Halloween 2 di Rob Zombie

Rob Zombie continua la sua personale rilettura su Michael Myers e salta tutti i passaggi di mezzo per finire dalle parti finali della vecchia saga. Laurie, scampata per miracolo alla prima strage, trascorre un anno tormentata da trementi sogni da sommare con la preoccupazione per il nuovo Halloween imminente e per la notizia che il corpo di Myers non è stato mai ritrovato. Il professor Loomis, sopravvissuto anch'egli al primo massacro, continua a pubblicare libri sull'omicida ricevendo critiche feroci da parte dei giornalisti e minacce dai genitori delle vittime. Nel frattempo la mente di Laurie cede sempre di più anche per via degli incubi sempre più spaventosi nei quali vive truculenti uccisioni (realmente avvenute) dal punto di vista dell'assassino. La notte di Halloween intanto si avvicina sempre più e una nuova scia di sangue ha inizio. Chi è ad uccidere questa volta? Il redivivo Michael o Laurie che ha scoperto di essere la piccola sorella Boo tanto amata dallo psicopatico? La domanda non ottiene una vera risposta, visto che Zombie volutamente ci confonde mostrandoci (quasi) tutta la vicenda dal punto di vista distorto di Laurie. Che ci sia un legame tra i due è evidente, eppure una parte della suggestione che sembra comandare certe scelte e certe visioni di Laurie potrebbe partire dalla lettura del libro di Loomis.

Da una parte, rispetto al primo capitolo, la sostanza non cambia: fotografia sporca e scura; uccisioni di vario tipo, raccapriccianti più per l'utilizzo del sonoro che per gli effetti visivi. Dall'altra basandosi sull'ambiguità dei sogni fatti anche, più di quanto possa sembrare, ad occhi aperti, il film si concede cambi di tonalità e di ritmo nelle apparizioni della madre insieme al cavallo. Queste però, nonostante la loro innegabile suggestione, fotografica e di significato, cozzano troppo con tutto il resto risultando alla fine indigeribili e quindi il punto debole della pellicola.



Insomma, Halloween 2 poteva andare meglio senza certe cadute. Una cosa è certa, il finale del film lascia intendere che un terzo capitolo prima o poi arriverà (2011), avrà come protagonista la definitivamente impazzita Laurie/Boo, e non sarà diretto da Rob Zombie, evidentemente consapevole del passo falso, ma da Patrick Lussier.

Attori e personaggi:

Chase Wright Vanek - Michael Myers da piccolo

Tyler Mane - Michael Myers

Scout Taylor-Compton - Laurie Strode

Lee Brackett - Brad Douriff

Annie Brackett - Danielle Harris

Sam Loomis - Malcolm McDowell

Fotografia - Brandon Trost

Scenografie - Garreth Stover, T.K. Kirkpatrick

Effetti speciali - Wayne Toth

Costumi - Mary McLeod

Montaggio - Glenn Garland, Joel Pashby

Musiche - Tyler Bates

Aspettando Boris 3 (dal 1 marzo su FX)


Kubrick? Posso essere sincero? Io considero Kubrick un incapace. Lo considero il classico esempio di instabilità artistica, abbia pazienza, è uno che ha affrontato un genere falliva e passava a un altro genere, come lo vogliamo chiamare? Poi anni e anni tra un film e un altro, anni e anni di che cosa? Di profondo imbarazzo per il film precedente, abbia pazienza...


