Daybreakers di Michael e Peter Spierig


Con Daybreakers i fratelli Spierig del simpatico Undead costruiscono una buona prima parte con trovate (teoretiche e di regia) interessanti che purtroppo scemano nella seconda, parecchio banale, fino al finale ottimistico in cui tutto finisce per il meglio. Insomma, dal futuro nero, siamo nel 2019, tira un vento salvatore che spazza via le nuvole e lascia in cielo un sole che tutto illumina.


Nel film si immagina la Terra abitata per lo più da vampiri che per nutrirsi utilizzano i pochi esseri umani come riserve di sangue. Edward vampiro, come potremmo definirlo? Ecologista? Vegetariano?, studia un sangue alternativo che lasci in pace i pochi umani rimasti. Ne conosce un piccolo gruppo che ha trovato una soluzione alternativa che permette ai vampiri di tornare esseri umani. Quanti succhia sangue saranno favorevoli?


Dicevamo, buona la prima parte con i vampiri conduttori tv, senatori, padroni di multinazionali, ma anche vampiri medio borghesi in astinenza per le scorte sempre più scarse che vengono immobilizzati da vampiri poliziotti e vampiri proletari mutanti perché a causa delle ridotte riserve sono arrivati a succhiarsi il loro stesso sangue.


Si potrebbero fare paragoni, sbagliati o esatti lo lascio decidere a voi, tra questo film e i vari X-Men, o i vari zombies movies moderni, tra tutti i film insomma dove gli umani e i mostri non corrispondono necessariamente ai buoni e ai cattivi.


La seconda parte di Daybreakers però non aggiunge niente di nuovo a questo labile confine. Nonostante le mille difficoltà i pochi buoni, umani o vampiri che siano, riescono ad avere la meglio sui tanti cattivi. Tutto si risolve, niente ci sorprende. Anche l'amore extrarazziale, se così possiamo definirlo, trionfa. Peccato perché Michael e Peter Spierig il talento visivo ce l'hanno.

Fantasy Horror Award, tutti i vincitori

Ed eccoli i vincitori del primo Fantasy Horror Award di Orvieto.

Miglior film horror - Rec 2
Miglior film fantasy - Valhalla Rising
Miglior film a basso costo - Paris by night of the living dead
Miglior sceneggiatura - Federico Zampaglione per Shadow
Miglior giovane interprete - Kristina Klebe per Zone of the dead
Migliore colonna sonora - Mark Werba per Giallo
Miglior romanzo - Gianfranco Manfredi con Ho freddo
Miglior fumetto - Hack and slash di Tim Seeley
Miglior serie tv - Dead set
Miglior episodio pilota - Fairy di Christian Bisceglia/Ascanio Malgarini
Migliore iniziativa editoriale - Cornelio di Carlo Lucarelli
Miglior sito - horror.it
Migliore rivista - Sci-fi Now

Premi speciali a Federico Zampaglione e Antonio Monti/Monkey Boy

Al via il primo Fantasy Horror Award di Orvieto

Si terrà ad Orvieto dal 19 al 21 marzo il primo Fantasy Horror Award, patrocinato dalla Fun Factory Entertainment (che realizzarà interviste e documentari durante le giornate), dal Comune e dalla Provincia di Orvieto, e dal canale Fantasy della piattaforma SKY (canale 132) che trasmetterà gli eventi principali. Ospiti già confermati Brian Yuzna, Robert Englund, che riceveranno i premi alla carriera, Dario Argento, Lamberto Bava, Carlo Lucarelli, Jaume Balaguerò, Doug Bradley, Federico Zampaglione e molti altri. Il Fantasy Horror Award omaggia Dan O'Bannon (il creatore di Dark Star e Alien, colui che adattò Philip Dick per Atto di forza, nonché il regista di Il ritorno dei morti viventi) scomparso alla fine del 2009. Alla giuria presieduta da Ruggero Deodato il compito di assegnare le statuette.


