Annunciato il prequel di Alien

Sono passati poco più di trent'anni dall'uscita di uno di quei pochi lavori che ha cambiato per sempre i connotati del cinema di fantascienza. Nel 1979 sugli schermi del mondo si proiettava Alien di Ridley Scott. Mai il cinema di fantascienza, e non solo quello, era stato prima così claustrofobico, mai una caccia all'uomo aliena più crudele. A combattere contro l'impossibile, in un luogo dove se urli non ti sente nessuno, alla fine resterà solo una donna.

Dopo tre sequel, che solo in pochi casi hanno fatto storcere il naso agli appassionati, pare giunto il momento di chiudere in qualche modo il cerchio, un po' come era accaduto con la vecchia saga di Nightmare. Ridley Scott ha annunciato infatti il suo interesse verso il prequel di Alien, da realizzare in 3D. Essendo un prequel, raccontando cioè gli antefatti al primo Alien, non ci sarà Sigourney Weaver ma comunque resterà come protagonista una figura femminile, molto cazzuta immaginiamo. Quello che è certo, per ora, è che dietro la macchina da presa ci sarà proprio Ridley Scott e che il progetto sarà diviso in due parti, un po' come in Kill Bill. La Weaver forse la si vedrà nel terzo Ghostbusters diretto ancora una volta da Ivan Reitman.

La città verrà distrutta all'alba di Breck Eisner

La netta separazione tra fortunati e non, tra semplici pedine ed esecutori di ordini -pedine a loro volta perché eseguono senza libera scelta, senza sapere lo scopo delle loro azioni-, dipingendo così varie umanità che in comune hanno proprio l'annullamento del loro libero arbitrio, sono alla base del remake di La città verrà distrutta all'alba (The crazies) firmato da Breck Eisner.

La situazione e lo spirito (la sceneggiatura è firmata da Scott Kosar e Ray Wright) sono simili a quelli del film omonimo di George A. Romero. La falda acquifera viene contaminata da un virus sperimentale che fa impazzire la gente.
David è lo sceriffo, eppure la sua posizione non conta nulla per l'esercito accorso per isolare la piccola città, è uno come gli altri, un potenziale altro che in quanto tale non può essere d'aiuto. Sua moglie Judy è incinta, Russell è il suo vicesceriffo, Becca è un'amica di Judy. Cercheranno di rimanere uniti e di non perdere il controllo. Ma ancora più simili l'un l'altro sono i militari, uniformi nelle loro uniformi, sempre nascosti, invisibili e silenziosi, pronti a distruggere tutto, nemici, prove, sospetti, errori altrui, troppo simili maledettamente simili ai mostri che combattono.

curiosità: la donna in bicicletta all'inizio del film è Lynn Lowry, la Kathy del film originale diretto da Romero.

La città verrà distrutta all'alba di George A. Romero

Pessimista come La notte dei morti viventi, se non peggio, è La città verrà distrutta all'alba (The crazies) sempre per la regia di George A. Romero. C'è ancora un contagio ma invece che in zombies, trasforma le persone in pazzi scatenati pronti ad ammazzare (un po' come avverrà nel filmaccio Bloodeaters). L'esercito isola la città contaminata ma non è in grado di risolvere la questione se non con la violenza, la scienza fa quel che può ma trova molti ostacoli primo fra tutti una burocrazia da stato di emergenza che invece di semplificare certi percorsi li complica ancor di più. Un'epidemia trasmessa da un virus sperimentale finito per errore nelle tubature dell'acqua potabile, dunque imprevista (ma fino a un certo punto) che coglie i più di sorpresa facendogli improvvisare i primi interventi. Ma la situazione ben presto peggiora. L'esercito, riconoscibile con le sue tute bianche e le sue maschere nere, raggruppa tutti gli abitanti della città in una scuola, rastrella le case e uccide chi si ribella all'isolamento forzato. Sembra proprio che la speranza si sia fatta da parte, persino un prete lo capisce e si dà fuoco. Subito dopo un gruppo di contagiati assale ed uccide un gruppo di militari. Sembrerebbe una vera guerra tra chi esegue l'ordine di non far uscire vivo nessuno e chi più o meno pazzo decide di disubbidire allo stato di quarantena obbligatoria. I crazies sono normali cittadini che uccidono solo se costretti, anche il marito all'inizio del film magari era esasperato da anni dalla sua famiglia. Questi pazzi, un po' come ne Il demone sotto la pelle, tirano fuori le loro pulsioni represse da tempo, come il padre che tenta di violentare sua figlia Kathy (Lynn Lowry), o come Clank (Harold Wayne jones) che da militare non ha avuto mai il coraggio di uccidere mentre da civile lo fa con facilità e sadismo. La soluzione, o meglio l'arma, che l'esercito incapace tira fuori alla fine, lavandosene le mani, la dice tutta sul pensiero di Romero per il presidente Nixon il quale infatti non apprezzò.

