Basket Case di Frank Henenlotter

Basket Case affronta il difficile tema della diversità dei freaks con partecipato e toccante lirismo attraverso la storia di due fratelli, uno normale e l'altro deforme, un tempo siamesi e separati da tre medici (Diana Browne, Lloyd Pace, Bill Freeman) di indubbia fama.
Il menomato Belial, dato per morto in seguito all'intervento, stringe con il fratello Duane (Kevin Van Hentenryck) un'alleanza per uccidere tutti coloro che hanno reso possibile l'operazione chirurgica, a partire da loro padre.
L'odio per il genere umano di Belial, dovuto al ribrezzo che il genere umano prova per lui, è forte quanto la gelosia che prova per Bradley quando questi inizia a frequentare la segretaria (Terry Susan Smith) di uno dei tre dottori.

Belial vorrebbe una donna, come suo fratello. Ma non può, lui è un mostro che si nasconde in un cesto di vimini. Non è un bello spettacolo da vedere, non è facile essere buoni con un corpo così. Le urla di gelosia strazianti, laceranti, del volto deforme di Bedial rimangono nelle orecchie come un eco impazzito che non vuole smettere di propagare l'onda di odio. Non c'è rimedio per la sua condizione, non esiste una cura se non quella di prendersi ciò che gli spetta di diritto, come la tappa obbligata del fare sesso, con la violenza, suscitando scandalo tra la troupe.

Tra le pellicole horror a basso budget degli anni '80 Basket Case è una di quelle che ancora oggi si ricorda maggiormente per il suo impatto emotivo. Divenuto cult in mezzo mondo, è arrivato da noi, in Italia, con il classico ritardo e solo per il mercato dell'home video. A dirigere la pellicola Frank Henenlotter, autore anche dei due sequel e di Brain Damage e Frankenhooker, un altro paio di lavori noti agli appassionati. Dopo quest'ultima pellicola smette di fare cinema e, per conto della Something Weird Video , inizia a rispolverare vecchi exploitation e horror. Nel 2008, con sorpresa di molti, torna alla regia con Bad Biology.

In Basket Case gli effetti speciali sono solitamente ben realizzati fatta eccezione per le rare, per fortuna, e rudimentali animazioni in stop motion di Belial.
A curarli un team di artisti tra i quali spicca John Caglione Jr. Curioso è il fatto che lo stesso Caglione molti anni dopo (9) vincerà un Oscar, insieme a Doug Drexler, per le protesi facciali realizzate in Dick Tracy che hanno reso deformi e irriconoscibili attori come Al Pacino.

Basket Case inserisce il tema della diversità in un clima spesso ironico capace di stemperare la pesante atmosfera quel tanto che basta per farci calmare tra un emozione e un'altra.

Fotografia (16 mm) - Bruce Torbet
Special makeup effects - John Caglione Jr., Kevin Haney, Ugis Nigals
Montaggio - Frank Henenlotter
Musiche - Gus Russo

Ancora premi per questo blog!!!

Era un po' che non ricapitava ed ecco che un nuovo premio arriva a montarmi la testa. Responsabile dell'accaduto questa volta è Smilla appassionata, tra le tante cose, di film de paura. Grazie!!

Ora dovrei nominare 10 blog:

1-Tomobiki Marchenland di Christian per le cose che tira fuori solo lui sa da dove.
2-Il validissimo Cineroom di Para e Chimy.
3-Alberto Di Felice per l'ottima competenza.
4-Cinedelia, per le sempre forti affinità horror che ho con Filippo.
5-Cinemasema, perché il blog di Luciano (e Vale) va premiato sempre e comunque.
6-Il blog di quello squinternato di Vanni Biordi, che oggi ho fatto innervosire saltando la fila
7-Il blog di Fosco Del Nero, linkato da poco.
8-Nessuno è perfetto! di Mr. Hamlin capace segnalare pagine web sempre interessanti.
9-Georgiamada, autrice di un blog sulla letteratura molto interessante.
10-Scaglie di Zonekiller e soci. Un blog unico.