Per saperne di più:

http://www.fantasyhorroraward.com/
http://www.funfactory-e.com/
http://zonefantasy.tv/

Best horror film
Rec 2 - Jaume Balaguerò e Paco Plaza
Zone of the Dead - Milan Konjevic e Milan Todorovic
Drag me to Hell - Sam Raimi

Best fantasy film
Valhalla Rising - Nicolas Winding Refn
Parnassus: l’uomo che voleva ingannare il diavolo - Terry Gilliam
9 - Shane Acker

Best low budget
(Nomination per la miglior opera a basso costo)
Paris by Night of the Living Dead - Gregory Morin
L’Uomo Fiammifero - Marco Chiarini
Buried - Rodrigo Cortes

Best screenplay
(Nomination per la miglior storia in un film horror )
Shadow - Federico Zampaglione
Dead Snow - Tom Wirkola
The last House on The left - Dennis Iliadis

Best sound track
Giallo - Mark Werba
Shadow - Federico Zampaglione
Twilight - Paramore

Best interpretation "new talent"
(Nomination per la migliore o il migliore giovane interprete di un film horror )
Drag me to Hell - Alison Lohman
Zone of the Dead - Kristan Klebe
Orphan - Isabelle Fuhrman

Best fantasy and horror novel
(Nomination per il migliore romanzo fantasy e horror)
Ho Freddo Giancarlo Manfredi
Urban Gothic Brian Keene
True Blood- "DEAD AND GONE" C. Harris

Best fantasy and horror comics
(Nomination per il migliore fumetto fantasy e horror)
Ultimate Comics X #1 J. Loeb
Grandville B. Talbot
Hack and Slash Tim Seeley

Best serial tv
(Nomination per la migliore serie tv fantasy e horror)
Dead Set
Hay alguien ahí
True Blood

Best short film or pilot
(Nomination per la miglior puntata "0″ di una serie tv o per il miglior cortometraggio)
Fairy Christian Bisceglia/ Ascanio Malgarini
pilot
Container David Munoz short movie
Ataque de Pánico! (Panic Attack!) Federico Alvarez short movie

Best publishing initiative
(Nomination per la miglior iniziativa editoriale horror)
Dracula – Pages From A Virgin’s Diary Guy Muddin (Gargoyle Book) DVD
Cornelio Carlo Lucarelli (Star Comics) FUMETTO
George AA. Romero’s Day of the Dead dvd special Barry Keating e Stefan Hutchinson (Arrow Video) DVD

Best website
(Nomination per il miglior sito horror)
http://www.horror.it/
http://www.bloody-disgusting.com/
http://www.classic-horror.com/

Best magazine
(Nomination per la migliore rivista horror e fantasy)
Sci-fi Now (GB)
Nocturno (IT)
Fangoria
(USA)

Special Award
(Premio speciale che il FHA ogni anno darà come riconoscimento ad un artista che si è distinto per la regia)
Best Director
Dan O’Bannon
Diane O’Bannon omaggerà Dan O’Bannon

Mine vaganti di Ferzan Ozpetek

Usando principalmente un tono da commedia, Ferzan Ozpetek poteva con Mine vaganti fare un elogio alla libertà di esprimere la vera natura e le reali aspirazioni umane alla faccia di chi le costringe negli spazi angusti dei pregiudizi. La pellicola racconta la storia di Tommaso, costretto, per tutta una serie di eventi, a dover recitare la parte dell'eterosessuale pur essendo gay. Molte, è facile immaginare, le situazione spassose che nascono, manca invece la satira, una chiara presa di posizione sull'argomento libertà perché vuole accontentare tutti non tradendo nessuno. Così la commedia resta una semplice commedia senza artigli pronti a ferire.

Shutter Island di Martin Scorsese



Per la prima volta Martin Scorsese, da sempre affascinato alla pazzia in tutte le sue sfumature, ambienta un film in un manicomio criminale (la Shutter Island del titolo) dove si trova Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio), un investigatore intaricato(si) di indagare sulla scomparsa di una paziente. Insieme al collega Chuck (Mark Ruffalo) inizia la ricerca e conosce così i due direttori dell'ospedale Cawley (Ben Kingsley) e Naehring (Max von Sydow) e qualche ricoverato. Daniels e Chuck non fanno progressi, per ostruzionismo da parte dei dottori, perché Daniels soffre di emicrania e ha strani incubi su sua moglie morta anni prima per un incendio causato da un folle ricoverato un tempo lì.


