Roma a mano armata di Umberto Lenzi

Roma a mano armata è uno di quei film fondamentali nel suo genere principalmente per un motivo: qui si incontrano per la prima volta due icone, le due icone principali, con tutto il rispetto per Luc Merenda o Henry Silva, del poliziesco (o poliziottesco) italiano Maurizio Merli e Tomas Milian. Il primo specializzato nel ruolo del poliziotto che scavalca la legge, ricorrendo spesso alla violenza, pur di arrestare i malviventi, con sciampi dei superiori (Arthur Kennedy) e declassamenti conseguenti, il secondo invece sempre legato a personaggi di malviventi spietati, borgatari spesso con handicap fisici, destinati ad una fine trucida.
Fino a questo film attori e personaggi avevano avuto vite separate e di successo. Merli con la sua faccia inespressiva e le sue doti da stuntman, i suoi modi spicci da poliziotto proletario che non sopporta i malviventi, Milian con i suoi trasformismi e i suoi studi empatici verso la romanità genuina di strada.
Insieme non potevano che fare scintille e infatti così è stato, in tutti i sensi. Alla regia il maestro del genere Umberto Lenzi che scrive la sceneggiatura insieme a Dardano Sacchetti nel giro di una domenica pomeriggio mentre ascoltano La domenica sportiva, le musiche sono quelle inconfondibili di Franco Micalizzi. Maurizio Merli interpreta il Commissario Leonardo Tanzi legato con la giudice per minori Anna, interpretata dalla bellissima Maria Rosaria Omaggio. Nel corso di una complicata e sanguinosa indagine per arrestare un capo Marsigliese, Tanzi arriva a Vincenzo Moretto, un macellaio gobbo proprietario di un'automobile che con il suo mestiere non può umanamente permettersi. Tra scene violente, inseguimenti in auto e tra i tetti con altri personaggi, lo scontro finale tra i due sarà inevitabile. Proprio girando la sequenza finale sono sorti degli attriti tra i due attori per via del fatto che Milian, forse perché proveniva dalle scuole di recitazione americane dove ti insegnano che tutto deve sembrare il più vero possibile, picchiava veramente Merli che indignato si è allontanato dal set. La tensione tra i due per fortuna è durata solamente un giorno.

Indubbiamente tra i due personaggi il più interessante e riuscito e quello del gobbo che dietro l'apparenza innocua nasconde un'indole violenta, vendicativa e da leader, un po' come il Kaier Soze de I soliti sospetti. Visti gli ottimi risultati, anche di botteghino, l'anno successivo Lenzi, Merli e Milian ci riprovano con Il cinico, l'infame, il violento aggiungendo nel cast il grande John Saxon.

Ottimi caratteristi di contorno come Biagio Pelligra, Ivan Rassimov, Luciano Catenacci.

Antropophagous di Joe D'Amato

Non catalogabile in un genere preciso, Antropophagous è un film violento, onirico, angosciante e folle come il suo protagonista, che ancora oggi riesce a catturare per la situazione narrata e a disturbare per un paio di scene cult estreme censurate in parecchi paesi. La trama è semplice. Un gruppo di persone (tra le quali Tisa Farrow, già vista in Zombi 2, e Serena Grandi) raggiunge un'isola greca su una barca privata. Il posto sembra completamente disabitato, le uniche persone che vi abitano sono una ragazzina francese cieca e terrorizzata (una giovane Margaret Mazzantini) e una donna che prima evita la presenza dei turisti e poi viene da loro ritrovata impiccata. Questi pochi abitanti sono gli unici sopravvissuti a un pazzo cannibale che si aggira ancora da quelle parti.

Il mostro assassino (George Eastman, alias Luigi Montefiori, un personaggio/artista di cui dovremmo parlare più spesso), dalla faccia butterata, iniziarà ad uccidere uno ad uno il gruppo di ragazzi. Per loro sopravvivere sarà molto dura.

Al posto dei lontani luoghi selvaggi-esotici, dove si era soliti ambientare i vari cannibal movie, e Antropophagous in qualche modo a quel genere appartiene, Joe D'Amato decide di cambiare tutto e di avvicinare la narrazione in Europa, tra le strade bianche e strette tipiche dell'arcipelago egeo (anche se parecchie scene furono girate a Sperlonga in provincia di Latina). Invece della tribù che reagisce malamente all'invasione bianca, D'Amato/Massaccesi ci narra la storia, molto più malata, di un uomo che impazzisce dopo essersi cibato per necessità della sua famiglia. Efficaci le scenografie di Ennio Michettoni e gli effetti speciali di Pietro Tenoglio (La casa 3) realizzati per lo più camuffando il vero con il falso. Pellicola lowbudget (prodotto da Oscar Santaniello per la mitica Filmirage di Massaccesi) scioccante e disturbante, banale secondo il suo protagonista e cosceneggiatore Montefiori, non adatta per chi è di bocca buona, tutto sommato invecchiata bene. A suo modo ha fatto scuola.