E ora 10 cose che non sapete di me:

1-Il mio vero nome è Giuggione Scaramellozzi Antani.
2-Da piccolo non sapevo dell'esistenza delle televisioni a colori.
3-Proprio l'altroieri ho detto a un prete che mi guardava con odio insistentemente (e a ragione, ma la storia è troppo lunga da spiegare) -Cazzo guardi?-.
4-Forse per questo all'asilo dalle suore bestemmiavo.
5-Sono una bestia senza cuore.
6-Quando ero in preadolescenza mi divertivo a incendiare i campi coltivati vicino casa, oppure a rubare targhe di automobili.
7-Qualche estate fa completamente ubriaco sono entrato per errore in una abitazione.
8-Da piccolo volevo fare il medico.
9-Da grande non voglio fare un cazzo.
10-Per anni non mi sono parlato con mio fratello.

Antichrist di Lars von Trier

Parlando di Lars von Trier mi rendo conto di essere di parte. Lo seguo dai tempi di Europa. Con quel film mi sono innamorato di lui e da allora non mi ha mai tradito. Per anni Europa mi è rimasto dentro facendomi tornare in mente, nei momenti più inattesi, alcune immagini. Il suicidio nella vasca da bagno; la morte sott'acqua del protagonista, una fine inutile visto che comunque il complotto nazista non avrà successo; l'ebreo (impersonato dallo stesso regista, convinto - nella realtà - di essere ebreo scoprirà di non esserlo ascoltando le parole della madre sul letto di morte) che si vende ai nazisti. Europa è un lavoro tecnicamente complicato: continuo è l'uso drammatico dei trasparenti e delle didascalie, di una fotografia che unisce i colori con il bianco e nero. Moltissimi dunque sono i dettagli che riempiono le inquadrature in formato cinemascope. All'epoca utilizzava qualunque espediente tecnico per ottenere emozioni, anche la voce fuori campo (che in Europa svolge il compito fondamentale di parlare al protagonista e di scandirgli il tempo). Qualche anno dopo abbandonerà questo manierismo e proverà, con risultati forse addirittura migliori, la provocazione-scatena emozioni senza ricorrere a nessuna di quelle tecniche particolari. Niente cavalletto né dolly: solo riprese a spalla, nessuna musica, niente riflettori, nessun ritocco alle immagini girate, nessuna scenografia costruita appositamente. Solo gli attori e la storia. Anche di questo nuovo modo di fare film si stancherà presto. Sembra anzi che gli dia gusto darsi (e dare) delle regole solo per il gusto di trasgredirle. Come se insieme alla necessità di provocare emozioni negli spettatori la priorità sia anche di mettere alla prova se stesso come cineasta.
#2
Con Antichrist lavora su due personaggi senza nome che fanno sesso mentre il loro figlioletto si getta dalla finestra. I due si recano in un bosco, dove mamma e figlio avevano trascorso l'ultima vacanza, per scacciare le paure e i sensi di colpa di lei, distrutta dal dolore. Il luogo scatenerà in lei cose inaspettate e indicibili.
#3