Thriller dalle venature horror, Shutter Island la dice lunga sulla bravura di Scorsese nello scegliere sempre sceneggiature in sintonia con la sua poetica. Dopo i vari Travis Bickle, Jake La Motta, Tommy De Vito, Max Cady, Bill Cutting, Howard Hughes, se ne aggiunge un altro ancora una volta tra due mondi che comunicano più di quanto si possa credere. Che sia fuori o dentro le carceri, che avvenga tra stati di allucinazione e lucidità, o con bruschi passaggi tra umori diversi, tutto il cinema di Martin Scorsese tratta anche di questo, di personaggi in sospeso, solitari, incompresi, violenti, spesso autolesionisti, spesso costretti a ricrearsi un mondo tutto loro che possa trionfare sull'altro.


Shutter Island è un film compatto, che cattura anche se ne intuiamo il finale, merito anche di una regia come al solito da urlo. Sono di parte, davanti a un film di Martin Scorsese divento cieco e non ragiono più.

The hurt locker di Kathryn Bigelow

Tanta retorica e una buona regia fanno un sicuro successo come dimostra The hurt locker di Kathryn Bigelow. Un'altra occasione sprecata per il cinema, la prima per una regista americana sul tema della guerra. Di fronte a un argomento (che poi è un genere) come questo, me ne rendo conto, è difficile evitare gli stereotipi, i luoghi comuni, le furbate, è un campo minato che si conosce bene. Che tipo di sensibilità è quella adatta per raccontare la guerra? Come oggettività e soggettività possono interagire senza contrastarsi come due prime donne colleghe/rivali? Poteva, anzi doveva, essere l'occasione per una sensibilità femminile (anche se molto mascolina perché parliamo pur sempre di Kathryn Bigelow) di dire la sua, zittendo la retorica maschile dittatoriale. E invece quello che sembra latitante è proprio una partecipazione nuova di fronte all'argomento. Alla mansueta Bigelow e al suo The hurt locker arrivano i premi degli Oscar. 2+2 fa ancora quattro.


Sceneggiatura - Mark Boal
Fotografia - Barry Ackroyd
Scenografie - Karl Juliusson, David Bryan, Amin Sharif El Masri
Costumi - George Little, Vicky Mulholland
Montaggio - Chris Innis, Bob Murawski
Musiche - Marco Beltrami, Buck Sanders

Oscar 2010 i vincitori

Kathryn Bigelow, autodefinitasi anni fa una donna con le palle, sottoscrivo in pieno essendo lei la regista di pellicole adrenaliniche e maschiacce come Point Break, Strange Days (finale romantico ma perdonabile), Il mistero dell'acqua, e Blue Steel, batte l'ex marito James Cameron lasciandolo praticamente a mani vuote e diventando la prima regista a vincere le due statuette più ambite. Miglior film e migliore regia vanno infatti a The hurt locker lavoro, oramai vecchio di un paio d'anni, accolto tiepidamente al Festival di Venezia. Per Jeff Bridges il momento da lui tanto temuto è arrivato. Alla quinta nomination finalmente riesce a portarsi a casa il premio come migliore attore. All'italiano Mauro Fiore il premio come migliore fotografia.
Questi i premi assegnati ieri notte a Los Angeles.

Miglior film - The hurt locker
Miglior regia - Kathrin Bigelow per The hurt locker
Migliore sceneggiatura originale - Mark Boal per The hurt locker
Migliore sceneggiatura non originale - Geoffrey Fletcher per Precious
Migliore attore portagonista - Jeff Bridges per Crazy heart
Migliore attrice protagonista - Sandra Bullock per The blind side
Miglior attore non protagonista - Christoph Waltz per
Bastardi senza gloria
Migliore attice non protagonista - Mo'Nique per Precious
Miglior film straniero - El secreto de sus ojos (Argentina) di Juan José Campanella
Migliore canzone originale - The weary kind di T-Bone Burnett e Ryan Bingham per The hurt locker
Migliore colonna sonora - Michael Giacchino per
Up
Miglior film d'animazione -
Up
Miglior corto d'animazione - Logorama di Nicolas Schmerkin
Migliore fotografia - Mauro Fiore per
Avatar
Migliore scenografia - Rick Carter, Robert Stromberg, Kim Sinclair per
Avatar
Migliori Costumi - Sandy Powell per The young Victoria
Milgior montaggio - Bob Murawski e Chris Innis per The hurt locker
Miglior trucco - Barney Burman e Mindy Hall e Joey Harlow per Star Trek
Migliori effetti speciali - Joe Letteri, Stephen Rosenbaum, Richard Baneham e Andy Jones per
Avatar
Miglior montaggio del suono - Paul Ottosson per The hurt locker
Miglior missaggio del suono - Paul Ottoson e Ray Beckett per The hurt locker
Miglior documentario - The cove di Louie Psihoyos
Miglior corto d'azione - The new tenants di Joachim Back