L'anno dopo sempre Eastman e D'Amato girano Rosso sangue, falso seguito di Antropophagous.

Il profeta di Jacques Audiard

Due ore e mezza che scorrono così rapidamente non capitano così di frequente nelle scomode poltrone delle sale odierne (almeno da queste parti sono tutte così). Merito di Jacques Audiard regista e cosceneggiatore di Il profeta (Un prophète), gran premio della giuria al Festival di Cannes del 2009.

Dopo la storia del poliziotto che si finge carcerato di Cella 211, una storia di iniziazione di un giovane algerino (Tahar Rahim) che entra in prigione analfabeta, timoroso, sfruttabile, bisognoso di apprendere l'ABC della malavita se vuole continuare a vivere e ne esce radicalmente cambiato, delinquente formato e soprattutto libero finalmente di sostituire chi in tutti gli anni di galera lo ha sfruttato in cambio di protezione.

Niente più omicidi di pentiti omosessuali (per il senso di colpa il suo spirito accompagnerà il protagonista, un po' come in Un lupo mannaro americano a Londra) in cambio di protezione, cioè in cambio della vita, che equivale a dire mors tua vita mea. Anzi alla faccia delle minacce del sempre meno influente corso César Luciani (Niels Arestrup) sfruttare i lavoretti per lui per organizzare i cazzi propri, fino a dare le spalle all'anziano boss abbandonato da tutti, solo come un cane, bisognoso più lui del ragazzo che non il contario com'era all'inizio. Niente più sogni premonitori di investire un cervo. Perché a un certo punto il sogno si avvera, e i sogni, le ambizioni di potere che nascono se educati in certi ambienti, si realizzano: rinascere finalmente, riscattarsi dopo gli orrori visti, subiti e causati, arrivare al traguardo meritato della serenità e del potere, scalare la montagna fino a raggiungere l'agognata vetta, dare protezione al debole, a chi se la merita, senza sfruttamenti, senza necessariamente diventare come quelli che una volta lo comandavano con prepotenza applicando la politica del terrore. Una mosca bianca, un delinquente anomalo che prima di sorridere finalmente del calcio in culo dato al passato dovrà camminare sul filo del rasoio, tra corsi da una parte e fratelli algerini dall'altra, scegliendo alla fine le cose giuste: un'amicizia sincera e la sua identità etnica.

I magnifici tre di Giorgio Simonelli

Bonarios, un farabutto dittatore (Aroldo Tieri), tiene in pugno una città. Un suo infiltrato tra il popolo gli procura tre imbecilli che dovrebbero porre fine una volta per tutte alle proteste.

Come è facile immaginare il pugile Pablo (Walter Chiari), il contadino strabico Domingo (Ugo Tognazzi) e l'invalido José (Raimondo Vianello) riusciranno a cavarsela tra colpi di fortuna e manovre che lasciano intendere che almeno l'istinto di autoconservazione ce l'hanno. Contro ogni aspettativa contribuiscono alla fine della ditattura e trovano persino l'amore (Dominique Boschero, Anna Ranalli, Margaret Rose Keil). Ma un finale enigmatico lascia intendere che forse per i tre la dose di fortuna si è esaurita.

Parodia lampo de I magnifici sette (1960) scritta da Bruno Corbucci, Giovanni Grimaldi, Mario Guerra, Giulio Scarnicci e Renzo Tarabusi, e diretta da Giorgio Simonelli, I magnifici tre tra gag a volte riuscite altre no, giochi di parole e qualche doppio senso innocente (al giorno d'oggi, magari per l'epoca erano audaci se non scandalosi, chissà?), si regge soprattutto sulla recitazione di un trio di attori comici di prim'ordine (bravo anche Aroldo Tieri) palesemente affiatato e in sintonia.

