La guerra dei mondi di Byron Haskin

I primi alieni distruttivi arrivano nel 1953. Il produttore George Pal, soddisfatto degli incassi di Quando i mondi si scontrano, decide di investire di nuovo in una pellicola in cui gli effetti speciali hanno un ruolo importante. I visitatori in questo film non sono messaggeri di pace, né una forma intelligente di vita vegetale. L'alieno che questa pellicola ci mostra è uno spietato invasore che inizia con l'inganno la sua scalata al potere. La voce narrante che introduce la storia ci fa sapere che gli abitanti di Marte da tempo ci osservano vogliosi di trasferirsi da noi avendo i giorni contati sul loro pianeta a causa del clima ostile. La paura che qualcuno da altri mondi ci spii è una metafora e un'estensione della paura e del sospetto che la guerra fredda andava alimentando in quegli anni sui regimi comunisti e sulla Russia in particolare. In quegli anni negli States si diffonde a macchia d'olio la convinzione che la Russia nasconda spie all'interno della sua sana società. Non è un caso che al cinema gli invasori provengano quasi sempre da Marte, dal pianeta rosso; Corrado Guzzanti ci ha scherzato nel suo film Fascisti su Marte. Questa invasione quindi inizia con una lunga osservazione della Terra grazie a potentissimi mezzi tecnologici. La prima fase vera e propria inizia con un inganno. Quelle che sembrano meteoriti si rivelano presto per dei contenitori di navicelle da guerra (ogni meteorite ne racchiude tre) che distruggeranno tutto con i loro raggi. Un grosso meteorite che gli abitanti del luogo dove si svolge la storia credevano avrebbe portato loro turismo, soldi e via dicendo. Un dono dal cielo che si rivela un vero e proprio moderno cavallo di Troia.




Oltre ad usare l'inganno e ad avere una tecnologia avanzatissima, gli invasori dimostrano anche di conoscere la strategia militare. Quando il loro scudo invisibile si dimostra resistente anche alla bomba atomica, con la loro avanzata a ventaglio conquisteranno il mondo, secondo i calcoli di uno dei protagonisti, in sei giorni. A nulla serve la tecnologia terrestre, a nulla servono le manovre militari, gli attacchi via aria o via terra, niente sembra scalfirli. L'esercito americano, così come quello degli altri paesi non può che arrendersi. Il mondo è in ginocchio.

Nonostante protagonista del film sia la classica coppia coraggioso + bella indifesa, La guerra dei mondi è una pellicola corale in cui i due protagonisti non sono che i prescelti dal film per narrare una storia che riguarda tutta l'umanità. Il dottor Clayton Forrester (Gene Barry futuro protagonista di I 27 giorni del pianeta Sigma) cerca di studiare gli alieni ma non scopre niente di significativo per fermarli, la bella Sylvia (Ann Robinson) ha un incontro ravvicinato che gli procura un discreto spavento. In quella occasione i due vedono come sono fatti i marziani, scoprono che sono fotosensibili (ci si arrivava anche con la logica) ma niente che possa fermarli. Insieme a loro ci sono molti militari, qualche dottore, e un prete (lo zio di Sylvia interpretato da Lewis Martin) che sacrificherà la sua vita cercando di essere amico degli invasori. Verso la fine della pellicola diretta da Byron Haskin la folla diventa esplicitamente protagonista, con le scene di massa in cui si fugge dalle città, si saccheggiano negozi, si rubano automobili, e di conseguenza anche con l'esatto contrario: con le strade vuote da mezzi e pedoni dove gli unici che circolano sono i militari che controllano se è rimasto ancora qualcuno.
Le meteore continuano a cadere e la notizia dell'invasione che da locale diventa presto globale occupa le prime pagine dei giornali come le trasmissioni radiofoniche. Ma oltre che diffondere il panico questi mezzi di comunicazione non fanno niente.