Romero compare nel film in due ruoli lampo.

L'orribile segreto del dottor Hichcock di Riccardo Freda

L'orribile segreto del dottor Hichcock si inserisce nel filone nascente del gotico italiano con una storia originale e malata raccontata con un uso eccezionale delle luci e del sonoro, insomma un piccolo capolavoro del genere.


Bernard Hichcock (Robert Flemyng) è un chirurgo di chiara fama inventore di un anestetico e con il vizietto incontrollabile della necrofilia. Margharetra (Maria Teresa Vianello) è sua moglie. Ogni sera si fa addormentare dal marito, ma non perché sia malata, lo fa per amore suo, perché lui solo così si eccita. Ma un giorno qualcosa va storto e Margharetra ci rimette la vita. Il luminare è distrutto ma dopo dodici anni torna sul luogo del delitto con una nuova moglie. La casa in tutti questi anni è stata custodita dall'anziana governante Martha (Harriet Medin). Cynthia (Barbara Steele), la sua nuova moglie, inizia ad avvertire da subito una presenza nella casa, ma di chi si tratta? Esiste realmente una sorella matta di Martha che si aggira per la villa o è solo un suo racconto per nascondere qualche verità sconcertante? Magari conta anche il fatto che Cynthia esce da un ricovero in una casa di cura psichiatrica e cha la sua quindi sia più che altro suggestione. In realtà si tratta del classico raggiro nei confronti della povera e bella Cynthia. Due complotti in verità, quello sulla presenza nella villa fattole da Martha e quello sugli strani comportamenti del marito sempre più freddo con sua moglie e sempre pronto a tirare fuori l'ago anche se si accusa solo un mal di testa. Cospirazioni che quando le racconti in giro vengono prese con le pinze se non con un secco scetticismo anche se alla fine qualcuno che crede nell'assurda storia narrata c'è sempre, ecco infatti Kurt (Silvano Franquilli), un giovane medico nello staff del luminare pervertito. Sì perché Hitchcock alla vista di una giovane donna morta (ma anche dormiente perché quello che lo eccita probabilmente è l'immobilità) non ci vede più, anzi inizia a vedere tutto rosso e la sua faccia si trasforma.

Diretto dal vero padre dell'horror italiano Riccardo Freda (come Robert Hampton), L'orribile segreto del Dottor Hichcock è una delle pellicole che meglio è riuscita a creare ed amalgamare gli ingredienti del gotico italiano (il film è scritto da Ernesto Gastaldi) fatto di case sinistre, temporali, finestre che sbattono e tende che svolazzano, apparizioni, cripte, stanze nascoste, fantasmi che ritornano.

Non ci sono dei veri mostri, dei mostri orribili... se non nella natura umana. È l'eudcazione, la civiltà, cioè la paura, che ci impedisce di liberare la nostra vera natura. Credo che sia interssante fare film cole L'orribile segreto del dottor Hichcock dove l'eore è allo stesso tempo un grande chirurgo, un rispettabile professore universitario e un necrofilo. Il che non è così raro come si potrebbe credere (...). Fare film su tali mostruosità, non mostri marziani o animali giganteschi, ma mostri in qualche modo umani, mi sembra molto più interesssante delle vicende di Frankenstein.

Riccardo Freda*

Sempre Freda dirige l'anno dopo il seguito di questo film, Lo spettro con Elio Liotta al posto di Flemyng.