La canzone Un uomo vivo è composta da Gino Paoli
Montaggio - Dolores Tamburini
Aiuto regia - Nick Nostro

Draquila (reprise)

Ma c'è anche da dire, a proposito di Draquila di Sabina Guzzanti, che molte sono le cose che mai sentirete in tv. Da Fazio, al tg 3 su SKY si è dato risalto al potere della Protezione Civile di scavalcare qualsiasi legge in caso di calamità naturali o di eventi speciali come il G8.
L'autrice neanche sotto tortura ammetterà che parecchi (tutti?) cameraman/giornalisti freelance ancora non vengono pagati per le riprese che compaiono nel documentario. Né mai spiegherà come mai ha tagliato dal montaggio finale i giovani pro Berlusconi/Bertolaso. Forse qui la risposta a favore della regista la posso dare io: forse la Guzzanti li ha omessi per illudere e illudersi che questo Paese è ancora salvabile? E come mai proprio lei che ha notato ed evidenziato il carattere chiuso e montanaro di noi aquilani, dopo le interviste ai vari terremotati se ne andava freddamente, come una ladra, lasciando ai suoi assistenti il compito di salutare e ringraziare gli intervistati? Spietatezza tipica di chi non guarda in faccia niente e nessuno pur di raggiungere il suo scopo finale che più che la denuncia pare essere il successo personale. Non guarda in faccia niente, senza morale ed etica, includendo così nel montaggio finale un pezzo che potrebbe costare il posto di lavoro ad un persona convinta che la telecamera fosse spenta.
Piccoli squali crescono?

Shadow di Federico Zampaglione

Il soldato David (Jake Muxworthy), di ritorno dall'Iraq, vuole dimenticare gli orrori della guerra andandosene in giro tra i boschi con la sua bicicletta e una tenda da campeggio. In un bar sperduto tra le montagne, due bracconieri (Chris Coppola, Ottaviano Blitch) importunano una ragazza (Karina Testa). David la difende e i due bifolchi per risposta iniziaranno a perseguitarli inseguendoli con una jeep e sparandogli contro. Ma all'orrore non c'è mai fine. Gatti e topi si ritroveranno presto nella stessa condizione di vittime a causa di un sinistro e muto individuo (Nuot Arquint, già visto ne Il divo di Paolo Sorrentino che il regista Federico Zampaglione ringrazia nei titoli finali) che li imprigiona per il gusto di torturarli.

Dopo un inizio non del tutto convincente, Shadow si riprende nella parte finale quando passa dal pericolo della morte iniziale alla rappresentazione della morte vera e propria e al suo sadismo nel tenere sospesi a un filo gli esseri umani. L'esistenza è spesso in bilico tra la vita e la morte, tra certezze (poche e spesso spiacevoli) e incertezze (tante) l'una dentro l'altra.

Metafora simbolica e metafisica riuscita piuttosto bene, Shadow non è certo un capolavoro ma fa già gridare al miracolo di una rinascita del cinema horror in Italia. Per scaramanzia aspettiamo di vedere almeno The Butterfly room (con Barbara Steele !!!) per capire se non si tratta di un caso isolato.

curiosità:

-il film dovrebbe essere ambientato da qualche parte nel Nord America o in centro Europa, eppure nel bar dove entra David all'inizio si legge la scritta "vietato fumare". La birra che il barista gli serve poi ha scritto sull'etichetta "birra".

Scontro tra Titani di Louis Leterrier

Quando di idee non se ne hanno più, il portafogli comincia a svuotarsi e occorre riempirlo meglio di prima, Hollywood, sempre più in crisi, cosa fa? Riempie di dollaroni un regista promettente e gli affida un compito tutto sommato facile facile: rifare un vecchio film divenuto col tempo un classico o un cult per cinefili.

Ecco il caso di Scontro di Titani (Clash of the Titans) diretto da Desmond Davis nel 1981 e rifatto da Louis Leterrier.

Il compito questa volta era più facile di altri. Il film di Davis non è tra quelli invecchiati bene, è divenuto nel tempo un prodotto di nicchia, famoso più che altro per essere l'ultimo al quale ha collaborato direttamente sua maestà Ray Harryhausen.

Gli effetti stop motion di Harryhausen sono sostituiti nel remake dalla computer graphica. L'imperfezione artigianale, irripetibile e unica del passo a uno al posto delle tecnologie odierne, spesso impersonali e piatte, malgrado gli occhialini 3D. Le differenze tra i due film non sono poi così tante: in Scontro tra Titani si dà maggiore risalto allo scontro tra il padre Zeus (Liam Neeson) e suo figlio Perseo (Sam Worthington) che male accetta la sua semidivinità (tanto per dire, anche Gesù spesso si comporterà così, almeno secondo il Nobel Saramago); lo scontro continua anche tra i fratelli Zeus e Ade (Ralph Fiennes); e si introduce il personaggio di Io (Gemma Arterton) l'amante di Zeus incaricata di proteggere Perseo. Sparisce l'atmosfera quasi onirica del film originale spazzata via dall' action asettica tipica dei blockbuster. I mostri da affrontare sono più o meno gli stessi, da Medusa al Kraken finale che nella mitologia greca però non esiste, semmai era il Ketos, ma si sa come funzionano certe cose. Chi si accontenta gode dicono certi. Se non siete tra quelli vi consigliamo Gli argonauti.