Stanis La Rochelle

Il mistero del castello di Don Sharp

Qualche variazione sul tema del vampirismo è presente ne Il mistero del castello (Kiss of the Vampire), prodotto dalla Hammer nel 1962. Si racconta di due sposi novelli, Gerald (Edward de Souza) e Marianne (Jennief Daniel), finiti per una serie di coincidenze nel castello abitato dal dottor Ravna (Noel Willman) e i suoi due figli Carl e Sabena (Barry Warren, Jacquie Wallis). Durante un ballo in maschera (che sarà fonte d'ispirazione per Per favore non mordermi sul collo di Roman Polanski e per Eyes Wide Shut Stanley Kubrick) Marianne viede drogata e improgionata nel castello da Ravna. Gerald preoccupato si mette sulle sua tracce ma a chiunque chieda della moglie si sente rispondere sempre che con lui non c'è stata mai nessuna donna. Per fortuna c'è il professor Zimmer (Clifford Evans), uno studioso di vampiri deciso ad annientare Ravna, capo di una setta di vampiri che gli rapì tempo addietro la figlia. Mentre Gerald si intrufola nel castello alla ricerca della moglie, Zimmer inizia un rituale magico che distrugge la setta.

Per distruggere il nemico questa volta non si può fare affidamento sul sole. La famiglia Ravna esce di giorno prendendo qualche semplice precauzione. Rimane il terrore per le croci, sparisce del tutto l'aglio. I vampiri di questo film plagiano le loro vittime, le rendono schiave inconsapevoli, addormentate, incapaci di intendere e di volere. Marianne subisce questo condizionamento, fatto di sguardi magnetici, musica ipnotica e comandi telepatici, davanti ai nostri occhi. Niente paletto di frassino da conficcare nel cuore del capo vampiro, qui è una formula magica a salvare la ragazza liberando un gigantesco stormo di pipistrelli che attacca immediatamente il gruppo.


Il mistero del castello nel suo piccolo contribuisce al rinnovamento di un genere, monopolio fin'ora quasi esclusivo degli americani. In quegli anni l'Europa si scopre più che mai interessata all'horror e sforna geni del calibro di Terence Fisher, Mario Bava, Jesus Franco.

Don Sharp dopo questo film girerà Witchcraft, La nave del diavolo, La maledizione della mosca, Fu Manchu: operazione drago, Rasputin: il monaco folle e altri film.

Sceneggiatura - Anthony Hinds (anche produttore della pellicola, firma il copione come John Elder)
Fotografia - Alan Hume
Scenografie - Bernard Robinson, Don Mingaye
Makeup - Roy Ashton
Musiche - James Bernard

Approfondimenti:

L'approccio di Don Sharp al vampirismo differisce da quello di Fisher in quanto si concentra sulle circostanze che conducono ad esso e alle sue conseguenze occulte, sessuali e sociali più che sull'atto in sé. Per questo, Sharp dedica molto spazio allo sfondo e alla caratterizzazione, soprattutto per quello che riguarda i vampiri. La sequenza più audace è quella della mascherata dei vampiri, una faccenda assemblata con eleganza, la cui superfice di porcellana è smentita dalla ferocia inquietante delle maschere e dalla danza prolungata di Carl e Marianne. Il finale va notato per l'invenzione di una distruzione orribile e quasi patetica del culto vampirico. La vorticosa apocalisse di pipistrelli (un misto di animazione e modellini, la cui qualità vagamente irreale va a beneficio della scena) ha un'intensità drammatica di gran lunga superiore al tradizionale paletto nel cuore, una fine che sembra un po' passiva e sotto tono.

Tratto da La festa di sangue di Kim Newman, in Hammer e dintorni.

P.S. Questo è il trecentesimo post!