Ancora una volta Lars von Trier è riuscito a spiazzarmi, ad entrarmi nel subconscio con immagini forti, a giocare sadicamente e di continuo con immagini forti o colpi di scena, provocando le emozioni più diverse. Con un autore come lui, inevitabilmente, non si indovina mai il momento preciso in cui la realtà subisce una drastica trasformazione. L'irrazionale che irrompe nella realtà in Antichrist scaturisce solo nella mente di Lei (Charlotte Gainsbourg), influenzando la psiche di suo marito (Willem Dafoe), modificando la realtà degli eventi. Sono le sue suggestioni, dovute anche ai suoi studi sulle torture subite dalle donne nel corso dei secoli, unite al suo dolore per la perdita del figlio a scatenare in Lei la follia con effetti imprevedibili. Fondamentale nel film è la componenete sessuale: se non avessero perso Nick durante un rapporto sessuale la loro storia avrebbe sicuramente degli sviluppi diversi. Il sesso è visto da lei come una piacevole fustigazione, come una delle cause che gli ha fatto perdere il figlio. Vuole esorcizzarlo, usarlo come valvola do sfogo. La donna, come accade spesso nel suo cinema, è un'altra volta al centro della vicenda. Ancora una volta sono i sentimenti a condizionare la protagonista, a farle assumere il ruolo della martire. Ancora una volta ad influenzarla è la suggestione religiosa.
#4
Antichrist ci mostra una natura ostile, invadente, isolante. Sembra quasi di assistere ad un remake di Evil Dead con la casa isolata in cui oscure forze sembrano possedere gli abitanti. La suggestione del posto, un bosco chiamato Eden, ottiene l'effetto domino di contagiare Lei, giovane laurenda in lettere, Lui, avviato terapista, e noi spettatori. È la suggestione a farci credere, e a farlo credere all'uomo, che la natura si sia alleata con la donna. Sono certe sue frasi (senza senso?) come -La natura è la chiesa di Satana-, è il corvo che gracchiando fa scoprirle il buco nel terreno dove Lui si nasconde da Lei, è la volpe che gli dice -Il caos regna -. La natura in realtà non parteggia per Lei, non si opponerà a Lui nel finale. Eden è il luogo che materializza le paure, una nuova e diversa versione di quella particolare zona già raccontata in Stalker di Andrei Tarkovsky, al quale il film è dedicato, o nel misconosciuto Il Pianeta del terrore. La natura la libera scatenandole definitivamente la follia che già si era manifestata prima della morte del figlio, tirandole fuori la sua vera natura. La Natura svolge dunque il suo classico ruolo di crudele Madre che fa nascere senza curarsi delle future conseguenze.
#5
Con Lars von Trier va a finire sempre così, si potrebbe andare avanti ancora molto. Da grande autore qual'è sono sempre moltissimi i temi contenuti nelle sue pellicole. Tutti temi fondamentali e per questo scottanti, tabu: sesso, religione, famiglia, sentimenti, rapporti con l'altro sesso. Temi che il regista vive male, in modo distorto. Il cinema è il suo mezzo per far uscire pensieri e fobie e farsi terapia.
#6
Sceneggiatura - Lars von Trier
Fotografia - Anthony Dod Mantle
Scenografie - Karl Juliusson, Tim Pannen
Special Effects Makeup - Uta Bucklitsch, Morten Jacobsen, Thomas Foldberg, Johanna Koch, Nicola Pandel, Sarah Poeck, Jorg Runk, Silke Weiss, Sarah Wirtz
Visual Effects - Peter Hjorth, Anders Refn (supervisori), Daniel Nielsen, Linus Lindbalk
Montaggio - Anders Refn, Asa Mossberg
Special Thanks - Jens Albinus

