Wolfman di Joe Johnston


Quando Hollywood è a corto di idee si dedica ai remake dei (suoi) vecchi successi. Lawrence Talbot (Benicio Del Toro) tra i mostri classici della Universal è quello più umano, consapevole del male che provoca quando si trasforma suo malgrado. Se a Jekyll basta bere la pozione per trasformarsi in Hyde, al nostro è sufficiente la luna piena, una maledizione contagiata per aver voluto salvare altre vite, per altruismo, eroismo, o forse esibizionismo per farsi accettare da chi non lo conosce ancora, per fare colpo sulla donna (del fratello morto da pochissimo) su cui ha messo gli occhi addosso (Emily Blunt). Amore che condanna e amore che salva, comunque sentimento non approfondito dalla pellicola. The wolfman è un mostro che più di altri potrebbe essere metafora della schizofrenia, della follia indotta da superstizioni. Potrebbe ma di fatto il mostro non viene mai così interpretato preferendo mostrare la trasformazione, che rende facilmente possibile l'impossibile. Ecco allora gli effetti speciali della crew di Rick Baker sbizzarirsi al meglio oltre che nelle trasformazioni e nei makeup di uomo lupo padre (Anthony Hopkins) e figlio anche negli effetti splatter tagliuzzati da un montaggio rapido e indolore. Un'altra occasione persa per la Universal di uscire dagli schemi.

L'uomo lupo di George Waggner


Dopo Dracula, la mummia, Frankenstein e il suo mostro e l'uomo invisibile, la Universal ci riprova con L'uomo lupo. E per la prima volta commette qualche passo falso. Qui per la prima volta in maniera sfacciata impone le sua linea a discapito dell'idea originaria di Curt Siodmak che resta così penalizzata. Per la prima volta senza trarre ispirazione diretta da un romanzo, dopo Stoker, Shelley e Wells Siodmak decide di attingere dalle tradizioni popolari per parlare di sdoppiamenti della personalità (uo po' come in Jekyll e Hyde) forse causati dall'influenza della superstizione. L'idea però non piace alla casa di produzione, rifiutavano quell'ambiguità portata avanti fino alla fine nella sceneggiatura di Siodmak che non faceva capire se ad uccidere sia stato o no Talbot magari perché trasformato in lupo, volevano una reale trasformazione, che tutto fosse mostrato e non suggerito. Jack Pierce ha così l'occasione di cimentarsi con una nuova creatura truccando questa volta Lon Chaney Junior che con il personaggio di Talbot farà la usa fortuna. Probabilmente il suo trucco peggiore, quello oggi più risibile, eppure anche questo ha fatto scuola. Ma, come dicevamo, qualcosa non torna indietro. Al di là del fatto che George Waggner non è James Whale, vengono riproposti tutti i tratti stilistici Universal senza aggiungere niente di eclatante, senza osare scene scandalose come quella di Karloff che affoga la bambina, puntando quasi tutto sulla storia d'amore tra Talbot e Gwen Conliffe (Evelyn Ankers). Ecco allora immancabili le scene con la nebbia e quella al cimitero ma della luna piena niente. Dev'essere uno di quegli indizi lasciati da Siodmak e dimenticati per errore da coloro che la sceneggiatura cambiarono.
EXTRA!!!

Amabili resti di Peter Jackson



Sono tutti riciclati gli amabili resti del Peter Jackson che conosciamo. Diciamo che resta solo quel suo oscillare tra un mondo e un altro. Sparisce quasi del tutto lo humor spazzato via da un mare di miele e banalità che disturberebbe anche il più romantico dei teenager. Una mossa troppo furba, il classico passo più lungo della gamba. Una vera e propria sottovalutazione del pubblico e delle sue esigenze o il primo tentativo di inculcargli quello che il mercato richiede (da sempre) senza tener conto delle sue reali esigenze? Dove casca casca male, Amabili resti (The Lovely bones) rappresenta il primo passo falso di Peter Jackson, il primo tentativo riuscito di tradire e coglionare non solo i suoi fans ma anche l'intelligenza del pubblico che è vero che si accontenta spesso di poco ma di un poco genuino e non architettato escusivamente per scopi economici. Unico aspetto positivo della pellicola sono le convincenti interpretazioni degli attori in particolare Saoirse Ronan, la ragazzina uccisa, e Stanley Tucci in quelli dello psicopatico della porta accanto. Ma questo lo hanno detto già in moltissimi per cui...