Up di Peter Docter


Come riesce la Pixar a dare spessore, anima e sentimenti (alle storie che racconta) non riesce nessuna altra casa di produzione al mondo. I loro lavori trasudano realtà più di tanti film con attori in carne ed ossa.
In Up, ultima loro fatica che è possibile vedere in un fantastico 3D, iI vecchietto protagonista, novello Barone di Munchausen, vola con la "sua" casa fino in Sud America per coronare il desiderio della moglie morta. Con lui un ragazzino un po' fesso, indesiderato, altrettanto solitario e desideroso se non di affetto almeno di compagnia. Una solitudine che ritroviamo in tutti gli altri personaggi, positivi e no. Nell'uccello technicolor privato dell'affetto dei suoi piccoli, nel cane emarginato dal resto del branco. I quattro protagonisti si incontrano in questa solitudine, sempre imposta da altro/i, e uniscono gli sforzi per fermare il nemico comune, anch'egli solitario, sbugiardato e impazzito, grossa delusione dell'anziano protagonista. Ancora una volta si toccano tutte le corde emotive, ci si sente chiamati in causa, coinvolti da una storia e da un linguaggio che, apparentemente, dovrebbero generare distacco, e invece ecco che la presa di coscienza riguarda anche noi, che il nostro punto di vista si modifica allargandosi insieme ai nostri limiti.

Sceneggiatura - Peter Docter
Montaggio - Kevin Nolting
Musiche - Michael Giacchino

Halloween the beginning di Rob Zombie

«Questo è un nuovo Halloween, è un nuovo inizio completamente avulso dalla serie. Se un personaggio ha un nuovo passato, ha anche un nuovo presente e dunque un nuovo futuro» (Rob Zombie).#1

Quello che John Carpenter, per le sue scelte drammaturgiche, aveva lasciato avvolto nel mistero emerge prepotentemente in questo rifacimento che analizza la genesi della follia di Michael Myers. Chiamata in causa è tutta la società, a partire dalla famiglia. Sua sorella adolescente Judith (Hanna Hall), occupata più che altro ad esplorare il mondo del sesso, Ronnie (William Forsythe) il suo papà sempre finito e pronto a stuzzicarlo, alcuni compagni di scuola prepotenti che lo tormentano. E Michael (Daeg Faerch) reagisce a modo suo, iniziando ad uccidere topi, gatti e cani. Ma dove c'è il male esiste anche la cura. Meno male che ci sono la madre amorevole (Sheri Moon Zombie), di professione spogliarellista, e l'innocente sorellina di qualche mese a dargli amore e conforto, a trattarlo come un essere umano. Senza di loro la vita del nostro sarebbe stata molto più squallida. Eppure questa fetta d'umanità non basta a fermare l'orologio che dentro gli era partito. Certi semi una volta piantati è difficile non farli germogliare. Incolpevole figlio di una società malata, Michael Myers è il male inarrestabile che ben conosciamo, capace di uccidere chiunque gli capiti sotto tiro, di far crollare i muri della ragione.
#2
Rob Zombie in fin dei conti non fa che adattare lo spirito, e il messaggio, del film di Carpenter, il nemico è tra di noi ed è americano, al suo stile eccessivo, visionario, grottesco, provocatorio, più politico di quanto non si direbbe. Un signor lavoro che dimostra ancora una volta il talento di un'artista vero, capace cioè di guardare da punti di vista sempre intriganti che provano a cogliere l'essenza delle cose.

Fotografia - Phil Parmet
Scenografie - Anthony Tremblay
Costumi - Mary E. McLeod
Trucco - Michael Deak, Yvonne Depatis-Kupka, Renee Ferruggia, Luis Garcia, Vickie Mynes, Douglas Noe, Brian Rae, Wayne Toth, Chris Zega, Silvina Knight
Montaggio - Glenn Garland
Musiche - John Carpenter, Tyler Bates