Il Caimano di Nanni Moretti

Generalmente quando una pellicola ottiene una particolare attenzione da parte dei media o si tratta di boiate pazzesce oppure di lavori destinati a non essere compresi, per via di un tema trattato che cattura l'attenzione dei giornalisti oscurando completamente il resto. A Il Caimano, ultimo lavoro di Nanni Moretti, è toccata questa sorte. Stampa e televisioni, quasi tutte, hanno ricamato per benino sul tema Silvio Berlusconi tralasciando, volutamente, altri temi presenti nella pellicola.
A Bruno Bonomo (Silvio Orlando), dimenticato (-La festa di Dino Risi? Dino Risi non mi invita più-) produttore di b-movies come Cataratte, Mocassini Assassini, Stivaloni Porcelloni, Violenza a Cosenza, La Vendetta delle streghe assatanate, I Piedi di Laura, Una poliziotta con i tacchi a spillo, Susy la Misogina, Le ultime parole di Bendanera, Vigilia di sangue per lo sceriffo Clark, Maciste contro Freud e Oceano di Paura capita tra le mani una sceneggiatura di Teresa Mantero, una giovane ragazza (Jasmine Trinca). La legge un po' distrattamente per via del fatto che si sta separando dalla moglie Paola (Margherita Buy), sua musa ai tempi in cui girava film. Complicano la situazione i figli piccoli, figli che in qualche modo hanno intuito che qualcosa si è rotto. Legge Il Caimano in questa condizione e non si accorge che il personaggio a cui piovono letteralmente il testa milioni di lire, che corrompe un finanziere troppo sveglio (Valerio Mastandrea), è - chiaramente - niente di meno che Silvio Berlusconi. Lui che il Cavaliere lo ha anche votato. Franco Caspio (Giuliano Montaldo), suo regista di fiducia, lo abbandona proprio in quei giorni esasperato dalla sua inconcludenza. Anche per reazione a questi avvenimenti, il progetto di questo film lo affascina, gli fa tornare voglia di lavorare, di fare cinema. Abbandona il rinato progetto di un film sul ritorno di Cristoforo Colombo dall'America e si butta a capofitto ne Il Caimano, deciso a trovare i soldi per finanziarlo e farlo girare alla giovane sceneggiatrice.


D'accordo è un film che parla di Silvio Berlusconi uscito in prossimità delle elezioni del 2006 ma non c'è solo questo. È un film che parla anche di come nasce un film, dei problemi legati al fare cinema, e la presenza nel corso dello svolgimento di registi come Paolo Virzì, Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, Carlo Mazzacurati, Antonello Grimaldi, Daniele Luchetti e Giuliano Montaldo sembra quasi voler segnalare i nomi dei pochi registi liberi in Italia. Delle difficoltà che già si incontrano normalmente figuriamoci se si decide di fare un film diverso dal solito, magari scomodo. Di quei fattori privati, esterni, che influenzano la vita di tutti i giorni e la realizzazione di qualcosa. Di famiglia e di amori, amori finiti e corrisposti. Un'occasione, visto che si parla di cinema, per punzecchiare certo giornalismo gratuitamente feroce che non ha la sensibilità giusta per fare il mestiere: il critico gastronomico che da quindici anni nasconde una sinusite sembra messo lì per questo.
Di come diverse generazioni guardano e affrontano la stessa realtà (la giovane Teresa non vede un futuro roseo per l'Italia e prova a combattere con il suo ambizioso film a differenza dei maturi colleghi oramai placidamente rassegnati o sconfitti).
Certo, affronta l'argomento di come è cambiato il nostro Paese negli ultimi trenta anni, da quando cioè Silvio Berlusconi è comparso nelle cronache iniziando la sua scalata. Berlusconi è l'Italia degli ultimi trent'anni, l'ha cambiata con la sua politica prima ancora che entrasse in politica. L'ha cambiata per sempre deviandola, peggiorandola, legittimando i furbi, i traditori (l'attore Marco Pulici - interpretato da Michele Placido - che tradisce Bonomo per girare insieme all'altro traditore Franco Caspio Il ritorno di Colombo), fomentando l'odio di una nazione verso quello che lui odia come la magistratura e la sinistra. Ci sono parecchie possibilità che un giorno succeda qualcosa di simile a quello che si vede nel finale del film. Saranno giorni bui.
 
Marisa, segretaria di produzione - Luisa De Santis
Pubblico Ministero - Anna Bonaiuto


Fotografia - Arnaldo Catinari
Scenografie - Giancarlo Basili
Costumi - Lina Nerli Taviani
Makeup - Enrico Jacoponi
Musiche - Franco Piersanti
Montaggio - Esmeralda Calabria

Le avventure del Barone di Munchausen di Terry Gilliam

Ne Le avventure del barone di Munchausen realtà e fantasia si superano di continuo generando una continua meraviglia per gli occhi e per la mente. Terry Gilliam con la sua visionarietà e il suo senso dell'umorismo era la persona più adatta della sua generazione per raccontare questo personaggio e le sue straordinarie avventure nate nel romanzo di Rudolph Erich Raspe (1785). Come nel libro, è il barone stesso - egocentrico quanto basta - a raccontare.