* Teo Mora, Storia del cinema dell'orrore vol 2, Fanucci, p. 193

La casa 3 di Umberto Lenzi

Titolo invecchiato piuttosto male, La casa 3 del maestro Umberto Lenzi (si firma Humphrey Humbert) lo vidi la prima volta al cinema al momento della sua uscita. Avevo da poco compiuto i 14 anni necessari per poterlo vedere, ne uscii parecchio spaventato. A rivederlo oggi a prevalere più che la paura sono le risate.
A produrlo con pochi soldi la Filmirage di Aristide Massaccesi, responsabile tra le tante cose dell'esordio di Michele Soavi con Deliria. La casa 3 (all'estero è stato venduto come Ghosthouse) esce con questo titolo approfittando del successo dei due cult di Sam Raimi, ma i punti in comune finiscono lì. Lenzi preferisce attingere più che altro alla nostra tradizione cinematografica gotica, fatta di spettri tormentati e tormentatori che si aggirano in luoghi abbandonati, con porte che inspiegabilmente scricchiolano e finestre che si aprono facendo svolazzare le tende, con fanciulle indifese che si aggirano per l'abitazione spaventate e maschi coraggiosi vogliosi di capire perché succede quello che succede.
Qui è il fantasma di una bambina (Kristen Fougerousse) a terrorizzare e uccidere gli sfortunati perché sotto l'influsso di un pupazzo malefico. Salti sulla sedia, almeno oggi, non ce ne sono affatto. Oggi come oggi risulta poco spaventoso un film come Nightmare on Elm Street di Wes Craven, figuriamoci La casa 3. Alcune immagini però non sono niente male, come la testa dentro la lavatrice, o le varie apparizioni del fantasma di Henrietta accompagnate da una ossessiva nenia composta da Piero Montanari. A proposito di questo, il buon Lenzi non lo ammetterà mai, ma la sua Henrietta non può non ricordare un altro fantasma bambino, quello di Melissa nel capolavoro di Mario Bava Operazione paura. Questo sì che spaventa ancora, se non altro per la tecnica.

Gli invasori spaziali di William Cameron Menzies

David (Jimmy Hunt), il protagonista di questo film, è un ragazzino che una notte viene svegliato da dei lampi misteriosi. È in corso un temporale eppure il giovane si affaccia alla finestra e vede un disco volante scomparire dietro la collina vicino casa sua. Sveglia suo padre George (Leif Erickson) e sua madre Mary (Hillary Brooke) per raccontargli quanto ha appena visto. Il padre gli promette, per tranquillizzarlo, che non appena farà giorno andrà con lui a controllare. Una volta rimesso a letto il piccolo, preoccupato per il suo stato di agitazione, esce di casa e si reca sul luogo in cui il figlio dice di aver visto l'UFO sparire.
Il mattino dopo George, che di mestiere fa l'ingegnere occupato al momento in un esperimento militare top secret, ancora non ritorna a casa. La moglie preoccupata chiama due poliziotti i quali recatosi sul luogo scoprono una sua scarpa. Nel frattempo George torna a casa. Appare subito ombroso, scontroso, irritabile, David nota sulla sua nuca una piccola ferita. Intanto Blaine e Jackson (Charles Cane, Douglas Kennedy), i due poliziotti, cadono in una voragine che si è aperta nel terreno, dopo un po' tornano a casa della famiglia McLean anch'essi con una personalità piatta, distante, che non lascia trapelare emozioni.
Il ragazzino inizia a capire, va dal capo della polizia Barrows (Bert Freed) e scopre che anch'egli è stato contagiato. Viene trattenuto in questura e in attesa dell'arrivo dei genitori parla con una psicologa, la dottoressa Blake (Helena Carter), la quale in buona fede crede al piccolo. I due contatteranno una conoscenza di David, l'astronomo Stuart Kelston (Arthur Franz), il quale grazie alle sue conoscenze contatterà l'esercito americano che riuscirà a venire a capo della situazione.


Con Gli invasori spaziali (Invaders from Mars) per la prima volta gli alieni, che qui sono cattivi, si "travestono" da umani per conquistare la Terra. Meglio, ci troviamo di fronte a uno strano ibrido tra la paura dell'invasione per mezzo di avanzatissime tecnologie e la paura che l'arma usata dagli invasori sia quella del camuffamento, della copia, della sostituzione, dell'annientamento della personalità.
Il nemico qui si nasconde sottoterra, rapisce chi capita, gli impianta un piccolo trasmettitore che lo comanda a distanza e una volta usato lo uccide provocandogli una emorragia cerebrale.
A capo di questa invasione c'è una testa sottovetro e un gruppo di esseri dalle movenze scimmiesche.