XIV Premio Gianni Di Venanzo

Dal 1 al 15 novembre si svolgerà a Teramo il XIV Premio Gianni Di Venanzo. Premiati quest'anno saranno Daniele Ciprì per il film Vincere di Marco Bellocchio e Hoyte Van Hoytema per Lasciami entrare di Tomas Alfredson. Premio alla carriera per Alfio Contini, quello alla memoria è dedicato a Henry Alekan. Inoltre verranno premiati anche Vincenzo Carpineta come miglior opera prima per Pa-ra-da di Marco Pontecorvo e Giovanni Cavallini per la fiction Mal'aria.
#1
Ecco il programma completo delle quindici giornate.
#2
Casa di Riposo "De Benedictis"
#3
LUCE SULLA COMMEDIA
#4
DOMENICA 1 NOVEMBRE – h. 15.30: Napoli Milionaria di Eduardo De Filippo, MARTEDI’ 3 NOVEMBRE: Uomini e Nobiluomini di Giorgio Bianchi, MERCOLEDI’ 4 NOVEMBRE: L’Olimpiade dei mariti di Giorgio Bianchi, VENERDI’ 6 NOVEMBRE: La Mortadella di Mario Monicelli, SABATO 7 NOVEMBRE: Yuppi – Du di Adriano Celentano
#6
OMAGGIO A TINA MODOTTI E SANDRO PERTINI
Sala Polifunzionale della Provincia VENERDI’ 6 NOVEMBRE – h. 17.00
Omaggio a Tina Modotti, fotografa e attrice.Omaggio a Sandro Pertini: proiezione di Mi mancherai – ricordo di Sandro Pertini di Vittorio Giacci.
LUCE DEL CINEMA SULL’ABRUZZO
Sala Polifunzionale della Provincia SABATO 7 – h. 17.00
Proiezione dei documentari:- All’ombra del tempo – Storie di Poggio Umbricchio di Andrea Sangiovanni - Il mistero del lupo di Fabio Toncelli.- Gran Sasso, la montagna che unisce di Stefano Ardito.- I direttori della fotografia cinematografica illuminano i centri storici della provincia di Teramo – Montorio al Vomano, di Gianfranco Manetta, prodotto dal Premio "Gianni Di Venanzo".
DOMENICA 8 – h.11.00
Montorio al Vomano
Proiezione documentario su Montorio prodotto dal Premio "Gianni Di Venanzo".
PROIEZIONE FILM PREMIATICinema Smeraldo – a partire dalle h. 18.00
LUNEDI’ 9 NOVEMBRE
Daniele Ciprì – Premio Fotografia Italiana: Vincere di Marco Bellocchio (Italia, 2008)
Vincenzo Carpineta – Premio Miglior Opera Prima: Pa-ra-da di Marco Pontecorvo (Italia, 2008)
Hoyte Van Hoytema – Premio Fotografia Straniera: Lasciami entrare di Tomas Alfredson (Svezia, 2008)
MARTEDI’ 10 NOVEMBRE
Daniele Ciprì – Premio Fotografia Italiana: Vincere di Marco Bellocchio (Italia, 2008)
Hoyte Van Hoytema – Premio Fotografia Straniera: Lasciami entrare di Tomas Alfredson (Svezia, 2008)
Henri Alekan – Premio alla Memoria: Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders (Germania, 1987)
MERCOLEDI’ 11 NOVEMBRE
Vincenzo Carpineta – Premio Miglior Opera Prima: Pa-ra-da di Marco Pontecorvo (Italia, 2008)
Daniele Ciprì – Premio Fotografia Italiana: Vincere di Marco Bellocchio (Italia, 2008)
Hoyte Van Hoytema – Premio Fotografia Straniera: Lasciami entrare di Tomas Alfredson (Svezia, 2008)
LUCE DEL CINEMA SULL’AQUILA
Sala polifunzionale della Provincia
GIOVEDI’ 12 NOVEMBRE – h. 17.00
Presentazione libro Terrae motus di Roberto Grillo, edito da Marte Edizioni.
Proiezione dei documentari: Il volo dell’Aquila; Diario Nota di un terre-mutato di Francesco Paolucci; L’Aquila – La memoria del futuro a cura dell’Università degli Studi di Teramo – Archivio Audiovisivo della Memoria Abruzzese.Onna 44; L’essenziale è invisibile agli occhi; La maledizione dell’agave, prodotti dall’Accademia dell’Immagine de L’Aquila con la fotografia di Marco Incagnoli
LUCE DEL CINEMA SULLA LETTERATURA
Sala Polifunzionale della Provincia
VENERDI’ 13 NOVEMBRE – h. 17.00
Presentazione del libro "NOI" di Walter Veltroni, edito da Rizzoli. Incontro-intervista con l’autore del libro.
CINEMA E MUSICA
Cineteatro Comunale
VENERDI’ 13 NOVEMBRE – h. 20.30
Musica da film – Omaggio a Nicola Piovani
Concerto della Banda di Montorio al Vomano diretta dal M° Cristiano Formicone
Rassegna CortiCanto.
6.4.09 di Dino Viani; Salviamo la natura di Maximo Gonzalez, realizzato dai bambini della 5a B di Cologna Spiaggia 1° Circolo Didattico Roseto degli Abruzzi; Quadriglia teramana a cura di Luciana Roscioli – Istituto Professionale "L. Di Poppa"Oltre la siepe a cura di Franco Di Domenico
Omaggio agli Stuntman
Progetto Stuntman di Tommaso Basti
SABATO 14 NOVEMBRE – h. 11.00
Scoprimento della targa intitolata a Pasquale De Antonis presso il Campo Boario di Teramo.