Il barone di Munchausen (John Neville) è l'unico nella sua epoca (l'Età della ragione illuminista) a credere ancora nell'imponderabile, nella fantasia. Un personaggio fuori luogo, destinato ad avere pochi amici (Gustavus capace di soffiare fortissimo e dall'udito finissimo, Berthold l'uomo dalle gambe più veloci del mondo, Albrecht l'uomo più forte del mondo, Adolphus dalla vista potentissima) e molti nemici. Nulla gli è impossibile perché sconfinata è la sua volontà di superare certe barriere. La sua condotta di vita, le sue ferme convinzioni, non erano ben viste perché impensabili. Era troppo avanti rispetto al suo tempo. Grazie alle sue conoscenze e alla sua tenacia raggiunge la Luna prima che il soci del Gun Club, protagonisti di Dalla Terra alla Luna di Jules Verne (1865), tentino un'impresa simile, molto prima dell'americano Neil Armstrong (1969). Egli, che tutti o quasi reputano un bugiardo, dice di dire sempre la verità e i fatti gli danno ragione. Il Re della Luna, o Ray D. Tutto che dir si voglia, fa realmente il solletico ai piedi della moglie, non lo dice per non turbare i bambini, lui è il vero responsabile della guerra che si combatte contro i turchi: la scenografia teatrale che, all'inizio del suo racconto, si trasforma nella vera residenza del Sultano sembrerebbe dimostrarlo.
Il barone coraggiosamente va contro il potere, contro chi dice il falso sulle sue gesta, contro l'epoca in cui vive che lo reputa un cantastorie ciarlatano. Sfida il sultano (Peter Jeffrey), sadico appassionato di torture e pena di morte, con una scommessa; per questo motivo sbugiarda il Pubblico Ufficiale Grande Ordinario Horatio Jackson (Jonathan Pryce) sulle cause della guerra (-La vostra realtà, signore, è fatta di menzogne e di ciancie e sono felice di dirvi che sono io che vi trovo ristretto i comprendonio-) e il capo della compagnia di attori Henry Salt (Bill Paterson) che allestisce uno spettacolo su di lui. Donnaiolo incallito manda su tutte le furie il Dio Vulcano (Oliver Reed) baciando sua moglie la Dea Venere (Uma Thurman) e provoca il Re della Luna (Robin Williams) più o meno per lo stesso motivo (Valentina Cortese). Ecco spiegato perché spesso sia nei guai, nella pancia di mostri marini, sostenuto dai suoi fedeli servitori e dalla giovane figlia di Henry Salt, Sally (Sarah Polley).


Munchausen è tagliato fuori dall'epoca in cui vive anche perché anziano. Ma un personaggio come lui, destinato con la sua vita alla leggenda, all'eternità, può farsi beffa anche della morte.

Disastroso dal punto di vista degli incassi, Le avventure del barone di Munchausen (The Adventures of Baron Munchausen) conclude la trilogia di Terry Gilliam sulle tre fasi della vita iniziata con I banditi del tempo (giovinezza) e proseguita con Brazil (età matura).
!!!EXTRA!!!
Curiosità:
!!!
- Christopher Lambert girò delle scene per il film tagliate poi nel montaggio finale.
- Il cavallo di Munchausen si chiama Bucefalo come quello di Alessandro Magno.
- Regista della seconda unità del film è Michele Soavi. Dirà Gilliam che il film si deve a lui al 20%.
- Jon Pertwee (La casa che grondava sangue, ma soprattuttoil telefilm Doctor Who) è stato a lungo nella lista degli attori pensati per il ruolo del barone.
- Famoso il cameo di Sting nel ruolo del soldato coraggioso e per questo giustiziato da Horatio Jackson.
-Sarah Polley, all'inizio del film, corregge la parola figlio in figlia dal manifesto dello spettacolo utilizzando un pennarello che all'epoca non poteva esistere. Un errore palesemente voluto a mio avviso.

