad un progetto in cui la vendetta non c'azzecca niente. Diventa un cacciatore di squali non per sprezzo del pericolo, perché per lui oramai la vita non ha più alcun significato, no, anzi è esattamente il contrario, affronta la morte quotidianamente per poter raggiungere un tenore di vita alto. Infatti sotto al mare, tra gli squali, c'è un aereo sommerso con una gigantesca quantità di soldi. Lui lo sa, perché su quell'aereo c'era nel momento in cui precipitava. Gli squali per lui sono una palestra, l'allenamento necessario per poter raggiungere senza problemi la coda del veivolo. C'è solo un piccolo particolare, la coda si trova a cento metri di profondità, e lui non ha l'attrezzatura necessaria. Guarda caso capita da quelle parti Acapulco (Jorge Luke), sub di un istituto oceanografico, sciupafemmine e simpatico. Guarda caso, come accade sempre anche al più dritto dei dritti, anche Mike Di Donato viene raggiunto da altre persone che sono a conoscenza del carico di dollari sommerso, anche se il cacciatore di squali è l'unico sopravvissuto all'incidente. Insomma, chi viene a reclamare quei soldi sono le persone che li dovevano incassare, le classiche persone poco raccomadabili, che non si fanno scrupoli ad uccidere pur di recuperare il bottino. Ma il cacciatore di squali è pur sempre un dritto che se lo freghi una volta è gia tanto, e se lo minacci con dei ricatti o gli uccidi la donna (Patricia Rivera) si incazza. Perché il pericolo è sempre stato il suo mestiere, non a caso lo intepreta Franco Nero: se prima trasportava denaro sporco adesso fa il cacciatore di squali. L'azione è il suo ritmo abituale. Per il resto è un tipo apposto, anche simpatico, generoso, leale, basta che non gli rompi i coglioni mettendogli bastoni tra le ruote.

Dopo il film di guerra Quel maledetto treno blindato (Inglorious bastards), Enzo G. Castellari cambia completamente genere con Il cacciatore di squali. Non cambia invece la dimostrazione d'amore del regista per l'azione, lo spionaggio e l'avventura come per il tema dell'amicizia.

L'anticristo di Alberto De Martino

All'età di dodici anni Ippolita Oderisi ha un incidente automobilistico in cui muore la madre e lei per il trauma resta paralitica. Dopo molti anni, passati a cercare qualsiasi tipo di cura, inspiegabilmente, Ippolita riprende a camminare. A chi si deve questo miracolo? Alle sedute ipnotiche di uno psichiatra (Umberto Orsini) che fanno emergere una vita precedente da strega? Alla gelosia di Ippolita (Carla Gravina) per il padre (Mel Ferrer) che intrallazza con una tedeschina (Anita Strindberg)? È forse il desiderio di avere delle esperienze sessuali che gli fanno tornare l'uso delle gambe? E se invece si trattasse di un miracolo, o meglio di un intervento extraterreno magari ingannatorio? Diciamo che è la combinazione di questi elementi a permettere al Diavolo di dare la forza ad Ippolita di camminare di nuovo. Le sue debolezze vengono sfruttate per attrarla verso una luce ingannevole

dice infatti allo zio vescovo (interpretato da Arthur Kennedy)

-Perché Dio non si esprime chiaramente? Il Diavolo lo fa, si fa capire, con me è stato chiaro: Dio si è dimenticato di te, anche tuo padre ti ha abbandonata, ti senti sola, infelice, disperata. Ecco, sono qui, non devi far altro che chiamarmi, io sono accanto a te e avrai da me tutto quello che ti è stato negato-

per poi possederla (in tutti i sensi perché il demonio vuole un erede) fino ad un inevitabile esorcismo, effettuato da un frate tedesco mendicante (George Coulouris) assistito da Irene la domestica di casa Oderisi (Alida Valli), come unica soluzione quando oramai anche la scienza si è arresa.

Uscito l'anno dopo L'esorcista, uno degli spartiacque dell'horror moderno, L'anticristo è un film che dimostra da subito di avere le carte giuste per prendere una strada originale rispetto al film di Friedkin. Dalla ribellione di una ragazzina che in fin dei conti sta screscendo, si passa alla rabbia di una ragazza che non ha una vita sociale, quindi sessuale, come vorrebbe, come sarebbe giusto che avesse alla sua età. Per questo Ippolita rinnega Dio e si lascia affascinare dalla bellezza del demonio arrivando a sedurre un giovane turista tedesco e addirittura suo fratello Filippo (Remo Girone).

Alberto De Martino si rende conto però che questo non basta, non si accontenta di parlare di incesto, di sessualità represse, non vuole sprecare un'occasione simile di dire la sua su un argomento così interessante come la possessione diabolica: innanzitutto italianizza la storia ambientandola per giunta nella città in cui la chiesa cristiana ha fondato la sua sede principale, Roma. La chiesa contraddittoria che oggi mantiene culti pagani (d'effetto la sequenza iniziale, così verosimile da farla sembrare un documentario, e magari forse lo è, ambientata in un santuario in cui i parenti di indemoniati, tarantolati* e ritardati chiedono un miracolo. In questo luogo buio se non fosse per delle candele accese non ci sono uomini di chiesa, c'è solo una statua di una madonna a cui rivolgere preghiere o insulti), mentre ieri bruciava, con riti ufficiali, le streghe.

L'anticristo (scritto da De Martino con Gianfranco Clerici e Vincenzo Mannino) resta comunque, se il discorso fatto fin'ora avesse depistato, un horror a tutti gli effetti. I mezzi economici a disposizione rispetto a L'esorcista sono imparagonabili, e il regista decide allora di puntare sull'inventiva e di approfittare di una bravissima Carla Gravina.

Particolari le inquadrature del corridoio con le statue affacciate quasi per vedere cosa si dicono, o fanno, le persone presenti, o per origliare quello che accade nella stanza chiusa di Ippolita. Altrettanto efficaci, e molto suggestive, le immagini di Carla Gravina posseduta e appollaiata sulla sua sedia a rotelle, o quelle finali sempre di lei al Colosseo sotto la pioggia. La giusta atmosfera aiutano a crearla anche le musiche di Ennio Morricone e Bruno Nicolai e la fotografia di Aristide Massaccesi.

Assolutamente da riscoprire.

*Non credo ci sia una parentela tra Alberto De Martino ed Ernesto De Martino l'etnologo autore del bellissimo libro sulla taranta salentina La terra del rimorso.

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