Una grande innovazione rispetto a quello che si andava delineando in quel periodo è la forma dell'astronave aliena. Non si può parlare in questo caso di un disco volante perché la sua forma ricorda più quella di una manta. Ai due poli della navicella escono i raggi verdi, mentre dal centro dell'astronave esce una specie di lungo collo che finisce con un marchingegno (tutta questa parte sottile ricorda invece un altro animale: il cobra) da cui sgorga l'arma principale.
Rispetto all'idea descritta nel libro di Wells, a cui il film si ispira, la navicella non poggia per terra grazie all'ausilio di tre "gambe" meccanizzate ma resta sollevata sfruttando un flusso magnetico (lo dice ipotizzando Forrester).
Gli alieni nel film (i costumi sono stati realizzati da Charles Gemora) si vedono bene quando lo studioso e la sua bella, che si conoscono (altra quasi costante del cinema di fantascienza e non solo) all'inizio del film, rimangono intrappolati in un casolare dopo che il loro piccolo aereo precipita. Poco prima di avere l'incontro ravvicinato, da una delle astronavi che assedia la casa esce fuori un lungo braccio/sentinella che entra all'interno della casa alla ricerca dei due umani. Si tratta di un'apparecchiatura composta da tre lenti ognuna delle quali composta da un colore diverso. L'alieno mostrerà di avere un occhio simile a quello visto sulla loro "telecamera". Rossi di carnagione tanto per ribadire che vengono da Marte, dotati di un solo occhio come i ciclopi, tre dita per mano, sgraziati quando corrono come l' E.T. di Steven Spielberg.

Contro di essi la razza umana non può far niente, le loro armi sono superiori a quelle dell'uomo eppure in qualcosa forse si può sperare: dall'incontro con l'alieno Forrester riesce a prendere un campione di sangue e a portare con sé la lente della loro telecamera. Dalle analisi si scopre che sono anemici e che la loro vista è diversa dalla nostra tant'è che il loro assorbimento dei colori gli fa vedere le cose quasi in bianco e nero. L'unica arma che si può tentare contro di loro è dunque quella biologica, teorizza sempre Forrester. La soluzione naturale che fermerà gli alieni non verrà scoperta o inventata dal protagonista come da nessun altro, essa si trovava già nell'aria da prima che i marziani invadessero la Terra. La cosa che distrugge i cattivissimi alieni sono dei comunissimi batteri a cui gli uomini sono immuni, batteri come dice la voce recitante del film messi lì da Dio nella sua infinita saggezza.
L'elemento religioso è presente non solo nelle vesti del pastore Matteo che si sacrifica nel tentativo di salvare l'umanità, o nel gruppo di persone che si rifugia nella chiesa pregando, ma anche nel ricorrere continuo del numero 3 come Trinità: tre sono le navicelle contenute in ogni meteorite, tre sono i colori che compongono la vista del marziano, tre le sue dita per mano

Tutti segnali divini, come a voler far intendere che l'invasione è una prova dell'onnipotente. Lo conferma anche il fatto che a porre fine all'attacco marziano sarà qualcosa di non calcolato, un vero e proprio miracolo in questo senso.

La cosa da un altro mondo di Christian Nyby e/o Howard Hawks

Nello stesso anno del pacifista Ultimatum alla Terra esce anche il suo esatto contrario: La cosa da un altro mondo (The thing from another world) diretto da Christian Nyby e prodotto da Howard Hawks che, come è noto, girò anche parecchie sequenze.