Il protagonista che non viene creduto ritornerà anche in altri film. Qui è un bambino ed è proprio questa scelta l'arma vincente del film di William Cameron Menzies, anche perché senza volerlo dà una spiegazione tutto sommato convincente su quello che c'è alla base della psicosi da invasione nascosta, metafora ricordiamolo della guerra fredda: una mentalità infantile che inventa problemi dove non ce ne sono, o che li usa per nascondere quelli reali.
Gli invasori spaziali è il classico film il cui le forze armate sono le uniche in grado di ostacolare il progetto alieno grazie alla collaborazione di normali cittadini ma soprattutto grazie al coraggio e all'intelligenza dei suoi uomini in grado di sparare al momento giusto.

Il quegli anni nascono negli USA le prime riviste di fantascienza. La pellicola soddisfa proprio questo bisogno. Si tratta dunque di una operazione commerciale fine a se stessa che accontenta un mercato sempre più in crescita ma che non affronta coscientemente una analisi sociale sui motivi alla base di tale mania.

A guardarlo oggi molte cose possono risultare risibili, come la lezione che Kelston dà alla dottoressa Jackson, un po' ignorante in materia di astronomia. Eppure il film merita rispetto per molte idee che abbozza e che altre pellicole come il più celebre Il villaggio dei dannati (1960) di Wolf Rilla approfondiranno, come quella dei bambini posseduti dalle forze aliene. Anche la piccola Kathy (Janine Perreau,) cade nella buca e torna cambiata come gli altri.
Nella pellicola, nonostante il budget non elevato, si decide di mostrare con chiarezza gli alieni, cosa che va in controtendenza con i film del periodo che preferivano mostrare gli esseri provenienti dagli altri pianeti il meno possibile, non solo per accrescere la paura lasciando all'immaginazione dello spettatore solo una vaga idea della creatura, ma anche per nascondere la povertà del film.

Curiosità:

Il film (rifatto negli anni '80 da Tobe Hooper) doveva essere girato in 3D ma per un disguido fu girato tradizionalmente. A causa del budget non proprio alto si dovette ricorrere spesso all'ingegno, come nel caso dei bubboni all'interno della caverna aliena realizzati con dei profilattici. Dopo molti ciak sbagliati o insoddisfacenti si dovette eliminare dal cast del film Cricket, il cane di David.

Altre locandine e foto del film cliccando qui.

Assassinio al cimitero etrusco di Sergio Martino

Diciamolo subito e togliamoci il pensiero, Assassinio al cimitero etrusco è uno dei gialli italiani più confusionari, dispersivi, noiosi e involontariamente comici che mi sia capitato di vedere, e dispiace perché dietro la macchina da presa c'è Sergio Martino un regista che con il genere (e sempre con Ernesto Gastaldi alla sceneggiatura) ci aveva regalato lavori decisamente migliori e che qui si firma per la prima e unica volta, credo, Christian Plummer.

Joan (Elvire Audray) è a New York e parla a telefono con suo marito archeologo (John Saxon) in Italia, durante la conversazione lui fa appena in tempo a riferirle di aver fatto una scoperta sensazionale che muore in modo truce. Giunta sul posto accompagnata da un amico (Paolo Malco), Joan si ritroverà invischiata in una complicata vicenda fatta di reincarnazioni, esoterismo e droga, mentre i morti ammazzati, con la stessa modalità del marito, vale a dire con la testa girata di 180°, si susseguono.

Assassinio al cimitero etrusco in parte si riscatta nel finale ma è davvero troppo poco per salvare la pellicola. Oramai il periodo d'oro del genere si andava esaurendo, il ferro si era raffreddato e consapevoli di questo sembra che tutto sia stato fatto controvoglia o che si trovi fuori luogo. Fuori luogo ci sembra innanzitutto l'attrice protagonista Elvire Audray ma non perchè lo richieda il ruolo; svogliate, riciclate (da scarti precedenti?), anzi peggio scopiazzate, sono le musiche del grande Fabio Frizzi. Insomma un film che si può tranquillamente evitare.

Da segnalare la presenza di Claudio Cassinelli, piuttosto ricorrente nei film di Sergio Martino.

