Segreti di famiglia di Francis Ford Coppola
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I problemi costanti, enormemente complicati, che pone la realizzazione di un film, mi tengono occupata la mente. Così non ho tempo per riflettere sulle terribili realtà della vita.
Come nel film La guerra dei mondi, uscito nello stesso anno, anche qui l'atterraggio ha le sembianze di un asteroide precipitato. Rispetto al film di Byron Haskin i visitatori non sono cattivi, sono capitati dalle nostre parti per errore, per un guasto, e il loro unico desiderio è quello di riparare la loro navicella e di rimettersi in viaggio. Niente meteoriti che cadono a cadenza fissa, niente di pianificato, niente invasione. A causa del loro orrido aspetto sono costretti a prendere le sembianze di alcune persone e tramite loro riescono a trovare (rubandolo) il materiale necessario per la riparazione del loro veicolo.
Chi scopre l'inghippo è John Putnam (Richard Carlson) un astronomo dilettante a cui nessuno crederà, almeno all'inizio neanche la sua fidanzata Ellen (Barbara Rush). Riuscirà alla fine ad abbattere la barriera dello scetticismo di lei come dello sceriffo Warren (Charles Drake), ad entrare in contatto con gli alieni scoprendo il loro vero aspetto e a vederli ripartire verso il cielo giusto poco prima che la folla capitanata dallo spazientito sceriffo iniziasse un'azione armata.
Dalla California della Guerra dei mondi all'Arizona di Destinazione Terra (It came from outer space) non cambia comunque la musica. Gli alieni arrivano sulla Terra o per invaderla o per errore. Che siano cattivi o buoni c'è sempre un lieto fine.
Questo film comunque si distingue dagli altri avvicinandosi a Ultimatum alla Terra perché il messaggio che porta con sé alla fine dice che gli esseri umani non sono ancora pronti per un incontro ravvicinato. Questo perché ci sono troppi pregiudizi nella suo modo di vedere gli altri. A dirlo è Ray Bradbury, non uno qualsiasi. Una importante differenza tra questi due film sta infatti nell'uso delle soggettive dell'alieno. Se nel film di Haskin vediamo il punto di vista degli invasori una sola volta, nel film di Jack Arnold si insiste nel mostrarlo proprio perché l'intento è quello di farci immedesimare con loro, quindi nell'altro, nel diverso. Rimangono comunque inquietanti sia le inquadrature dall'alto che "spiano" le vetture poco prima che vengano assalite dall'entità aliena come la musica che accompagna l'immagine. Uguale è invece la regola che vuole che gli extraterrestri vedano diversamente da noi. O per un fatto di ottica dell'occhio oppure perché c'è anche un casco spaziale, il loro modo di vedere risulta sempre deformato rispetto al nostro punto di vista.
Degli alieni lo sceriffo Warren ha paura perché si nascondono a causa del loro aspetto repellente. La sua reazione naturale di fronte ad una cosa orrenda è di ucciderla, lo fa con un ragno a puro scopo dimostrativo, lo stava per fare anche con gli alieni rifugiatisi nella miniera. Per fortuna degli alieni, ma anche degli umani, arriva tardi. Un po' come accadeva in Ultimatum alla Terra anche qui ci troviamo di fronte a degli esseri intelligenti e pacifici che se provocati non hanno problemi ad usare le loro armi avanzatissime.
La sostituzione dell'originale con una copia impersonale o comunque la manipolazione della personalità in qualcosa di diverso tornerà ne Gli invasori spaziali e ne L'invasione degli ultracorpi. Qui non c'è nessuna iniezione, solo un fumo denso che avvolge la vittima. L'originale non viene distrutto irrimediabilmente ma isolato in un posto come ostaggio.
Il visitatore spaziale viene inquadrato più volte nel suo aspetto non camuffato anche se per pochissimo tempo. Anche questo è monoculare come quello de La guerra dei mondi. Il resto è qualcosa di astratto e di originale difficilmente paragonabile con qualcos'altro che si è già visto e che si rivedrà ne I mostri delle rocce atomiche. Creatore del makeup è Bud Westmore l'artefice, tra l'altro, anche del makeup de Il mostro della laguna nera capolavoro indiscusso di Jack Arnold. Per Destinazione Terra Westmore creò due alieni di tipo diverso, quello scartato fu utilizzato nella pellicola Cittadino dello spazio per raffigurare i mutanti di Metaluna.