La storia (sceneggiata da Charles Lederer - e da un non accreditato Orson Welles - basandosi sul romanzo di Who goes there? di John Campbell Jr.) narra di un gruppo di uomini i quali nei pressi del Polo Nord (le scene sulla neve furono in realtà girate nel Montana) scoprono che uno strano oggetto è caduto nelle vicinanze. All'inizio sembra un meteorite, ma un analisi più approfondita mette subito in chiaro che si tratta di qualcos'altro. Il comandante Hendry (Kenneth Tobey) dell'aviazione raggiunge il posto insieme allo scienziato Carrington (Robert Cornthwaite) a un giornalista, Scott (Douglas Spencer), e ad altri. Lì trovano sepolta sotto il ghiaccio una astronave aliena giunta lì probabilmente per un incidente (una specie di alettone spunta in superficie), provano a tirarla fuori con della dinamite ma la distruggono. Stanno per andarsene delusi quando un rivelatore comincia a segnalare qualcosa: sepolto sotto il ghiaccio c'è ancora qualcosa, un alieno antropomorfo che il ghiaccio ha ibernato. Il gruppo decide di rompere il ghiaccio intorno all'essere e di portarlo alla base per esaminarlo.
Si organizzano dei turni per sorvegliare il blocco di ghiaccio, durante uno di questi la creatura si libera, chi è di guardia gli spara senza ottenere nulla, l'alieno si allontana nella bufera, viene attaccato dai cani del gruppo ma riesce ugualmente ad allontanarsi a a sparire. Sul luogo insieme ai resti di due cani trovano anche un braccio dell'alieno. Analizzandolo oltre a degli artigli micidiali si scopre una cosa sconcertante: l'essere è più simile ad una pianta che a un animale. Non ha sangue anzi, un po' come la pianta Dyonea che usa un'esca dolciastra per catturare e mangiare piccoli mammiferi, usa il sangue altrui per nutrirsi e autoriprodursi. Fatta questa scoperta il gruppo si accorge che il braccio sta iniziando a muoversi! La creatura riesce ad introdursi nella serra dove grazie al sangue di due poveretti che uccide inizia l'autoriproduzione. Per fermarla seguiranno il suggerimento della dottoressa Nina (Margaret Sheridan) di "cuocerlo" come un qualsiasi legume. Ci riusciranno aiutati da dei cavi elettrici ad alta tensione.




La minaccia ne La cosa da un altro mondo è rappresentata da quanto di più innocuo e apparentemente stupido ci sia: il mondo vegetale. Sul pianeta da cui la creatura proviene, il mondo vegetale ha subito l'evoluzione che sulla Terra è toccata a noi umani. Solo una questione di fortuna quindi ha reso noi intelligenti. La super-carota, come viene battezzata da Scott, al contrario del concetto terrestre di vegetale come di un qualcosa di non vivo (le piante non pensano; una persona che definiamo ridotta a uno stato vegetale vuol dire che non ha più niente di vivo) ha costruito una navicella spaziale che è riuscita a raggiungere il nostro pianeta con lo scopo di usare il sangue degli esseri che vi abitano per moltiplicarsi a dismisura.


Il remake che girerà John Carpenter nel 1982 avrà un altro approccio, più simile a L'invasione degli ultracorpi che all'originale del 1951. Per trovare un alieno o un invasione aliena analoga dobbiamo pensare al film Il giorno dei trifidi di Steve Sekely (1962) o all'episodio di Creepshow (1982) di George Romero che vede protagonista il tonto Jordy Verrill, interpretato da un bravissimo Stephen King.

Film tutto azioni e battute graffianti spesso pronunciate contemporaneamente tant'è che quando si trattò di tradurre il film in italiano, la casa di distribuzione RKO ricevette una lettera di rinuncia da parte della compagnia di doppiatori italiana. Solo dopo gli incoraggiamenti della RKO si riuscì nell'impresa coinvolgendo i migliori traduttori e doppiatori italiani. Il risultato alla fine fu soddisfacente.


La creatura (impersonata da James Arness futuro protagonista di Assalto alla Terra del 1954) nel film si vede poco e quel poco si vede nella quasi totale oscurità e in campo lungo. Solo nella scena in cui l'alieno è dietro una porta si riesce a vederlo bene anche se solo per un attimo. Testa calva, sguardo cattivo, mano (il braccio che i cani gli avevano strappato a morsi è ricresciuto) dotata di unghie resistentissime a metà strada tra la corazza di un coleottero e la spina di una rosa, può ricordare la creatura di Frankenstein. La scelta di farlo vedere poco (la fotografia del film è di Russell Harlan) si attribuisce ad Hawks che conosceva benissimo il pensiero in proposito della RKO già utilizzato per film come Il bacio della pantera di Jacques Tourneur.
Il trucco dell'alieno fu affidato a Lee Greenway. Dovette faticare cinque mesi realizzando diciotto sculture prima che Hawks si ritenesse soddisfatto.