GRAN CERIMONIA DI PREMIAZIONE PER LA CONSEGNA DEGLI ESPOSIMETRI D’ORO
Cineteatro Comunale SABATO 14 NOVEMBRE – h. 17.00
Cerimonia di premiazione e consegna degli Esposimetri d’Oro
Conduzione: Antonella Salvucci, Stefano Masi – Presidente della GiuriaMadrina del Premio: Loredana CannataOspiti d’onore: Liliana Cavani, Rossella Izzo, Sarah Felberbaum, Paolo Bianchini, Ettore Bassi, Giorgio Biavati, Ruggero Deodato, Alessandro D’Alatri.
LUCE DEL CINEMA SULL’ABRUZZO
Pietracamela
DOMENICA 15 NOVEMBRE – h. 11.00
I direttori della fotografia cinematografica illuminano i centri storici della provincia di Teramo – Pietracamela. Visita dei cineasti al centro storico di Pietracamela e programmazione e inizio riprese del documentario.
CINEMA E MUSICA
Sala Polifunzionale della Provincia
DOMENICA 15 NOVEMBRE – h. 17.00
Manuel De Sica ricorda Vittorio De Sica. Concerto omaggio a Vittorio De Sica nel 35° anniversario della scomparsa ad opera dell’Orchestra da Camera "Benedetto Marcello": Rodolfo Bonucci (violino e direttore); Augusta Giraldi (arpa); Michelangelo Carbonara (pianoforte). Musiche del M° Manuel De Sica.
Proiezione del film Ladri di biciclette di Vittorio De Sica
DOMENICA 6 DICEMBRE – h. 15.00
Casa di Riposo "De Benedictis"
Musica da film. Concerto conclusivo del XIV Premio "Gianni Di Venanzo" ad opera della Banda di Montorio al Vomano diretta dal M° Cristiano Formicone