Ah, per un attimo fa capolino il gufo meccanico che nel film di Davis accompagna i nostri eroi.

Al via il festival di Cannes 2010, questi i film in programma

La giuria del 63esimo Festival di Cannes è composta da:

Tim Burton, presidente della giuria
Alberto Barbera (direttore del Museo del cinema)
Kate Beckinsale (attrice)
Emmanuel Carrere (scrittore)
Benicio Del Toro (attore)
Alexandre Desplat (musicista)
Victor Erice (regista)
Shekhar Kapur (regista)
Giovanna Mezzogiorno (attrice)

Questi i film in concorso (i titoli sono quelli originali):

Another year di Mike Leigh
Biutifum di Alejandro Gonzalez Inarritu
Copie conforme di Abbas Kiarostami
Des hommes et des dieux di Xavier Beauvois
Fair game di Doug Liman
Hors la loi di Rachid Bouchareb
La nostra vita di Daniele Luchetti
La princesse de Montpensier di Bertrand Tavernier
Lung Boonmee raluek chat di Apichatpong Weerasethakul
Outrage di Takeshi Kitano
Poetry di Lee Chang-Dong
Rizhao Chongqing di Wang Xiaoshuai
Schastye moe di Sergei Loznitsa
Szelid Teremtés: a Frankenstein terv di Kornél Mundruczo
The hausemaid di Im Sangsoo
Tournée di Mathieu Amalric
Un homme qui crie di Mahamat-Saleh Haroun
Utomlyonnye solntsem 2: predstoyanie di Nikita Mikhalkov

Selezione Un certain regard

Aurora di Cristi Puiu
Blue Valentine di Derek Cianfrance
Carancho di Pablo Trapero
Chatroom di Hideo Nakata
Film socialisme di Jean-Luc Godard
Hahaha di Hong Sangsoo
Hai sang chung qi di Jia Zhangke
Les amours imaginaires di Xavier Dolan
Life, above all di Oliver Schimitz
Los Labios di Santiago Loza e Ivan Fund
Marti, dupa craciun di Radu Muntean
O estranho caso de Angélica di Manoel De Oliveira
Octubre di Diego Vega e Daniel Vega
Pal Adrienn di Agnes Kocsis
R U there di David Verbeek
Rebecca H. di Lodge Kerrigan
Simon Werner a disparu... di Fabrice Gobert
Udaan di Vikramaditya Motwane
Unter dir die stadt di Christoph Hochhausler

Fuori competizione

Autobiografia Lui Nicolae Ceausescu di Andrei Ujica
Carlos di Olivier Assayas
Kaboom di Gregg Araki
L'autre monde di Gilles Marchand
Robin Hood di Ridley Scott (film di apertura)
Tamara Drewe di Stephen Frears
The tree di Julie Bertuccelli (film di chiusura)
Wall Street: money never sleeps di Oliver Stone
You wiil meet a tall dark stranger di Woody Allen

Proiezioni speciali

5 X Favela , por nos mesmos di registi vari
Abel di Diego Luna
Chantrapas di Otar Ioselliani
Countdown to zero di Lucy Walker
Draquila: l'Italia che trema di Sabina Guzzanti
Gilles Jacob l'arpenteur de la croisette di Serge Le Peron
Inside job di Charles Ferguson
La meute di Frank Richard
Nostalgia de la luz di Patricio Guzman
Over your cities grass will grow di Sophie Fiennes