Ottime le musiche di Dimitri Tiomkin che nel remake di Carpenter saranno affidate all'italiano premio oscar alla carriera Ennio Morricone (cosa insolita per Carpenter abituato a scriversi da sé le musiche dei suoi film). Morricone aveva già arrangiato le musiche di Tiomkin del film Un dollaro d'onore per il primo western di Sergio Leone Per un pugno di dollari. In quel caso c'è da dire che il riferimento alle musiche di Tiomkin è evidente mentre nel nostro, visto le differenze con il film originale, decise di prendere una strada decisamente diversa regalandoci una suggestiva musica in molti casi dodecafonica. La colonna sonora che Morricone compose per La cosa sarà omaggiata nel recente The descent di Neil Marshall.




Curiosa e mistica è la scena finale (dove ad interpretare la creatura fu anche l'attore nano Bill Curtis) in cui l'elettricità (dipinta direttamente sulla pellicola come si usava all'epoca) esce dalle braccia e dalla testa della creatura a ricordare quasi un crocifisso.
Questa immagine verrà ripresa da Carpenter, insieme a pochissime altre cose come l'utilizzo dei cani per iniziare a far capire al pubblico qualcosa sulla vera natura dell'alieno. Nel film di Nyby e Hawks c'è un personaggio femminile, Nina, che contribuirà alla vittoria sull'alieno. Nel remake non solo non ci sono personaggi femminili, ma nessuno dei protagonisti sopravviverà alla "cosa".


Scenografie - Albert D'Agostino, John Hughes
Montaggio - Roland Gross
Special Photographic effects - Linwood Dunn
Suono - Phil Brigandi, Clem Portman

Killer party di William Fruet

Pellicola dalla travagliata lavorazione, Killer Party fin dall'inizio sfida e si burla dello spettatore spiazzandolo con situazioni ingannevoli di vario genere. Si comincia in un cimitero dove si sta svolgendo un funerale, una delle parenti (Elizabeth Hanna) resta sola con la bara per maledire l'odiata defunta, ma la cassa si apre, due braccia ne escono e spingono la donna dentro. I becchini incaricati della cremazione non notano le urla (hanno le cuffie) provenienti dall'interno né i vistosi movimenti della bara che viene così bruciata. Quanto appena visto scopriamo essere la scena di un film che una coppia di ragazzi sta guardando in un drive-in. Lui vorrebbe amoreggiare lei invece vuole i pop corn. Esce per andare a comprarli ma nel negozio non trova nessuno, presagio che qualcosa di sinistro sta per accadere, prende una confezione gigante senza pagarla e torna in auto per scoprire che anche Stosh (Scott Coppala) è sparito. Mentre guarda il film (l'audio fuori campo ci fa capire che per i due becchini si è messa male) il ragazzo si ripresenta, trasformato in una specie di zombie, e minaccia la ragazza con un coltello. La giovane fugge e scopre che tutte le persone nel drive-in si sono trasformate in mostri. Scopriamo però che quanto visto fin'ora è il video del gruppo heavy metal glam dei White Sister, "You're no Fool". La ragazza alla fine della canzone se ne va con i suoi nuovi amici mostri felice e contenta. A guardare questo videoclip è Phoebe (Elaine Wilkes) una studentessa sempre culo e camicia con l'introversa Jennifer (Joanna Johnson, qui alla sua prima apparizione) e l'appassionata di trucchi ed effetti speciali Vivia (Sherry Willis-Burch). Durante la festa di un gruppo collegiale ambitissimo in una casa che si dice maledetta, tra effetti speciali organizzati per il divertimento degli invitati e una possessione diabolica vera (che colpirà la più debole delle tre facendole commettere veri omicidi, indovinate quale...), non mancheranno di certo azione e sorprese.