Motel Woodstock di Ang Lee

Elliot (Demetri Martin), il più giovane presidente della Confcommercio che Bethel abbia mai avuto, probabilmente il più giovane di tutti gli States, coglie al volo un'occasione in grado, forse, di risollevare le sorti dello sfigato albergo di sua proprietà e organizza nel suo paese un mega concerto rock. Tutti gli vanno contro: i genitori di origini russo-ebraiche, i concittadini per niente felici all'idea di un'invasione hippie e quelli che cercano di spillare denaro ai ricchi musicisti giunti in elicottero. Elliot tenacemente non si demoralizza e i suoi sforzi saranno ricompensati: il concerto si farà (anche se nel film si vede pochissimo), i soldi che guadagna permettono l'estinzione di un sostanzioso debito, e in più prende coscienza che White Lake non fa per lui, pur avendo lì le sue radici. Stacca il suo cordone ombelicare da una madre arrogante (più per lui che per noi che spesso ridiamo) e taccagna (Imelda Staunton), da un padre (Henry Goodman) pieno di acciacchi dovuti all'età che grazie agli hippie ritrova una specie di seconda giovinezza, si separa dall'amico (Emile Hirsch) allucinato reduce del Vietnam. Diverso tra i diversi, lontano dallo stile di vita dei suoi coetanei, fuori dal tempo in cui vive, capace di lottare o di adattarsi ma non avendone più la volontà, lascia un Paese da risanare, ripulire, in mano a chi in realtà quel Mondo lo ha appena lasciato più sporco di prima.
Ang Lee, a suo agio con qualsiasi genere gli si presenti sotto mano, confeziona con Motel Woodstock (Taking Woodstock) un più che dignitoso prodotto oscillante tra la commedia, e la riflessione sullo scontro generazionale nella famiglia e quindi nella società in un determinato periodo storico. Il fallimento del '68, e quindi della società, è evidente, non ci sono nuovi vincitori che non si erano mai visti prima sul podio, tutto è rimasto esattamente com'era prima, la torta viene divisa sempre tra gli stessi pochi che lasciano fuori dai giochi la maggioranza a cui lasciano poi un pugno di mosche, gli avanzi e gli scarti.
Anche per questo, gridare al gioiello mi sembra forse un poco esagerato, visti qualche caduta retorica e banale in cui il film ogni tanto cade, ma poco ci manca.


Sceneggiatura - James Schamus
Fotografia - Eric Gautier
Scenografie - David Gropman, Peter Rogness
Costumi - Joseph Aulisi
Visual Effects - Composizione digitale: Mathieu Archambault, Barb Benoit, Zac Campbell, Richard Chiu, Thai Son Doan, Amélie Dubois. Per la Mr. X Inc: Sarah Barber, Mike Borrett, Mike Duffy, David Fix, Jason Gougeon, Mike Kwan, Isabelle Langlois, Claire McLachlan. Per la Tantrum Visual Effects and Design: Cheyenne Bloomfield, Dominik Bochenski, James Cooper, Nick Fairhead, Matt Greenwood, Anna Joukova, Kyle Sim, James Takashi Higuchi
Musiche - Danny Elfman
Montaggio - Tim Squyres

Se sei vivo spara di Giulio Questi

Giulio Questi realizza con Se sei vivo spara uno dei western italiani più belli e atipici. Violenza e humor nero vanno di pari passo o si alternano per raccontarci una storia piena zeppa di personaggi ipocriti, pazzi, avidi e felici di esserlo che ucciderebbero per un nichelino, figuriamoci per un carico d'oro. E poi primi piani sbilenchi, movimenti di macchina ed inquadrature sporche, un montaggio spesso non convenzionale, contaminazioni horror, fanno di questo film un caso a sé.

Accentuando alcuni aspetti tipici di Sergio Leone, Questi si ingegna, e si diverte, in molti casi a sovvertirli generando nello spettatore sorpresa e sgomento. La morte e le atrocità, già mostrate in primo piano dal maestro romano, vengono qui amplificate. Il messicano interpretato da Tomas Milian è una variante dell'Arlecchino senza padroni, o del pistolero senza nome che passando da una parte all'altra mette tutti contro tutti fino alla resa dei conti finale. Sopravvissuto, per miracolo o per magia, allo sterminio voluto dal suo collega di rapine Oaks (Piero Lulli), torna (quasi da zombie) per vendicarsi e riprendersi quello che gli spetta aiutato nell'impresa dai due indiani responsabili del suo ritorno alla vita. Quelle che si alleano per fronteggiare il prepotente uomo bianco, avido più che mai di potere e denaro, sono due comunità minori stufe di prendere sempre schiaffi e fregature. Non è solo una questione di soldi e vendetta, qui si scatena una lotta sociale che, al passo coi tempi in cui venne girata, anticipa per certi versi il '68.
Sceneggiatura - Franco Arcalli, Benedetto Benedetti, Maria del Carmen Martinez Roman, Giulio Questi
Gli altri attori - Ray Lovelock, Milo Quesada, Roberto Camardiel, Miguel Serrano, Marilù Tolo, Gene Collins
Fotografia - Franco Delli Colli
Scenografie - Enzo Bulgarelli
Makeup - Enzo Baraldi, Adela Del Pino
Montaggio - Franco Arcalli
Musiche - Ivan Vandor
Assistente alla regia - Gianni Amelio

Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino


Quel geniaccio di Quentin Tarantino, colui che farebbe applaudire folle gigantesche anche se girasse lo spot delle merendine, il più grande predatore di generi e di film altrui, per la sua ultima fatica parte da Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari ma se ne discosta da subito per raccontare una storia che, alla fine, riscrive la Storia. Sono stati i personaggi a far andare così il corso degli eventi, dice il regista-sceneggiatore in numerose occasioni. Lo dicono anche molti scrittori (soprattutto di gialli?) che a un certo punto la storia che stanno scrivendo si anima di vita propria relegando il romanziere-sceneggiatore al "marginale" ruolo di dattilografo. Il cinema può anche fare questo: inventa e quindi può reinventare. Ecco allora che i soldati americani risultano cattivi come, se non di più, dei nazisti da accoppare. C'è da dire poi che la sua riscrittura della Storia non si allontana poi così tanto dal vero corso degli eventi, lo sarebbe stata se i nazisti avessero vinto la guerra, ma per fortuna non è andata così.
I Bastardi senza gloria (Inglorious Basterds) devono consegnare al loro capo cento scalpi di tedeschi, costi quel che costi, senza pietà. E ce la mettono tutta per raggiungere l'obiettivo, infiltrandosi, facendo imboscate, progettando attentati, sabotando proiezioni di film di propaganda da veri bastardi in un mondo occupato da bastardi. Le caratteristiche del suo (soprattutto ultimo) cinema ci sono tutte: sangue, violenza, mutilazioni, lame affilate, humor nero, lunghi momenti di tensione, donne decise a vendicarsi di un gigantesco torto subìto, citazioni cinematografiche a iosa. Tutto molto divertente, ben recitato, cinema di intrattenimento allo stato puro in cui qualche buono deve morire per il raggiungimento del bene comune. Ma rimane uno spattacolone molto furbo che scende giù come un bicchiere d'acqua, e niente più. La stessa formula avrebbe funzionato anche senza l'occupazione nazista della Francia, ma Quentin si sa che è una vecchia volpe.

Il grande sogno di Michele Placido

Il buon Michele Placido ci ha provato e in parte gli è andata bene, attori molto azzeccati, una buona fotografia, e via dicendo, diciamo che la parte visiva in generale rende, dall'altra però, scavando appena un po', si scoprono difetti, i soliti?, primo fra tutti quello su come la storia viene raccontata. Sappiamo che la storia è relamente accaduta al regista, che quindi quello che la pellicola racconta sono i suoi ricordi di allora (carabiniere infiltrato tra gli studenti universitari in pieno '68) sommati al suo pensiero di adesso, attore e regista affermato. Qual'è il suo pensiero sul quel periodo storico alla luce del film? C'è nostalgia? La prima cosa che mi viene da scrivere è mica tanto. Alcune cose le butterebbe altre no. Per alcune partecipa emotivamente (ancora oggi), altre proprio non le approva. Questa indecisione ha influenzato parecchio la resa del film generando un distacco che sembrerebbe, di conseguenza, più involontario che no. Volontarie o meno che siano queste titubanze, questo distacco, come dire?, confondono anche lo spettatore imprigionandolo in un limbo che gli genera una certa confusione. Probabilmente mette troppa carne sul fuoco, probabilmente doveva evitare certe rappresentazioni stereotipate come quella della famiglia di Jasmine Trinca che a tavola, unico momento in cui si riunisce, litiga sempre (ognuno con le sue buone ragioni) per questioni generazionali. Il grande sogno (in uscita in DVD il 27 gennaio 2010) ci sembra, per concludere, un film poco riuscito, sciapetto, a volte banale, in sospeso tra rappresentazione nostalgica e critica, che non prende una vera e propria posizione netta. Quello che forse gli è mancato è stato il coraggio.