Non si deve profanare il sonno dei morti di Jorge Grau

Edna (Cristina Galbo) fa retromarcia con la sua auto e danneggia la motocicletta di George(Ray Lovelock, in un ruolo simile a quello già affrontato ne Il delitto del diavolo). Da questo banale incidente iniziano per i due i guai seri. Scoprono infatti per caso un insetticida a onde elettromagnetiche che oltre a far fuori gli insetti fa ritornare in vita i morti.

George e Edna soli contro tutto, contro i vivi prima che con gli zombies. Contro una potente multinazionale sicura dell'infondatezza delle loro accuse, avversari della polizia scettica anzi accusatoria di essere loro, hippie e drogati, la causa di alcune morti, contro i morti viventi che iniziano a resuscitare dal cimitero e dall'obitoro dell'ospedale.

Non si deve profanare il sonno dei morti (da noi è uscito anche come Da dove vieni?) è un film disperato in cui non v'è traccia d'ironia.

Produzione ispanico-italiana sceneggiata dagli italiani Sandro Continenza e Marcello Coscia e diretta da Jorge Grau, la pellicola vanta gli effetti makeup di Giannetto De Rossi, un nome una garanzia, fido collaboratore di Lucio Fulci nei suoi lavori migliori a cavallo tra gli anni '70 e '80.

La scena con la botola della cripta che si chiude secondo me è stata omaggiata da Pupi Avati nel suo Zeder.

Cella 211 di Daniel Monzón


Juan Oliver (Alberto Ammann) inizia l'indomani a lavorare come secondino in un carcere di quelli tosti. Per fare una buona impressione su colleghi e superiori si presenta con un giorno di anticipo sul posto. Sfortuna vuole che proprio in quegli attimi i detenuti, capitanati da Malamadre (Luis Tosar), inizino una rivolta. Per sopravvivere Juan fingerà di essere un detenuto appena arrivato.


Un collega all'inizio gli ricorda: -Non scordarti mai da che parte stai- ma per lui è diverso. Per Juan Oliver è necessario recitare il ruolo di detenuto se vuole tentare di sopravvivere. Poi tutta una serie di eventi (tragici e personali, pur riguardando una sfera collettiva e pubblica) gli fanno cambiare posizione, idee, coscienza, visione della vita, mentre le difficoltà per mantenere il suo segreto aumentano, rendendo sempre più sopsettosi alcuni detenuti ma non il loro leader Malamadre, anzi tra Juan e Malamadre c'è rispetto, l'inizio di un'amicizia, il che rende ancora più complicato i ruoli di entrambi, del capo carismatico e del'infiltrato suo malgrado. Ma oramai Juan è in gioco, e nel gioco perde parecchio, anzi tutto e rimasto senza niente, non avendo quindi null'altro da perdere, fa un salto coraggiosissimo, che aumenta ancora di più i legame tra i due rendendolo quasi indissolubile, nonostante le carte oramai scoperte e i ruoli quasi ribaltati.

Cella 211 (Celda 211) è un film assolutamente da vedere, teso e compatto, basti pensare alla scena della ricetrasmittente cercata da tutti i detenuti, ma che in fin dei conti parla di debolezze e di bassezze umane, di prese di coscienza sofferte e di come queste possono portare in un baleno a compiere scelte impensabili, dei veri e propri salti nel vuoto quando la vita non è più sentita e vista come una vita.

Aenigma di Lucio Fulci

Nonostante un budget risicato Aenigma (produzione italo-slava) dimostra ancora una volta il talento di quel grande maestro che è stato Lucio Fulci.

Kathy (Milijana Zirojevic), zimbello delle sue compagne di college per avere una madre ritardata, finisce in coma dopo un crudele scherzo. Nonostante il suo stato vegetativo si impossessa della mente di Eva (Lara Lamberti), una ragazza appena arrivata nella scuola, iniziando così la sua vendetta.

Pur ispirandosi a tre film precedenti di successo (Carrie, Patrick, e Suspiria), Fulci se ne allontana subito per proporci la sua personalissima poetica fatta di situazioni assurde e oniriche, in cui la violenza esplode senza pietà.

L'idea di base comunque, come spesso capitava nel suo cinema, e più in generale in quello di tutti i grandi autori, nasce da un'esperienza personale. Durante un lungo ricovero in ospedale, un paziente gli raccontò che quando fu dato per morto per alcuni minuti ebbe la sensazione che il suo spirito si allontanasse dal suo corpo volando a mo' di insetto.