Interpretato da attori non famosi, ironico per questo oscillare tra situazioni/uccisioni fittizie e reali, splatter ma senza esagerazione e con una preferenza per le morti maschili, Killer Party è diretto da William Fruet, un veterano del genere che più ci piace. Merito della pellicola è da attribuire sicuramente alla sceneggiatura di Barney Cohen che ci regala anche un finale degno di un horror.


Fotografia - John Lindley
Scenografie - Enrico Campana
Costumi - Gina Kiellerman
Special makeup effects - Charles Porlier
Montaggio - Eric Albertson
Musiche - John Beal

Curiosità:

-Girato nel 1978 e interrotto per problemi di budget fu terminato nel 1984 e solo due anni dopo distribuito con numerosi tagli per le scene gore e splatter.
- Il gruppo dei White Sister, esistito realmente, si è sciolto nel 1987.

Premio Gianni Di Venanzo serata finale

E' tutto pronto per la cerimonia di premiazione della 14^ edizione del Premio Internazionale per la Fotografia Cinematografica “Gianni Di Venanzo”. Questa sera, a partire dalle ore 17.00, presso il cineteatro Comunale di Teramo saranno consegnati ai vincitori gli Esposimetri d'Oro dell'edizione 2009. Sarà una vera e propria festa del Cinema, alla presenza di numerose stelle cinematografiche. Hanno dato la loro conferma agli organizzatori del premio, i responsabili dell'Associazione Teramo Nostra: la regista Liliana Cavani, che sarà a Teramo insieme ad Alfio Contini che ritirerà il premio per la sua straordinaria carriera di Direttore della Fotografia, la madrina del Premio Loredana Cannata, gli altri Direttori premiati, Daniele Ciprì e Hoyte Van Hoytema; il regista Tonino Valerii e tanti prestigiosi “maestri della luce” come Ennio Guarnieri, Franco Di Giacomo e Marcello Gatti. Saranno presenti anche i protagonisti della fiction Mal'aria Manuela Morabito e Giorgio Biavati.

Ieri alle ore 17 nella Sala Polifunzionale della Provincia Walter Veltroni, nel corso di un incontro-intervista, ha presentato il suo ultimo romanzo “Noi” edito da Rizzoli.

Sempre ieri sera alle ore 20.30 c’è stato un omaggio al compositore Nicola Piovani.

Altri appuntamenti importanti ci saranno anche domenica 15 novembre 2009.
Al mattino i cineasti presenti a Teramo faranno una visita nel centro storico di Pietracamela per programmare l'inizio delle riprese per il documentario che sarà realizzato proprio sul paese montano teramano.
Nel pomeriggio di domenica, alle ore 17.00, nella Sala Polifunzionale della Provincia si terrà un concerto omaggio a Vittorio De Sica nel 35° anniversario della scomparsa del grande regista-attore italiano. Sarà presente il figlio Manuel De Sica. L'iniziativa è stata organizzata grazie alla collaborazione tra l'Orchestra da Camera “Benedetto Marcello” e il “Premio Di Venanzo”. Saranno eseguite musiche del maestro Manuel De Sica.
Al termine del concerto sarà proiettato il film Ladri di biciclette di Vittorio De Sica.




GRAN CERIMONIA DI PREMIAZIONE PER LA CONSEGNA DEGLI ESPOSIMETRI D’ORO
SABATO 14 NOVEMBRE 2009 – h. 17.00 Cineteatro Comunale

Cerimonia di premiazione e consegna degli Esposimetri d’Oro

Premio Miglior Fotografia Italiana:
Daniele Ciprì per Vincere di Marco Bellocchio
Premio Miglior Fotografia Straniera:
Hoyte Van Hoytema per Lasciami entrare di Tomas Alfredson
Premio alla Memoria:
Henri Alekan
Premio alla Carriera:
Alfio Contini