Torna in questo film la figura della folla inferocita come nel Frankenstein (1931) di James Whale.
Prodotto da William Alland e girato in 3D, Destinazione Terra rappresenta il primo film fantastico di un regista che in questo genere avrà ancora molto da dire: Jack Arnold. Originale l'ambientazione nel deserto che ritroviamo anche in altri suoi film come Tarantola e La meteora infernale (quest'ultimo in realtà è diretto da John Sherwood, mentre Arnold ne è il soggettista). Da antologia la scena della soggettiva dell'alieno in cui del fumo che avanza alle spalle di Ellen si trasforma in una mano che la tocca. La soggettiva inizia da dentro il casco spaziale ma quando compare il fumo che si trasformerà in un braccio la deformazione dovuta dal casco sparisce perché l'alieno si sta trasformando in George (Russell Johnson). Se prima si avevano solo sospetti (e ci si immedesimava in John) adesso non si hanno più dubbi: gli alieni sono tra di noi! Ed è una soggettiva dell'alieno stesso a farcelo capire una volta per tutte.
Tra le nuvole (Up in the air) cadiamo quando la realtà spazza via le illusioni, quando la redenzione (o il mettere giù la maschera) è troppo tardiva e si scopre che la vita la si è buttata nel cesso. La solitudine non può significare felicità. A chi parlerò oggi?, domandava un antico egizio alla sua anima, "Forse l'infelicità comincia proprio nei paraggi di quei deserti dove non si trova risposta a questa domanda"*.
Consapevole della sua triste solitudine, ci verrebbe quasi da scrivere irreversibile, Ryan (George Clooney) esce di scena, si fa da parte, lasciando agli altri qualcosa di cui non potrà mai godere proprio perché solo. Quella di Ryan è la resa di chi probabilmente è consapevole che della vita non ha mai capito molto, avendo fino ad allora portato avanti teorie autodistruttive (mentendo in primo luogo a se stesso) formate da molti recinti con su scritto alla larga da me. Giocando ancora una volta la carta di una leggerezza ingannatoria, Jason Reitman fa centro - confermandosi autore tra i migliori della nuova generazione - raccontando il nostro strano tempo.
*: Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli, 2009, p. 68
In Anche i nani hanno comiciato da piccoli, senza ipocrisie né tatto, con ironia, nichilismo e lucida follia si portano alla luce aspetti dell'essere umano che preferiamo ignorare. In un ipotetico mondo abitato da nani ci sarebbero le stesse leggi della natura che regolano il nostro mondo di animali sociali "normali". Vincerebbe la legge del più forte secondo la quale il branco torturerebbe, se non addirittura sbranerebbe, il singolo debole; si attuerebbe l'occhio per occhio dente per dente; ci sarebbe la volontà di distruggere tutto come atto provocatorio e di ribellione alle, presunte, ingiustizie subite.
Un ruolo fondamentale lo svolge senz'altro l'isolamento del gruppo protagonista. Lontano da spazi abitati e da un tempo definibile sembrerebbe l'inconsapevole cavia di un esperimento socio-scientifico.
In un istituto di soli nani non meglio identificabile, anche se parrebbe rieducativo se non addirittura un manicomio, un educatore si barrica in una stanza mentre fuori la situazione degenera sempre più. Alla distruzione delle cose presto si sommano episodi di morte e violenza nei confronti di alcuni animali nonché il tormento di alcuni individui più deboli. La ragione della rivolta volutamente non è chiara, forse il gruppo si muove per liberare uno di loro sequestrato dall'educatore, forse lo fa per pura antipatia nei confronti di quest'ultimo. Come dicevamo, la vicenda presto degrada facendo affiorare dei nani i loro lati peggiori, ecco allora le coalizioni per prendersela con due ciechi che vivono isolati dal gruppo, per deridere il timido Hombre, per uccidere la scrofa o crociffiggere una scimietta. Un po' come accade ne Il signore delle mosche i fatti non portano ad altro che alla rivelazione della vera natura umana nascosta dentro di noi. I protagonisti potevano essere anche normali individui, l'isolamento, la loro esasperazione, la loro lucida follia emersa non avrebbe portato a comportamenti diversi.