Il mostro di Londra di Terence Fisher

È certamente riduttivo dire che tutto il cinema dell'orrore tratti del bene e del male, ma nel caso di un regista come Terence Fisher questa definizione sembra perfetta. Questo dualismo si manifesta nel suo cinema sia con due personaggi diversi e antagonisti sia con uno solo: Jekyll e Hyde che vivono la vita e la sessualità in maniera opposta, il licantropo di L'implacabile condanna che solo l'amore può salvare interpretato da Oliver Reed.
Nel film lo scienziato misantropo (Paul Massie), trasformatosi la prima volta in Hyde, scopre che la moglie (Dawn Addams) lo tradisce con il suo migliore amico (Christopher Lee), un giocatore incallito sempre coperto di debiti. Con le sembianze di Hyde si fa istruire dall'uomo sui piaceri della vita (in un locale fa a botte con Oliver Reed e intreccia una relazione con una ballerina interpretata da Norma Marla), ma la sete non si placa perché il suo scopo è quello di conquistare sua moglie, anche con la forza. Come sempre, bere la pozione diventa per Jekyll sempre più un'esigenza finché le trasformazioni non avvengono spontaneamente, segno che oramai la parte cattiva ha trionfato sulla buona.
Con Il mostro di Londra (The two faces of Dr. Jekyll) la Hammer abolisce il lieto fine che vede i buoni sopravvivere e i cattivi -loro malgrado- perire per trovare finalmente un po' di pace. Qui avviene esattamente il contrario, anzi accade di più. Scopriamo che la distinzione tra bene e male andrebbe rivista, che il male -sempre più diffuso- si nasconde dove non immaginiamo magari dietro un'immagine ingannevole. Hyde apre gli occhi: scopre un mondo borghese che gli somiglia tanto in cui un personaggio come Jekyll è fuori luogo, in minoranza. Lo sceneggiatore Wolf Mankowitz, allontanandosi dal racconto di Stevenson, per questi personaggi ipocriti riserva una fine amara per mano di un sempre più fuori controlllo Hyde destinato invece a finire i suoi giorni tormentandosi per quello che ha fatto. Non si salva nessuno, né c'è riscatto. Proprio perché troppo politico e melodrammatico, il film è stato un insuccesso al botteghino. Non un capolavoro ma se vi capita dategli un'occhiata.
!!!EXTRA!!!
Ecco cosa dice a proposito del film e delle produzioni Hammer, il regista della pellicola Terence Fisher:
!!!TESTO!!!
Un regista ha un controllo moto debole sui film a basso costo, e quelli della Hammer sono a costo relativamente basso. Bernard Robinson è un genio nel rimodernare i set, e il colore alza un po' il prezzo, ma non tanto. Giriamo in sei, otto settimane, diciamo 30 giorni. Robert Aldrich ha parlato di 28 giorni per Baby Jane, con una settimana di prove. Noi abbiamo avuto un giorno di lettura del copione per Jekyll, perché per caso gli attor erano disponibilie Michael Carreras ci teneva. Altrimenti, un personaggio può ucciderne un altro senza che gli attori si siano mai incontrati.
tratto da Hammer e dintorni (a cura di Emanuela Martini)

Cujo di Lewis Teague

A qualcuno è capitato sicuramente di incontrare un cane aggressivo che lo ha costretto a trovare rifugio in un portone, lo ha pietrificato dalla paura, oppure lo ha fatto correre come se posseduto da Usain Bolt.

Cujo è un cane San Bernardo che contrae la rabbia e -dopo aver fatto fuori il suo padrone (Ed Lauter) e un suo amico (Mills Watson)- assedia un auto con dentro una mamma (Dee Wallace) con il suo figlio piccolo (Danny Pintauro). Ad arrivare in loro soccorso, anche se a giochi ormai svolti, sarà il capofamiglia Vic Trenton (Daniel Hugh Kelly) deciso a ricostruire con sua moglie un rapporto logorato dalla scoperta dall'amante di lei (Christopher Stone).

Il montaggio parallelo che unisce le due storie nella parte finale si fa avvincente e carico di suspence raccontando da una parte l'assedio e dall'altra la lontananza (anche geografica) di Vic dalla famiglia in pericolo. Certo, da queste parti avremmo ridotto la faccenda della crisi famigliare per concentraci meglio sul cane assassino. Protagonista rimane comunque l'animale, prima affettuoso poi aggressivo. Un'idea semplice ed efficace che non invecchia mai realizzata piuttosto bene.

Dirige Lewis Teague, fotografa Jan De Bont il futuro regista di Speed e Haunting: presenze.


Tra i vari adattamenti dei romanzi di Stephen King questo è quello che più piace al diretto interessato, quello meno gradito, come si sa, è lo Shining di Stanley Kubrick. Contento lui...

Piccoli fuochi di Peter Del Monte

Tommaso (Dino Jaksic) è un bambino che, trascurato dai genitori borghesi (Carlotta Wittig, Mario Garriba), si è inventato tre amici immaginari (un re nano e sboccato, un drago piromane, un robot alieno) con cui passare le sue solitarie giornate. Finché non arriva Mara (Valeria Golino), la nuova tata , verso la quale si sente subito attratto. Per Tommaso è il momento di decidere: o i suoi amici o Mara.