Premio Speciale Fiction TV:
Giovanni Cavallini per Mal’aria di Paolo Bianchini
Premio Speciale Miglior Opera Prima:
Enzo Carpineta per Pa-ra-da di Marco Pontecorvo

Conduzione:
Antonella Salvucci
Stefano Masi – Presidente della Giuria
Madrina del Premio:
Loredana Cannata
Ospiti d’onore:
Liliana Cavani, Rossella Izzo, Sarah Felberbaum, Paolo Bianchini, Ettore Bassi, Giorgio Biavati, Ruggero Deodato, Alessandro D’Alatri
Regia:
Gianfranco Manetta
Scenografia:
Alunni del Liceo Artistico di Teramo coordinati dai Prof. Marco Pace e Fabrizio Di Diodato
Musiche:
“The Old Five Swingers” dei fratelli Massetti
Accoglienza ospiti:
Banda di Montorio al Vomano
Performance di danza:
Maestro e coreografo Massimiliano Landi

Nemico pubblico di Michael Mann



Già portata più volte sul grande schermo, la vita di John Dillinger è qui affrontata analizzando la sua persona anche al di là della sua attività criminale. E i due mondi ci sembrano abbastanza coincidenti, innanzittutto perché Dillinger (Johnny Depp) era convinto di essere padrone del mondo, il numero uno delle rapine, e quindi, evidentemente, anche delle persone che incrociavano il suo cammino. Un rapinatore atipico che non accettava i soldi messi in banca da onesti risparmiatori. Billie (Marion Cottilard), la donna con la quale inizia una relazione non ha il carattere forte necessario per fronteggiare il malvivente: si lascia imbambolare dalle sue parole, dalla sua personalità, è lui a decidere che lei sarà la sua donna, non il contrario, la ragazza non può che accettare affascinata dal suo carisma, incapace di controbattere. Le promette mari e monti, non come tanti cazzari squattrinati consapevoli della beffa, eppure il suo è un mondo di illusioni perché non si rende conto, sentendosi padrone del mondo, che prima o poi l'età dell'oro finirà. Lo avverte la sua donna che piano piano apre gli occhi. Finisce in galera svariate volte riuscendo sempre ad evadere, la prima volta all'inizio del film, finché non entra in campo un segugio figlio di puttana (Christian Bale) indisposto a farsi prendere per il culo come gli altri, uno sbirro con una marcia in più. E poi ci sono da considerare i suoi compagni di rapina, uno su tutti il folle Baby Face Nelson (Stephen Graham), anche loro con un ruolo importante nello sfacello della sua vita.


Girato magistralmente da Michael Mann e interpretato da un cast gigantesco e indovinato, Nemico Pubblico (Public Enemies) finisce col rendere giustizia ad un personaggio che tutto sommato risulta essere il meno peggiore tra quelli rappresentati.