Invictus di Clint Eastwood


Un sogno impossibile che si è realizzato, grazie alla cocciutaggine, alla sensibilità, alla furbizia, perché diritto sacrosanto. Dà forza avere un motivo diceva Tom Reagan ma quello è un altro film, qui ad avere la forza di cancellare tutto il passato, senza rancori, è un uomo che qualcosa da pretendere ce l'avrebbe: Nelson Mandela. E invece niente vendetta, tutto si azzera, fra mille disapprovazioni, da una parte e dall'altra, fino a quando non ha un'intuizione geniale che gli fa capire che lo sport può diventare uno strumento per unire bianchi e neri, più di cento leggi. L'occasione la offre, nel 1995, il campionato del mondo di rugby che proprio in Sud Africa si svolge, e vincerlo, quindi, sarebbe ancora meglio. Gli Springboks capitanati da François Pienaar, da poco riammessi alla competizione sportiva dopo varie esclusioni e boicottaggi da parte della lega rugby a causa dell'apartheid, assolutamente non tra i favoriti, riescono nell'impresa battendo in finale gli All Blacks e il pubblico bianco e nero si è ritrovato senza neanche rendersene conto più vicino di quanto pensasse. One team, one country fu lo slogan adottato dalla squadra e da Mandela, un uomo che riusciva (riesce) ad insinuarsi nelle menti degli altri capendole, e a trovare quei territori neutri dove tutti vanno d'accordo. Clint Eastwood racconta tutto con semplicità, con un sorriso che è quello del suo protagonista. La parte sul rugby è solo una piccola parte, è il pretesto per realizzare una unione, per raccontare un uomo straordinario e la sua impresa. Tutto scorre magnificamente solo in un paio di occasioni si è sentita la mano della retorica, della furbata di mestiere che certe biografie impongono.

Alice in Wonderland di Tim Burton

La trasposizione di un romanzo al cinema sarà sempre oggetto di discussione, si finirà sempre col dire che alcuni aspetti del libro sono stati trascurati nell'adattamento o che il linguaggio letterario e quello cinematografico essendo diversi sono in un certo senso incompatibili o forse complementari. Nel caso dei romanzi visionari, penso, che ne so, al Pasto nudo di William Burroughs, queste considerazioni sono quanto mai pertinenti. Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio non fanno eccezione, e dopo la famosa trasposizione a cartoni della Disney, più altre meno note, ecco arrivare la versione di Tim Burton ancora una volta in bilico tra occasioni indovinate e perse, tra atmosfere dark e colori sgargianti, tra il tenere fede alla sua personalissima poetica e la necessità di fare qualcosa di sicuro successo, cercando di conciliare modi di pensare probabilmente incompatibili. Il linguaggio letterario che offre spunto a quello cinematografico e di conseguenza l'interpretazione visiva di un qualcosa creato per essere letto, ma anche il suo modo di intendere il cinema rispetto a quello della casa di produzione, la Disney. Tim Burton ha poi fatto sapere di non essere mai stato un fan accanito del romanzo di Lewis Carroll, che quando lo ha letto la prima volta da bambino non ne è rimasto folgorato. Sappiamo inoltre, e da sempre, che è stata proprio l'infanzia a formare il Burton artista, allora ci chiediamo quanto c'è di Burton in questo film e quanto no magari perché deciso invece dalla Disney? E più in generale, quanto c'è di furbo in queste operazioni e quanto di genuino? L'industria cinematografica è fatta di compromessi, troppi soldi sono in ballo, ma quali risultati si possono ottenere dagli inciuci intelligenti?