Storia di formazione dai connotati sinistri, Piccoli fuochi fonde piuttosto bene, grazie alla sceneggiatura scritta dal regista Peter del Monte insieme a Giovanni Pascutto, il mondo di fantasia del piccolo protagonista con la realtà che lo circonda. Mara rappresenta la scoperta della realtà, della sessualità (si mostra con disinvoltura nuda davanti al bambino, fa sesso rumoroso con il suo ragazzo nella stanza affianco), ottimi motivi per dire addio al re, drago e alieno. L'attaccamento di Tommaso per la baby sitter, e il loro legame, si farà sempre più forte fino al punto che il bambino inizierà a vedere il suo ragazzo Franci (Ulisse Minervini) come un rivale da eliminare. Un briciolo di dubbio rimane fino alla fine, "Ha sognato quell'incedio o lo ha scatenato davvero?", anche se la risposta più razionale resta quella irrazionale, impensabile e inquietante. Così come c'è dell'assurdo nella reazione di Mara che prima fugge, disperata e spaventata, poi misteriosamente - dopo un'apparizione inaspettata- ritorna dal bambino. Forse anche questo fa parte delle fantasie di Tommaso e del suo bisogno di ribellarsi e crescere. Una sospensione che aumenta il fascino di questo film.

Danza macabra di Antonio Margheriti

Ancora Barbara Steele protagonista di un gotico italiano, questa volta diretto da Antonio Margheriti (come Anthony Dawson).

A Londra un giornalista (Georges Rivière) si reca in una locanda per intervistare il grande Edgar Allan Poe (Silvano Tranquilli). Lo scrittore in quel momento sta raccontando una delle sue storie spaventose a Lord Blackwood (Umberto Raho). Alan Foster, questo il nome del giornalista, si dichiara subito scettico verso il paranormale a cui Poe crede ciecamente. Lo scrittore infatti dice che i suoi racconti sono solo la cronaca di fatti accaduti realmente e non il parto della sua fantasia. Il giornalista perciò accetta la scommessa del Lord di passare quella notte nel suo castello maledetto. Ogni anno di quella notte tra il 1 e il 2 novembre, chi ci ha provato non è uscito vivo ed è ora sepolto nel cimitero della casa. Una volta arrivato nel castello abbandonato, al giornalista iniziano a capitare cose strane, orologi a pendolo ora fermi ora in funzione, porte che scricchiolano senza che ci sia vento o nessuno a muoverle, finché non le appare Elisabeth Blackwood (Barbara Steele), sorella del Lord della scommessa. Ma lei è solo il primo dei fantasmi che gli appariranno per rivivere (e fargli/farci vedere) le tragiche circostanze che portarono alla loro morte.

Danza macabra è un discreto tentativo di far coincidere il personaggio di Alan Foster con lo spettatore del film, che siamo noi. Entrambi incapaci di poter interagire, possiamo solo assistere allo svolgersi delle tragiche vicende scatenate quasi sempre dalla gelosia. Conosciamo così lo suo stalliere (Giovanni Cianfriglia ?) amante geloso di Elisabeth, Julia (Margarete Robsahm) innamorata da sempre della donna, il dottor Carmus (Arturo Dominici) scomparso da tempo, e altri personaggi. I ribaltamenti non finiscono qui: contrariamente ai film del periodo non ci sono buoni che sopravvivono e cattivi che vengono annientati, avviene anzi esattamente il contrario: è la morte ad avere la meglio sulla vita. Il tutto è farcito di ragnatele, tombe che si scoperchiano, gatti neri, quadri che si animano, ingredienti tipici del gotico all'italiana.Scritto da Sergio Corbucci e Giovanni Grimaldi, Danza macabra potremmo considerarlo una prova generale, cinque anni dopo con Contronatura Margheriti filmerà il suo capolavoro horror.

Altre locandine del film cliccando qui.

Draquila: l'Italia che trema in anteprima ieri a L'Aquila

Ne ha passato di tempo qui a L'Aquila Sabina Guzzanti per girare il suo Draquila: l'Italia che trema, docu-film che racconta di come il terremoto di un anno fa è stato vissuto da noi, e di come è stato gestito dal governo italiano. 700 ore di girato ridotti ad un'ora e mezza densa di spunti di riflessione indirizzati più agli italiani, forse, che a noi aquilani. Dentro l'affollatissimo tendone di Piazza Duomo di L'Aquila, mai stato così satollo di persone, l'attrice e regista ieri sera ha presentato in anteprima il suo lavoro. Si parla del terremoto per allargarsi però ad un discorso più amplio che ci ricorda, se ce ne fosse bisogno, in che Paese vivamo. E mica perché le calamità naturali così trequenti in Italia (se non è un terremoto si tratta di una frana, di un'eruzione, di un allagamento e via dicendo) vengono sfruttate dai soliti senza scrupoli per arricchirsi ridendo nel cuore della notte. Il discorso è molto più vasto. L'Aquila è solo un tragico esempio di quello che è diventato il nostro Paese. Per fortuna che è la Guzzanti a raccontarcelo con il suo solito mix sapiente di serietà e stemperate divertenti, indispensabili per mandare giù il boccone amaro.