Paranormal activity di Oren Peli


Chi mi segue sa del mio debole per i film horror che riescono a spaventare semplicemente suggerendo, senza puntare tutto sul sangue e sul raccapriccio. Girato, ci dicono, con soli 15.000 dollari, Paranormal activity non poteva che scegliere questa strada e i risultati ottenuti non sono niente male. La storia è nota a tutti ma la ripetiamo per i distratti. Micah (Micah Sloat) compra una telecamera HD per filmare in casa i fenomeni paranormali che ogni tanto si affacciano nella vita della sua compagna Katie (Katie Featherston), tormentata dall'età di otto anni da uno spirito. Le manifestazioni puntualmente arrivano: Katie, oggetto delle attenzioni dell'entità, si farà coinvolgere emotivamente sempre di più mentre Micah, ora affascinato adesso arrabbiato, con la sua telecamera provoca lo spettro invitandolo a dare segnali più forti.


L'esordiente Oren Peli, israeliano naturalizzato americano, riesce a spaventare utilizzando per lo più vecchi trucchi da prestigiatore, quel vedo non vedo (accentuato dalle riprese a spalla) che alimenta la paura semplicemente mostrando un'ombra, una porta che si muove, una luce che si accende da sola, facendoci ascoltare strani suoni. Anche per questi motivi Paranormal activity è uno dei migliori horror degli ultimi anni. Il successo del film è tale che la Paramount ha annunciato qualche mese fa l'intenzione di girare presto il sequel. Oren Peli nel frattempo ha finito di girare Area 51, con la stessa tecnica amatoriale. Staremo a vedere.


Sulle case infestate leggi anche: La casa dei fantasmi, Amityville possession, Gli invasati, La casa.
Sugli horror girati con tecniche pseudo amatoriali vedi anche: Diary of the dead, Cloverfield.

Brothers di Jim Sheridan


Si potevano toccare vette decisamente più alte con Brothers, film di Jim Sheridan remake di Non desiderare la donna d'altri di Susanne Bier, se non avesse qua e là calcato la mano dove non era necessario. Peccato perché il resto è orchestrato molto bene, con un cast di attori perfetti nei loro ruoli, una serie di temi universali come la gelosia, il rimorso, la paranoia, la famiglia, la guerra, i triangoli amorosi. Forse il problema è questo: troppa carne sul fuoco, e qualche furbata di mestiere.

Strade Perdute di David Lynch

A volte iniziare è terribilmente complicato, e quando si tratta di dover cominciare a parlare di un film di David Lynch la cosa è praticamente impossibile per una ragione semplice ed umana: non si sa da dove iniziare. Le Strade perdute sono quelle in cui finiamo noi. La logica e non logica delle sue storie, il sovrapporsi continuo di realtà diverse, spiazza a tal punto che alla fine la storia sparisce per lasciare il campo a cupe emozioni. In Strade perdute (Lost highway) un saxofonista di nome Fred (Bill Pulman), dopo aver ricevuto al citofono il messaggio -Dick Laurent è morto- e una serie di videocassette che lo spiano mentre dorme in casa insieme a sua moglie Renee (Patricia Arquette), viene arrestato con l'accusa di omicidio, ma "si trasforma" in carcere in Pete (Balthazar Getty) un meccanico la cui vita va a rotoli dal momento in cui inizia una relazione clandestina con Alice, sosia bionda di Renee, splendida donna di un gangster (Robert Loggia) che lui chiama Mr. Eddy mentre i poliziotti conoscono come Dick Laurent. Sia a Fred che a Pete appare (mi viene voglia di virgolettare l'ultima parola) un misterioso personaggio (Robert Blake), amico di Eddy/Laurent, amico di nessuno, con il dono dell'ubiquità, probabilmente il parto di una psiche malata, la chiave per capire qualcosa, o forse per perdersi definitivamente. Quattro doppi che -in quanto tali- si incrociano senza rendersi conto dell'esistenza dell'altro, della metà che li completa, parte di un raggiro architettato dall'oscuro imponderabile che si portano dentro. Strade perdute ci turba, anzi, solletica il nostro lato oscuro, ci inghiotte, ci fa sparire, ci fa dubitare di noi stessi quando ad esempio, dopo, ci guardiamo allo specchio, ci inganna allentando la tensione qua e là, e presto ci cattura definitivamente togliendoci poi un sonno tranquillo.

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