Morti bizzarre e violente (effetti speciali di makeup curati da Giuseppe Ferranti, ottici/fotografici dallo stesso Fulci) come quella del professore di ginnastica, complice delle ragazze nello scherzo che risultò fatale per Kathy, che resta ucciso dal suo doppio uscito da uno specchio, come quella della ragazza soffocata da un'orda di lumache, per finire con l'uccisione per mano di una statua che prende vita. Morti assurde e colte (la sceneggiatura l'ha scritta insieme a Giorgio Mariuzzo) visti i rimandi a Patricia Highsmith, Poe, Molière e Merimeè.

Insomma, rimaneggiando il promo della radio più indipendete d'Italia, se pensi che il cinema horror sia solo intrattenimento, fratello sei fuori strada.

Il ritorno degli zombi di Charles McCrann

Non lasciatevi ingannare dal titolo italiano, come al solito fuorviante, perché di zombies ne Il ritorno degli zombi non ce n'è traccia.

Per fermare un gruppo di coltivatori/spacciatori di marijuana il governo ordina di spargere un erbicida ancora non completamente testato. Chi lo respira, dall'aviatore che lo lancia agli spacciatori, si trasforma in un pazzo assassino cannibale, chi resta vittima degli omicidi però non si trasforma in uno di loro, muore e basta. Il tutto avviene tra boschi e sottoboschi, con poveretti che si trovavano lì per caso, e un paio di federali che arrivano sul posto per capirci qualcosa e rimediare (leggi nascondere tutto).

Scritto, prodotto, diretto, montato e interpretato dallo sconosciuto Charles McCrann (dopo questo film è sparito dalla circolazione), Il ritorno degli zombi (in originale Bloodeaters) passerebbe nel dimenticatoio se non fosse per la presenza di John Amplas l'attore amico di George A. Romero protagonista principale del suo cult Martin.
Da evitare a meno che non avete problemi a prendere sonno.

La rivolta delle gladiatrici di Steve Carver e Joe D'Amato

Quando le donne prendono il comando della situazione, perché stufe di subire, esce fuori qualcosa come La rivolta delle gladiatrici (The arena, Naked Warriors), pellicola tutta al femminile che narra di un gruppo di schiave, tra le quali spicca una giovane Pam Grier, che si ribellano al loro destino di gladiatrici di giorno e puttane di notte e guidano una sanguinosa sommossa contro lo stronzissimo potere romano. Alla fine saranno in pochissime a conquistarsi la libertà.

Girato da Steve Carver (per le scene parlate) e da un non accreditato Arisistide Massaccesi/Joe D'amato (per le scene d'azione), prodotto da Mark Damon (il quale sul set del film conosce la sua futura moglie Margaret Markov interprete della gladiatrice Bodicia), La rivolta delle gladiatrici per il mercato americano fu rimaneggiato, si dice, dal giovane Joe Dante allievo di Roger Corman coproduttore della pellicola.

Che dire del film: dignitoso peplum low budget con una Pam Grier supertettuta regina delle emancipazioni e delle ribellioni in nome della sacrosanta libertà, una specie di Spartacus al femminile che forse farà (o ha fatto) storcere la bocca alle femministe.

Rifatto nel 2001 da Timur Bekmambetov.

Qui altre locandine del film.

Tentacoli di Ovidio G. Assonitis

Ovidio G. Assonitis aspettava sempre come un predatore.