Mad Love (Amore folle) di Karl Freund

Il brillante chirurgo Gogol (Peter Lorre) è innamorato di Yvonne (Frances Drake) un'attrice di teatro felicemente sposata con il famoso pianista Stephen Orlac (Colin Clive). Ecco però che un incidente compromette la carriera del musicista: le sue mani infatti si maciullano a causa del deragliamento del treno sul quale viaggiava e solo il medico può fare qualcosa trapianandogli, a sua insaputa, le mani di un assassino lanciatore di coltelli (Edward Brophy) appena giustiziato sulla ghigliottina.


L'operazione chirurgica ha successo, anche se la riabilitazione è lunga e costosa. Durante queste giornate Orlac scopre, in due occasioni, che come perde le staffe le sue mani sfuggono al suo controllo cercando istintivamente qualcosa da lanciare: scaglia una penna contro un creditore e un coltello verso il patrigno che gli nega un prestito. Il musicista insospettito dagli accaduti chiede spiegazioni a Gogol il quale lo rassicura che rientra tutto nella convalescenza. Ben presto però il piano diabolico del medico sarà chiaro, il suo scopo infatti è quello di far impazzire il pianista per avere tutta per sé l'attrice.


Già portato sul grande schermo da Robert Wiene, la storia delle mani di Orlac trova in questa versione diretta da Karl Freund la sua migliore trasposizione. Per il regista si tratta in fin dei conti di un ritorno al tema già trattato ne La mummia dell'Amore folle che non vuole sentire ragioni superando ostacoli, si direbbe, insormontabili. Gogol, pazzo d'amore per la bella Yvonne, non si fa scrupoli a giocare sporco, scorretto, addirittura ad uccidere per poi convincere con la suggestione il rivale d'amore di essere lui il pazzo assassino.


Peter Lorre, appena giunto negli Stati Uniti, dà il meglio di sé apparendo nella prima parte della pellicola silenzioso, inespressivo, con un atteggiamento quasi passivo, rassegnato per l'amore non corrisposto, mentre nel finale ormai libero da ogni freno inibitore si mostra in tutta la sua agghiacciante follia. Un attore di razza come non ce ne sono più il quale aveva già interpretato un'altra sfumatura della follia nel celebre M Il mostro di Dusserdorf di Fritz Lang e che mostrerà il suo lato comico una trentina di anni dopo grazie a Roger Corman.


Mad Love, uscito in Italia come Amore folle contiene qualche tema cardine del genere horror.
Gogol è un uomo di scienza geniale e pazzo che applica le sue conoscienze, sfrutta la sua posizione, per creare un vero e proprio raggiro in nome (questa volta) di un amore non corrisposto. Importanza hanno le mani, quelle del chirurgo sono essenziali per salvare quelle del pianista trapiantandogli quelle di un lanciatore di coltelli assassino, anch'egli, per amore. Il tema del doppio è presente non solo nell'utilizzo dello specchio attraverso il quale le due personalità del folle medico dialogano elaborando il piano per eliminare Orlac, ma anche con la presenza della statua di cera, replica della vera Yvonne, che illude Gogol della presenza della donna che ama. Tematiche, tutte queste (la follia, la mano, il doppio, la manipolazione), già affrontate dal cinema espressionista tedesco, vero inventore del cinema horror e ispiratore del nascente horror americano.


Sceneggiatura - P. J. Wolfson, John Balderston
Fotografia - Chester A. Lyons, Gregg Toland
Montaggio - Hugh Wynn
Musiche - Dimitri Tiomkin

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