Sceneggiatura - Ronan Bennett, Michael Mann, Ann Biderman

Fotografia - Dante Spinotti


Scenografie - Nathan Crowley, Patrick Lumb, William Ladd Skinner


Costumi - Colleen Atwood


Montaggio - Jeffrey Ford, Paul Rubell


Musiche - Elliot Goldenthal

L'uomo che fissa le capre di Grant Heslov

Lo spirito di L’uomo che fissa le capre (The man who stare at goats), scanzonato, critico, dissacrante, cazzone, liberatorio, probabilmente dà il meglio di sé in quell’ultima immagine volutamente posticcia. Più che l’effetto è essenziale la causa, sembrerebbe volerci dire. Le contraddizioni americane vengono tutte a galla attraverso la storia di un giornalista sfigato venuto per caso a conoscenza di una fazione dell’esercito specializzata nello sviluppo di armi psichiche per sconfiggere il nemico senza armi. Sono soldati dai capelli lunghi, guidati da un guru hippie, che invece di esercitarsi con il fucile ballano in gruppo per rilassarsi ed entrare in comunione con l’universo, piuttosto che fare pratica con le torture per far parlare i prigionieri si concentrano per vedere cosa c’è dentro un armadietto o camminano sui bracieri ardenti. Il Gruppo Nuova Terra è un caso a sé, un virus malefico all’interno di un sistema basato su principi opposti ai suoi, finanziato dallo Stato più per certi suoi rimandi a Guerre Stellari che per le sue idee. Una follia all’interno di un’altra follia. Da una parte la forza della mente, dell’immaginazione, dall’altra l’azione classica, cazzuta da macho. La staticità contrapposta al dinamismo, la pace che fa guerra alla guerra, un tentativo scoperto di rivoluzione tant’è che qualcuno cercherà di riportare le cose sulla giusta carreggiata, più per invidia e sete di potere che per un ideale nobile. È così rappresentata, e presa in giro, la capacità dell’America (ma con un esame neanche troppo attento potremmo vederci anche un altro posto) di incartarsi con le proprie mani, di contraddirsi da sola formando pacifisti che uccidono capre con la forza del pensiero. Si ride di gusto. Esordio alla regia per Grant Heslov.




Personaggi e interpreti:



Lyn Cassady – George Clooney
Bob Wilton – Ewan McGregor
Bill Django – Jeff Bridges
Larry Hooper – Kevin Spacey
Dean Hopgood – Stephen Lang
Todd Nixon – Robert Patrick
Mahmud Daash – Waleed Zuaiter
Gus Lacey – Stephen Root
Maggiore Holtz – Glenn Morshower

Sceneggiatura – Peter Straughan (dal libro di Jon Ronson)

Fotografia – Robert Elswit
Scenografie – Sarah Seymour, Peter Borck

Costumi – Louise Frogley

Montaggio – Tatiana Riegel
Musiche originali – Rolfe Kent

Nel paese delle creature selvagge di Spike Jonze


Ancora una fantasia sfrenata, un altro mondo diverso e allo stesso simile da quello ufficiale.


Max è un ragazzino incompreso da tutti, ignorato dalla sorella e dalla madre, sbeffeggiato da ragazzini più grandi. In fin dei conti vorrebbe solo trovare qualche compagno di giochi, ma le persone che ha intorno, ai suoi occhi, non gli danno l’attenzione che desidera. Ecco allora che indossando un costume da gatto scappa di casa e inizia ad immaginare un viaggio che lo conduce su un’isola dove abitano delle strane pelose e gigantesche creature (realizzate dalla mitica factory del compianto Jim Henson e successivamente ritoccate al computer per migliorare le espressioni dei volti) dai comportamenti e dai pensieri decisamente umani, ambigui, rassicuranti o spaventosi. La fantasia di Max gli fa dare ad ogni creatura selvaggia un carattere che è un po’ suo e un po’ proveniente dalle persone dalle quali si sente incompreso. C’è la capra che nessuno ascolta e che diverrà bersaglio della sua cattiveria in una delle scene più belle del film, la rinocerontessa fissata con i complotti, prepotente e pronta a minacciarlo in vari modi, se ha la luna storta, ma soprattutto c’è Carol, vero e proprio alterego di Max, il personaggio che gli farà capire i propri torti, il proprio lato oscuro. Perché in quella fantasia Max non è più solo, non è più semplicemente Max, diventa un altro, diventa il re di quelle creature selvagge, promette loro di sconfiggere la tristezza, male di cui soffre Max, o almeno questo è quello che crede lui, quindi esce dal suo personaggio, si responsabilizza, si guarda dentro e scopre che il suo egocentrismo, la sua gelosia, il suo comportamento abituale in casa, ma più in generale con gli altri, non è poi così coretto, che vedersi dall’esterno non è così rassicurante e piacevole.