I fedelissimi di Munchausen:

Berthold - Eric Idle
Gustavus - Jack Purvis
Albrecht - Winston Dennis
Adolphus - Charles McKeown

Fotografia - Giuseppe Rotunno
Scenografie - Dante Ferretti
Arredamento - Francesca Lo Schiavo
Costumi - Gabriella Pescucci
Musiche - Michael Kamen, Eric Idle
Montaggio - Peter Hollywood

Violenza ad una vergine nella terra dei morti viventi (Le frisson des vampires) di Jean Rollin

Apparizioni e sparizioni come nel cinema a trucchi di Georges Méliès, una forza potente e misteriosa che comanda la volontà delle persone prescelte, due cugini eccentrici che tornano dall'aldilà per godersi i privilegi dell'essere diventati vampiri, inquadrature sbilenche e dai colori psichedelici, ma soprattutto nudi femminili e scene saffiche sono gli ingredienti di Violenza ad una vergine nella terra dei morti viventi (Le frisson des vampires), la risposta del cinema francese al genere sempre più in voga dell'horror che unisce sesso e sangue.


La neo coppia di sposi Lise (Sandra Julien) e Antoine (Jean-Marie Durand) recandosi in visita dai cugini di lei scopre che questi, residenti in un vecchio castello, sono morti il giorno prima. Nella loro dimora vivono le due domestiche (Marie-Pierre Castel, Kuelan Herce) e una donna (Dominique) che tiene in vita i due uomini (Jacques Robiolles, Michel Delahaye) grazie ad un culto antichissimo di vampirismo.
La logica non trova granché spazio in questa pellicola di Jean Rollin. Tutto assume le caretteristiche di un sogno spesso sfociante nell'incubo e nella psichedelia. Protagonista dell'incubo è Alain che inizialmente crede di sognare poi comprende che la giovane moglie è realmente succube di un gruppo di vampiri che la vogliono con loro ad ogni costo. Lise e Alain sono una coppia destinata a non durare, potremmo leggere.


C'è anche, nel calderone della pellicola, la tradizione gotica fatta di castelli diroccati, maledizioni affascinanti, presenze impalpabili, protagonisti carismatici e sensuali.
Il tutto potrebbe risultare inconcludente, fastidioso, comico anche dove non vuole esserlo, eppure il film emana, se non proprio un fascino, se non altro uno stile accattivante, pazzo, inusuale, degno di essere visto.


Prodotto da Jean Rollin
Sceneggiatura - Jean Rollin, Monique Natan
Fotografia - Jean-Jacques Renon
Scenografie - Michel Delesalles
Makeup - Eric Pierre
Montaggio - Olivier Grégoire
Musiche - Achantus (gruppo rock di sedicenni!!!)

Filmografia essenziale Jean Rollin:


1970 - La vampira nuda
1971 - Vierges et vampires
1973 - Una vergine tra i morti viventi (distribuito anche come I desideri erotici di Christine)
1974 - Schiave del piacere; L'isola delle demoniache
1975 - Phantasmes
1979 - Fascination
1981 - Zombie Lake
2002 - L'amante di Dracula
2007 - La nuit des horloges

La lunga notte dell'orrore di John Gilling

Il vecchio medico Sir James Forbes (André Morell) riceve una strana lettera proveniente dalla Cornovaglia inviatagli da Peter Tompson il suo migliore allievo. Si reca sul posto insieme alla figlia Sylvia (Diane Clare) e scopre una realtà dove l'irrazionale non è solo superstizione ma una realtà tangibile. Nel paese da un po' di tempo avvengono misteriose morti dalla causa poco chiara, a complicare le cose c'è il fatto che i familiari dei defunti non permettono al giovane medico (Brook Williams) di eseguire l'autopsia. C'è poi un aristocratico del luogo, il Conte Hamilton (John Carson), dai modi gentili e allo stesso tempo tetri, per il quale il giovane medico prova antipatia anche perché sua moglie Alice (Jacqueline Pearce), coetanea e vecchia amica di Sylvia, è di tutt'altro avviso. Alice, marionetta nelle mani del conte, viene ritrovata morta in circostanze poco chiare. Finalmente i due possono eseguire una autopsia per iniziare a capirci qualcosa. Presto si scoprirà che Hamilton, di ritorno da Haiti, ha trovato il modo di far resuscitare i morti per schiavizzarli nella sua miniera.