Dai tempi di Viva Zapatero!, l'Italia è cambiata e in peggio: il controllo di Berlusconi è sempre più vasto, totale, sempre più affidato ad immagini falsate, alla professione della bugia, le sue mosse sono sempre più mirate al suo tornaconto e a quello della sua cerchia di eletti. Un controllo così ben studiato da convincere di vedere una sfera invece di un cubo. Ciechi, dunque, senza neanche più l'olfatto per sentire la puzza di fregatura. Un controllo così organizzato e perfezionato con gli anni, da far cadere in trappola una certa fetta del Paese e quindi degli aquilani. Da una parte c'è chi gli sarà eternamente riconoscente per essere ospite in un albergo della costa adriatica abruzzese o per aver ricevuto la casetta di legno (costata uno sproposito utilizzando soldi pubblici ed espropriando i terreni dove costruirle ai piccoli possidenti ma non alla Chiesa*). Dall'altra, e per fortuna, i numerosi comitati di protesta nati insieme alle prime tendopoli e banditi all'interno delle stesse per volere della Protezione Civile, contraria, come il Premier B., ad ogni forma di controllo o di contestazione al suo operato. Esiste un solo controllo: il Loro, esiste una sola verità ed è quella che ti dicono Loro. Questo è il ritratto -solito, se vogliamo- che esce fuori del nostro Paese. Il terremoto a L'Aquila è stato per Berlusconi il suo pretesto per rilanciarsi, per trasformare il Dipartimento di Protezione Civile (organizzatore unico non solo degli aiuti in caso di calamità naturali ma anche di tutti i grandi eventi che avvengono in Italia) in una società per azioni, un passo in fin dei conti brevissimo fermato solo dagli scandali emersi legati proprio alla Protezione Civile. Approfittando della tragedia, sperperando soldi pubblici, Berlusconi ha organizzato il suo capolavoro (per ora) dove inscenare una serie di falsi miracoli culminati con il G8 a L'Aquila e con le varie inugurazioni delle case di legno simili in maniera preoccupante a della televendite vere e proprie. L'Italia, e L'Aquila ne è una prova, è fatta a immagine e somiglianza di Berlusconi, meglio, a uso e consumo di Berlusconi. Diceva bene a tale proposito il fratello Corrado Guzzanti nei panni di Rutelli -L'Italia non è né di destra né di sinistra, l'Italia è di Berlusconi-. La sua strategia avvelena una parte ma fa dormire contenta e tranquilla l'altra, inquietantemente sempre più numerosa. La critica all'Italia della Guzzanti rimbalza naturalmente su quegli aquilani abbagliati dallo spendore del nulla.

Draquila è un lavoro onesto, obiettivo per quanto possibile, che conferma la bravura di Sabina, la sua curiosità, il suo non saper stare a certe regole imposte, l'indipendenza della sua testa sempre ricca di spunti di riflessione.

Il film sarà distribuito in tutta Italia tranne che....indovinate...a L'Aquila! Ma non per decisioni partite dall'alto. Questa volta il responsabile è l'esercente dell'unico cinema aperto in città offeso del fatto che l'anteprima si è svolta in Piazza Duomo e non nei suoi locali. «Una reazione da vero aquilano» ha commentato la Guzzanti tra gli applausi dimostrando che in tutti questi mesi ci ha studiato e capito molto bene.

Notizia dell'utim'ora: il film è uscito anche a L'Aquila. Meno male che la Movieplex ci ha ripensato.

Tra le tante testimonianze divertenti che la Guzzanti ha raccolto ce ne una che ha piegato dalle risate il tendone. Una combattiva vecchina racconta di quando la Protezione Civile voleva portarla in una specie di ospizio. Lei non ci voleva andare e ha chiesto al volontario: -Ma tu ce l'hai tua madre?- -Sì- risponde quello -Beh, allora portaci mammeta-

Milano calibro 9 di Fernando Di Leo

Finire quello che si era cominciato tempo prima, oppure ricominciare daccapo. Non si capisce bene quale delle due opzioni abbia scelto Ugo Piazza, forse come accade di solito, la verità sta a metà strada.