Che cosa sto cercando di dire?

Certo, Burton non è un artista qualunque, la sua sensibilità gli permette di entrare anche in mondi distanti da lui e di farli in qualche modo suoi. Ecco allora Alice che da bambina diventa adolescente irrequieta e ribelle (Mia Wasikowska), incapace di rispettare certe regole della società che le impediscono di essere chi è realmente: una sognatrice un po' folle. In questo senso sembra evidente che Alice sia l'alter ego di Tim Burton e di tutti gli artisti in generale. Eppure i compromessi che Alice rifiuta sembrano essere stati accettati, e da tempo, dal Tim Burton odierno non più giovanissimo, navigato regista semindipendente visto che lavora comunque per major che lo rispettano e lasciano fare (per fiducia ma anche per affinità) e tutto quello che volete ma sempre fino a un certo punto, perché comunque sono loro a cacciare i soldi e ad avere l'ultima parola, checché se ne dica sui giornali, lo sappiamo. Ti facciamo fare questo film perché ci piaci ma non farti prendere troppo la mano come una volta perché non va bene, non ci piace, siamo la Disney, facciamo film per famiglie e anche tu hai una famiglia, quindi sai di che parliamo.


E come in tutti i compromessi alcune cose vanno bene per una parte, altre cose favoriscono invece l'altra. Quello che qui sembra inappropriato è innanzitutto il 3D. Era davvero necessario oppure il risultato non sarebbe cambiato di molto senza? Tim Burton non mi sembra un visionario da 3D. Il 3D è la moda del momento, un facile espediente per fare soldi, ma a che prezzo...


Alice in Wonderland aggiunge altri tasselli ai due romanzi di Carroll, a dimostrazione che Tim Burton è comunque Tim Burton, la sua indipendenza parziale è comunque e sempre da apprezzare, eppure nonostante la magnificenza non posso togliermi dalla testa che rimane uno dei suoi film meno personali nonostante molte ingannevoli apparenze.

Codice Genesi di Albert e Allen Hughes


Dio si è distratto un attimo, ci ha lasciati fare troppo senza intervenire e queste sono le conseguenze. Non c'è una legge, né una morale, tutto è sottosopra, i ruoli si ribaltano, i topi mangiano i gatti, i libri sono una merce rara perché nessuno sa leggere più, la violenza la si lascia fare se non ci riguarda direttamente. Ma non è mai troppo tardi, si può sempre rimediare recuperando quanto detto tempo addietro tramite altri e ricominciare da capo.


Se siete credenti convinti questo film potrebbe entusiasmarvi o irritarvi perché di fronte all'argomento probabilmente principe della fede cristiana sembra preferire una sottovalutata strada laica come unica probabile per ricominciare da capo. Eli è in possesso dell'unica Bibbia rimasta su tutta la Terra (il titolo originale di Codice Genesi è infatti The book of Eli) dopo che trent'anni prima è successa una catastrofe che ha cancellato quasi del tutto la popolazione. Eli è molto credente, una voce dentro di sé gli ha detto dove avrebbe trovato il libro, e determinato perché la stessa voce gli ha assicurato protezione (a lui, ai puri) e indicato anche il posto dove la rarissima pubblicazione sarebbe stata al sicuro.


Nel suo cammino incontra un cattivissimo fanatico religioso nelle cui mani la Bibbia (anche lui la cerca) diventerebbe un'arma pericolosissima per spaventare il popolo ignorante, per esaltarsi oltre modo. Meglio che a custodirla sia uno studioso collezionista, meglio dare importanza al suo significato storico piuttosto che a quello simbolico-religioso. Dunque tutto procede secondo un piano divino di chi sa di aver fallito. La religione cristiana ha fallito, anche a causa della Chiesa cattolica. Troppo violenta pensava il Dio di Saramago. Non può dunque che farsi da parte per lasciare il posto a qualcos'altro, come i collezionisti ai quali Eli affida la bibbia . Codice Genesi era l'atteso ritorno dei fratelli Albert e Allen Hughes .Poteva andarci meglio, ma anche peggio. Blockbuster senza infamia e senza lode. Imparagonabile a From Hell.

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