Girato a Lanzarote nelle isole Canarie, Anche i nani hanno cominciato da piccoli (Auch Zwerge haben klein angefangen) è stato spesso accostato a Freaks. Nel film di Tod Browning però lo spettatore parteggia per gli scherzi della natura perché vittime della cattiveria dei normali. In quello di Werner Herzog non ci sono termini di paragone, non ci sono personaggi "normali" da poter raffrontare con i nani protagonisti. Grazie a questo scopriamo il nano che si nasconde dentro di noi.
Protagonista ne La prima cosa bella è ancora una volta, come spesso accade nel cinema di Paolo Virzì, una famiglia scombinata con una particolare attenzione questa volta all'odio-amore che regolano il rapporto tra un figlio e sua madre. E se è vero che la famiglia è lo specchio della società in cui vive, ecco spiegato il rapporto di odio e amore con Livorno vera causa di quello tra figlio e madre. Sono le chiacchiere della gente sullo stile di vita moderno di Anna a determinarlo, è anche per causa loro se Bruno è un consumatore più o meno occasionale di antidepressivi di varia natura, se non ride mai e vede nella vita il bicchiere mezzo vuoto, se si fa pregare da sua sorella per tornare a Livorno ad assistere sua madre negli ultimi giorni di vita, se si perde in ricordi che alimentano il rancore. Non è il comportamento in sé che la madre ha o aveva, ma le sue conseguenze nella piccola società livornese a condizionare il suo rapporto con lei. Virzì dimostra ancora una volta di essere molto bravo nella direzione degli attori e nel ritrarre comportamenti tanto locali quanto in fin dei conti universali. Per superare certe barriere sociali e culturali imposte Bruno dovrà perdere il capro espiatorio della sua vita, la falsa causa dei suoi mali interiori. Pellicola dolce-amara sul rapporto sbagliato di un individuo con gli altri, sulla sua crescita e presa di coscienza finale che lo tuffa nella società finalmente sereno, La prima cosa bella parte svantaggiato perché è uscito nelle sale insieme ad Avatar, e solo per questo andrebbe aiutato. Bruno - Valerio Mastandrea, Giacomo Bibiani, Francesco Rapalino Sceneggiatura - Paolo Virzì, Francesco Piccolo, Francesco Bruni
Anna - Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli
Valeria - Claudia Pandolfi, Giulia Burgalassi, Aurora Frasca
Il Nesi - Marco Messeri
Avvocato Cenerini - Dario Ballantini
Fotografia - Nicola Pecorini
Costumi - Gabriella Pescucci
Musiche - Carlo Virzì
Montaggio - Simone Manetti
Plachiamo certi entusiasmi. Dietro il meraviglioso impianto visivo c'è una sceneggiatura che più politicamente corretta non si può. Un Balla coi lupi fantascientifico con una presa di coscienza, una storia d'amore, un finale giusto e consolatorio. Una favola dalla parte della natura e dei deboli, ecologista e buddista che punisce i cattivi e premia i buoni. Dentro il contenitore non c'è traccia di contenuti intelligenti.
Alieni che si travestono da umani hanno invaso da tempo, ancora una volta, gli States; costretti ad emigrare dal loro pianeta per non estinguersi.
Strange invaders è un omaggio alle invasioni aliene degli anni '50 e '60 per le situazioni e tutte le tematiche che ne conseguono. Il motto è: mai fidarsi di chi hai vicino. Tua moglie, il tuo vicino di casa, il vecchietto che ti dà una camera d'albergo, i tuoi colleghi di lavoro, tutti sono coinvolti in qualche modo. Di alleati, se ce ne sono (e nel nostro caso è così), se ne incontrano pochi e quando oramai le speranze che capiti sono ridotte a zero. Guarda caso colui che si incontra è dell'altro sesso, come se il buon dio volesse concedere alla nostra specie un'altra possibilità scegliendo loro due come novelli adamo ed Eva.