Tra i tanti personaggi inventati dal poliziottesco all'italiana, quello di Ugo Piazza (Gastone Moschin) è uno dei più insoliti e originali. È un delinquente atipico in quanto non violento se non per necessità, ha un codice morale, sembra un fesso ma forse non lo è. Appena uscito di galera viene avvicinato dai suoi ex soci che pretendono da lui, per conto del boss soprannominato L'americano (Lionel Stander), i 300.000 dollari spariti dopo un lavoro fatto anni prima. Piazza dovrà faticare per convincerli del contrario, per perseguire i suoi scopi, per andare incontro ad un destino prevedibile e per questo ancora più tragico, perché scopo e destino non vanno mai nella stessa direzione. Sarà combattuto tra l'amicizia con Chino (Philippe Leroy) e Don Vincenzo (Ivo Garrani) e l'essersi venduto ai loro nemici, la gang dell'Americano. Ma fa parte del suo piano, questo è il suo gioco e nel gioco bisogna prima o poi rischiare qualcosa. Riallaccia la relazione con la spogliarellista Nelly (Barbara Bouchet) che pare essergli rimasta fedele in tutti questi anni. Sarà pedinato dalla polizia comandata da un commissario (Frank Wolff) dai modi spiccioli vecchio stile, che è l'esatto opposto del suo nuovo vice (Luigi Pistilli) dalle idee antiviolente e di sinistra*. Ma la cosa più difficile, per arrivare al suo scopo, rimane quella di guadagnarsi la fiducia dell'Americano e dei suoi scagnozzi capitanati da Rocco (Mario Adorf). Proprio con Rocco il rapporto si evolve: da un odio iniziale reciproco, si arriva al rispetto, ma ne deve costruire di strade tortuose per arrivare anche a quella (inaspettata?) evoluzione. Resterà perennemente tra due fuochi, solitario nelle sue manovre eppure pronto a prenderci le botte per aver disubbidito all'ordine di uccidere gli amici Chino e Don Vincenzo.

Ispirato ai racconti di Giorgio Scerbanenco, Milano calibro 9, primo film di una trilogia di Fernando Di Leo, lascia un amaro in bocca difficile da togliere perché ci rende consapevoli che non sempre si ha il potere di cambiare le cose: chi nasce ladro non può morire pulito.

-Nel film ci sono due particolari che possiamo ritrovare ne Il grande Lebowski: l'idea che i famigerati 300.000 dollari in realtà non ci siano mai stati, una vera trappola dell''Americano che voleva così sbarazzarsi di Piazza. E la scena ambientata nel bowling. Sono solo coincidenze?
-I battibecchi politici tra Frank Wolff e Luigi Pistilli dovevano essere tagliati nel montaggio finale, perché distoglievano l'attenzione dalla storia principale, ma l'ottima prova dei due attori convinse Di Leo ad inserirli ugualmente.

Iron man 2 di Jon Favreau



Non delude le aspettative il secondo capitolo di Iron Man, restando fedele alla sua linea casciarona che si concede parecchie libertà rispetto ai fumetti a cui si ispira. Si apre come si chiudeva il primo episodio con Tony Stark (Robert Downey Jr.) che in una conferenza stampa dichiara di essere Iron Man. La sua armatura fa ora gola a tutti ma il nostro non la concede a nessuno essendo oramai passato dal lato oscuro di venditore di morte a paladino della pace che rinnega il suo passato. Questo cambio di direzione non va giù a Ivan Vanko (Mickey Rurke), un fisico rancoroso nei confronti della famiglia di Stark. Il russo, in un laboratorio attrezzato alla meno peggio, realizza una micidiale frusta sfruttando la tecnologia contenuta nella corazza di Iron Man. Ma questa è solo una delle sue preoccupazioni. Tony Stark/Iron Man è un uomo incredibilmente egocentrico, problematico, e l'uso continuo dell'armatura sommato al congegno che gli tiene in vita il cuore sta intossicando sempre più il suo sangue. Continuano i battibecchi, il sovrapporsi delle loro voci, con la segretaria Pepper (Gwyneth Paltrow), che mal celano un amore non dichiarato tra i due, sentimento destinato, per forza di cose, ad evolversi. Esce fuori un messaggio inedito del padre di Stark che aprirà ancora di più gli occhi sul trasformato Tony. A complicare ulteriormente le cose ci sono anche un rivale costruttore di armi (Sam Rockwell), pronto a tutto pur di avere la tecnologia dell'armatura; l'esercito e il governo americani; la rottura con il suo amico Rhodey (Don Cheadle), e una società segreta, che controlla l'operato delle Stark Industries, capitanata da un uomo con una benda su un occhio (Samuel L. Jackson) aiutato da una insospettabile spia (Scarlett Johansson) che Stark ha assunto da poco come nuova segretaria. A sceneggiare l'attore e sceneggiatore Justin Theroux qui al suo secondo script dopo Tropic Thunder. Sul film non c'è molto da dire: in Iron Man 2, diretto ancora da Jon Favreau, tutto scorre piuttosto bene tra intrattenimento puro e qualche accenno profondo, c'è qualche intoppo di logica ma poco importa nel cinema pop dei blockbuster, basta solo fare in modo che la fine sia un arrivederci e non un addio, e a tale proposito aspettate la fine dei titoli di coda. Protagonisti del terzo episodio saranno I Vendicatori.

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