Max è un ragazzino fortunato. La sua fantasia basta per farcelo capire, il suo è un mondo popolato da pupazzi di peluches giganti, da avventure incredibili suggerite dalle letture giuste, da una educazione e da un ambiete borghese e rassicurante. Max è un piccolo ribelle viziato che usa la sua fantasia per comprendere gli insegnamenti e le prediche che, all’apparenza, da un orecchio gli entravano e dall’altro gli uscivano. Storia di formazione vista, è ovvio, attraverso gli occhi di un adulto, Nel paese delle creature selvagge (Where The Wild Things Are) è un film anomalo, fuori moda (sembra impossibile che un ragazzino di oggi a quell’età giochi ancora come ai “vecchi tempi”, e la famigerta Play Station?), che dovrebbe essere visto dai ragazzini coetanei del protagonista. Spike Jonze ancora una volta osa parecchio e rischia di scottarsi, qui più che mai, in questa esplorazione della psiche infantile terribilmente onesta, anche nel rappresentare la noia che ogni tanto si presenta.


Sceneggiatura – Spike Jonze, Dave Eggers (da un fumetto di Maurice Sendak)


Personaggi e interpreti:


Max – Max Records


Sua madre – Catherine Keener


Il suo uomo – Mark Ruffalo


Claire, sorella di Max – Pepita Emmerichs


I suoi amici – Max Pfeifer, Madeleine Greaves, Joshua Jay, Ryann Corr


Doppiatori originali – James Gandolfini (Carol, in Italia Pierfrancesco Favino), Paul Dano (Alexander), Forest Whitaker (Ira), Catherine O’Hara (Judith), Chris Cooper (Douglas), Lauren Ambrose (KW), Michael Berry Jr. (Il toro)


Fotografia – Lance Acord


Scenografie – K.K. Barrett, Jeffrey Thorp


Costumi – Casey Storm


Montaggio – James Haygood, Eric Zumbrunnen


Musiche – Karen Orzolek, Carter Burwell

Parnassus: l'uomo che voleva ingannare il diavolo di Terry Gilliam

Diciamolo subito così ci togliamo il pensiero. Terry Gilliam ha fatto decisamente di meglio, osato di più. In Parnassus: l'uomo che voleva ingannare il diavolo (The imaginarium of Doctor Parnassus) la fantasia resta sempre in qualche modo la protagonista della storia narrata, così come il passare da un mondo (o dimensione, o periodo storico, chiamiamola come ci pare basta che ci capiamo) a un altro, a occhio e croce ci sono tutte le tematiche a lui care, eppure non c'è un vero coinvolgimento da parte nostra, anzi osiamo di più, quello che sembra assente ingiustificato più di tutti è il tocco di Gilliam, la sua firma, capace di rendere credibile l'impossibile. In altre parole quella che sembra mancare è la sua volontà di credere in quello che sta facendo, raccontando. Ci rendiamo conto che la pellicola ha avuto gli sviluppi noti a tutti e che questo può aver influenzato sul risultato. Parlare di morte, perché anche di questo parla Parnassus, consapevoli che Heath Ledger non c'è più non deve essere stato facile, soprattutto per uno come Gilliam che soffre da tempo di depressione. L'idea di far interpretare il suo personaggio anche da altri attori (Johnny Depp, Jude Law, Colin Farrell), trasformandolo nei sogni proibiti delle protagoniste, non è male ed è una delle trovate più intelligenti della pellicola. Forse in fin dei conti il problema è che da uno come Terry Gilliam ci si aspetta sempre qualcosa che più che coinvolgere sconvolga, completamente. Forse ci ha abituati troppo bene e sono io che rompo le palle a vanvera.



Parnassus - Christopher Plummer


Mr. Nick, il diavolo - Tom Waits


Valentina, figlia di Parnassus - Lily Cole


Anton - Andrew Garfield


Percy - Verne Troyer


Il presidente sulla sedia a rotelle - Peter Stormare


Sceneggiatura - Terry Gilliam, Charles McKeown


Fotografia - Nicola Pecorini


Scenografie - Anastasia Masaro


Costumi - Monique Prudhomme


Montaggio - Mick Audsley


Musiche Mychael Danna, Jeff Danna

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