Questi alieni ci imitano nell'aspetto, e all'occorrenza si liberano dell'involucro di pelle umana mostrandoci il loro reale aspetto di insetto. A scoprirli, coincidenze della vita, è Charlie (Paul Le Mat) un entomologo costretto a fargli la guerra per riavere la sua figlioletta (Lulu Sylbert) da loro rapita. Sarà aiutata da una giornalista (Nancy Allen) sempre meno scettica. Invasori dai raggi luminosi e distruttivi che gli escono dalle mani. Alieni in un certo senso moderni, d'accordo con una elite terrestre (studiosi si UFO) per poter continuare i loro porci comodi in tranquillità senza spargimenti di sangue. Se il compromesso non ti sta bene, o tu non vai loro a genio, ti imprigionano dentro una sfera luminosa piuttosto piccola per contenere anche un neonato*.
Meteora oramai dimenticata Michael Laughlin ha diretto solo altri due film: il primo Strange Behavior, del 1981, è un frullato di fantascienza, thriller, assassini e scienziati pazzi.
L'omaggio a certo cinema di fantascienza Strange invaders lo ribadisce inserendo nel cast Kenneth Tobey, tra i protagonisti di La cosa da un altro mondo. In una scena poi, la moglie/aliena del protagonista (June Lockhart) guarda in tv Ultimatum alla Terra.
La pellicola pare incerta tra la strada seriosa e quella faceta, manca quell'equilibrio tra pessimismo e ironia di un John Carpenter (il suo Essi vivono però deve ancora arrivare), ma rimane un titolo da riscoprire per gli amanti del genere.
*: a dirla tutta gli effetti speciali ottici (i raggi luminosi e le palle) non sono così buoni, meglio gli effetti makeup degli alieni curati da Bill Sturgeon.
Lontani dai modelli romeriani e fulciani sono gli zombies di Zeder, film diretto da Pupi Avati nel 1983. A riportare in vita i morti è un'area magica, chiamata nel film zona k, dove anche antiche popolazioni celebravano i loro riti magici. La più importante di queste si trova in Romagna, uno scrittore squattrinato ne viene a conoscenza in modo anomalo, e curioso inizia ad indagare finendo al centro di un raggiro a cui partecipano anche i soliti insospettabili.
Zeder però appartiene più al filone delle cospirazioni da parte di sette segrete nei confronti del malcapitato che intralcia i loro piani che a quello degli zombies, e più che mostrare l'orrore lo suggerisce. Il film parte da una buona sceneggiatura (scritta dai fratelli Avati insieme a Maurizio Costanzo) ben realizzata dal regista e dai suoi collaboratori. La fotografia di Franco Delli Colli, le musiche di Riz Ortolani, la recitazione di Gabriele Lavia, anzi la sola sua presenza sempre più spaesata, ma anche per la sua ultima apparizione nel genere che più ci piace dopo Chi sei?, Profondo Rosso, Inferno.
I cattivi qui sono un gruppo di studiosi dell'occulto che ha ramificazioni ovunque, quindi si direbbe ben nutrito, finanziato da un tizio piccoletto e molto lynchiano, attrezzati con dei monitor un po' come l'equipe di Poltergeist. Il loro quartier generale un'abitazione oggi abbandonata, in funzione anni prima come colonia estiva parrocchiale.
Lampanti sono poi le analogie tra alcuni aspetti di questo film e il romanzo di Stephen King Pet Sematary uscito, fonte wikipedia, circa un anno dopo. Anche lì a riportare in vita i morti è un terreno/luogo particolare, anche lì l'amore svolgerà un ruolo importante, creando un finale fotocopia dell'altro.
Come secondo esperimento di Pupi Avati nei dintorni del terrore non c'è male per niente, un pelino sotto, forse, La casa dalle finestre che ridono.