Nel 1973 esce L'esorcista, l'anno dopo scrive, dirige e produce il suo capolavoro Chi sei? Nel 1975 esce Lo squalo, due anni dopo (firmandosi Oliver Hellman) ecco pronto il suo Tentacoli, film (filmetto o filmaccio a voi la scelta) che vanta un cast di attori di tutto rispetto. Protagonista è, insieme alla piovra gigante che il titolo suggerisce, Ned Turner un anziano giornalista impersonato dal grande regista John Huston (quello, per intenderci, di La bibbia e Fuga per la vittoria), sua sorella Tillie è interpretata da Shelley Winters (La morte corre sul fiume, Lolita). Responsabile dell'avvento del mostro marino è un industriale senza scrupoli che ha le fattezze di Henry Fonda (Il ladro, C'era una volta il west). Con un cast così ogni sforzo è ridotto al minimo ed è già un miracolo (penseranno i sostenitori della fazione filmaccio) se il pescecane è stato cambiato con qualcosa d'altro. Eppure, almeno per chi vi scrive, il film non è da buttare. Certo, la retorica platonica in casi come questo gioca un ruolo fondamentale rendendo poco importanti se non inesistenti i difetti, eppure affetti (ed effetti) nostagici a parte, la scena iniziale della scomparsa del passeggino con il tema musicale di Stelvio Cipriani non è male per davvero, peccato che il resto somigli troppo sfacciatamente a una brutta copia senza idee del capolavoro di Spielberg. Consci del furto sfacciato, i quattro sceneggiatori Steven Carabatsos, Jerome Max, Tito Capri e Sonia Molteni (il film è una coproduzione italiana Enzo Doria-Assonitis) tentano di rimediare nel finale facendo risolvere la questione a due orche addestrate da un giovane al quale la piovra ha ucciso la ragazza. Ecco, rispetto al film di Steven Spielberg, incentrato "semplicemente" su una natura sconosciuta e ostile e sulle tre diverse figure che la fronteggiano, in Tentacoli è presente in maniera più forte anche il tema del lutto.

L'uomo nell'ombra di Roman Polanski

Il ghost writer è una figura affascinante in bilico tra notorietà e anonimato: scrive libri di successo ma sono in pochi a saperlo a parte il suo agente. Chi sa della sua professione non è certo una persona qualunque che lo ferma per strada per chiedergli un autografo. Ecco che l'anonimo scrittore si ritrova invischiato in un vero e proprio intrigo internazionale dovendo terminare la biografia di un ex primo ministro inglese lasciata incompiuta da un altro scrittore morto in circostanze parecchio misteriose. Con una calma che evidenzia tensione L'uomo nell'ombra, pessima traduzione dell'originale The Ghost writer, mi ha inchiodato alla scomoda poltrona fino al finale assolutamente non hitchockiano. Roman Polanski sarà pure un pervertito ma come regista fa ancora paura.

Il nastro bianco di Michael Haneke

Una comunità in cui niente è come sembra perché ognuno ha qualcosa da nascondere o è disposto a coprire le melefatte degli altri forse per mantenere gli invisibili e incomprensibili equilibri esistenti. Una società, piccola ma anticipatrice di una realtà imminente e ben più grande, in cui il disprezzo, l'odio verso i deboli, il comportarsi come bestie coalizzate in branchi contro le minoranze sono la normalità, mentre porsi e porre delle domande, per semplice curiosità ma anche per motivi etici, equivale per i puri di spirito, una minoranza, all'emarginazione finendo tra colori i quali si cercava di difendere. Il nastro bianco, simbolo di peccato e di vergogna che il pastore fa indossare al braccio ai due figli, richiama la stella di David che di lì a poco avrebbero identificato gli ebrei. Qui siamo un paio di decenni prima dell'avvento del nazismo, alla vigilia della prima guerra mondiale.

Ma accostare Il nastro bianco (Das weisse band) alla nascita del nazismo è riduttivo. Michael Haneke scava senza pietà tra le bassezze umane, provocando personaggi e spettatori, indagando sulle diverse reazioni che certe situazioni provocatorie comportano. Gelido come pochi (indovinata la scelta del bianco e nero, splendidamente realizzato da Christian Berger), Il nastro bianco (Palma d'oro al Festival di Cannes del 2009) ti lascia senza parole e un vuoto nella testa dove rimane solo una sensazione vaga di sconfitta e impotenza. Descrivendo una realtà sociale subdola, meschina, sotterranea e soprattutto violenta, Haneke suggerisce senza mostrare esplicitamente le atrocità, perché è in questo modo che avvengono, al buio, di nascosto, al riparo da occhi indiscreti, nel sicuro di pareti domestiche che da una parte proteggono ma dall'altra imprigionano, violenze eseguite da personaggi che si sentono protetti dai ruoli di prestigio che ricoprono e da alibi di vario tipo. Una società marcia destinata ad implodere su se stessa per rinascere ancora peggio, dall'indole elitaria, fascinosa se si ha una testa, ripugnante se se ne ha un'altra. A noi la scelta.

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