Sulla scia di Zombi e Zombi 2, Bruno Mattei (con il nome abituale di Vincent Dawn) sforna Virus. A diffondere l'epidemia di morti viventi, partendo dalla Guinea, una fabbrica/centrale nucleare dove si sperimentano cose pericolose in quanto egoiste. Ad unire i loro sforzi per salvare la pelle, un gruppo di militari (a conoscenza dell'esistenza della fabbrica) e due francesi (una giornalista, Margit Evelyn Newton, l'altro operatore televisivo) desiderosi di fare il loro servizio scoop, di conoscere la verità sulle misteriose ressurrezioni. Ora qui, adesso là, Virus (conosciuto in Italia anche come Inferno dei morti viventi, e Zombie 5: ultimate nightmare) si ciba dei film di Romero e Fulci non solo per le ambientazioni e le situazioni, o per le musiche dei Goblin in parte riciclate, ma anche per alcuni concetti come la critica nei confronti dell'uomo (civilizzato, militarizzato) animato spesso da comportamenti più feroci degli zombies. Non mancano le scene (ripescate da un precedente lavoro) con rituali indigeni come nella tradizione, tutta italiana questa, dei mondo movies finto snuff. Ma è nei numerosi assedi claustrofobici dei morti viventi che Bruno Mattei dà il meglio di sé mettendo i malcapitati protagonisti in mille trappole come topi. Come in un altro suo titolo chiamato, non a caso, Rats:notte di terrore. Sia chiaro: il film non è un capolavoro da riscoprire, molte sono le situazioni paradossali a cominciare dalla recitazione del cast, gli effetti speciali poi sono piuttosto arronzati, eppure, nonostante i difetti dovuti soprattutto ad un budget inesistente... A creare la giusta atmosfera in Virus sono i dettagli dei teschi scarnificati che il gruppo incontra per strada*, le inquadrature al rallenty degli animali che sembrano quasi scappare. Mattei sembra solo in parte in grado di sfruttare a suo vantaggio la povertà di mezzi. *alcuni di questi dettagli vengono anche ripetuti, per mancanza di materiale girato sufficente. Sceneggiatura - José Maria Cunillés, Claudio Fragasso, Rossella Drudi, Bruno Mattei
Fotografia - John Cabrera
Scenografie - Antonio Velart
Trucco - Giuseppe Ferranti
Montaggio - Claudio Borroni
Musiche - Goblin
Aiuto regia - Claudio Fragasso
Sulla scia di Psycho, William Castle gira un anno dopo, nel 1961, Homicidal.
La doppia personalità (sessuale) qui invece di sostituirsi ad un personaggio morto, come accade nel film di Hitchcock, ne inventa di sanapianta uno, che inganna tutti o quasi. Rischiano di morire i pochi a conoscenza del segreto in grado di smascherare questa particolarissima recita. Scritto ancora una volta da Robb White, Homicidal gioca parecchio sull'ironia, dall'introduzione dello stesso Castle in stile Hitchcock, alle attese ansiose che si rilevano bufale come nella scena in cui l'infermiera Emily dovrebbe tirare fuori un coltello e invece dalla valigetta estrae una ricetta per l'anziana, paralitica e per giunta muta, Helga (Eugenie Leontovich).
Tutto inizia con Emily che uccide un giudice di pace (James Westerfield) quand'è in procinto di sposarsi con un fattorino conosciuto il giorno prima. Solo che il nome che dichiara al momento di sposarsi è quello di Miriam Webster (Patricia Breslin), la sorellastra di suo marito Warren (Joan Marshall).
Non mancano neanche qui le classiche trovate alla Castle per spaventare, sempre con ironia, gli spettatori facendo uscire il film dai suoi naturali confini: verso la fine della pellicola Miriam e Warren, scoperto che Emily ha ucciso il giudice di pace, decidono di entrare nella villa da lei abitata. Va per primo Warren e Miriam dopo un po' non vedendolo più uscire, preoccupata, decide di cercarlo all'interno dell'abitazione. Un orologio appare in sovrimpressione sull'inquadratura della porta di casa. Una voce fuori campo ci avverte: abbiamo pochi secondi per lasciare la sala prima che quella porta si apra facendoci scoprire così la terribile verità. Ma a parte questi espedienti da produttore e uomo d'affari, furbi ma allo stesso tempo originali nell'invogliare lo spettatore a vedere i suoi film, William Castle come al solito dimostra di saperci fare a tutto tondo, di conoscere bene le regole del gioco a tal punto da poterle sovvertire quando meno ce lo aspettiamo. Nei suoi lavori migliori niente è quel che sembra, gli inganni si accumulano fino alla soluzione finale vero colpo di grazia allo spettatore ignaro.
Fotografia - Burnett Guffey
Scenografie - Cary Odell
Arredatore - Darrell Silvera
Montaggio - Edwin H. Bryant
Musiche - Hugo Friedhofer

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