La lunga notte dell'orrore (The plague of the zombies), produzione Hammer del 1966, si inserisce nell' (all'epoca) unico e poco frequentato filone degli zombi come Ho camminato con uno zombie e Il segreto di Mora Tau. La resurrezione dei cadaveri, in questi film, era sempre legata a una pratica magica di voodoo con lo scopo, spesso, di ottenere braccia lavoratrici instancabili. Un po' come il sonnambulo Cesare del Dottor Caligari, usato sì per altri scopi (la vendetta personale) ma pur sempre sfruttato da un padrone dalle sorprendenti conoscenze. Ne La lunga notte dell'orrore, dall'isola esotica scenario abituale del genere, ci avviciniamo alla nostra civiltà per giungere, anche se all'inizio del secolo, in uno sperduto paesino della Gran Bretagna dove il cattivo di turno usa a suo vantaggio le pratiche voodoo imparate ad Haiti. Due anni dopo questo film George A. Romero ambienterà la sua storia di morti viventi negli Stati Uniti d'America ed eliminerà il fattore magico per dare ai suoi zombies una causa volutamente sconosciuta o vaga. Un precedente contagio però, forse il primo vero contatto tra il fenomeno zombies e la società occidentale, è avvenuto due anni prima in questo piccolo gioiello.

John Gilling (responsabile del copione di L'occhio che uccide e regista di altri lavori come Madra: il terrore di Londra, La morte arriva strisciando e Il sudario della mummia) dirige molto bene il film dandogli un ritmo sempre appropriato alla situazioni, merito anche di una buona sceneggiatura di Peter Bryan.

Fotografia - Arthur Grant
Scenografie - Bernard Robinson, Don Mingaye
Special Makeup - Roy Ashton
Effetti speciali - Les Bowie
Montaggio - Chris Barnes
Musiche - James Bernard, Philip Martell

È morto Tullio Kezich

ROMA - Una vita segnata dalla passione per lo spettacolo: il cinema, soprattutto, ma anche il palcoscenico. Ecco perché, oggi, il mondo della cultura piange la scomparsa di Tullio Kezich: scrittore, autore teatrale, sceneggiatore e critico per i maggiori giornali italiani, il prossimo 17 settembre avrebbe compiuto 81 anni.

Leggi tutto l'articolo sul sito di La Repubblica.

Autostop rosso sangue di Pasquale Festa Campanile

Ecco un film che non ci si aspetta diretto da un regista, Pasquale Festa Campanile, che ha vagato sempre nei dintorni della commedia. Autostop rosso sangue è un pugno nello stomaco che difficilmente si dimentica.


Walter Mancini (Franco Nero) è un giornalista italiano dalla bottiglia facile in vacanza in America con la moglie Eve (Corinne Clery). Danno un passaggio a un ragazzo (David Hess) che ben presto si rivela per un pazzo rapinatore in fuga con due milioni di dollari. Finiti sotto sequestro del malvivente la coppia lotterà con tutte le forze per sopravvivere.


Ispirandosi a pellicole come L'ultima casa a sinistra di Wes Craven, in cui lo stesso David Hess interpretava un personaggio simile, Cane di paglia di Sam Peckinpah per la simile evoluzione del personaggio che si ribella all'oppressione, Duel di Steven Spielberg per la lunga sequenza del trattore che tampona la roulotte della coppia protagonista e Arancia Meccanica di Stanley Kubrick perché il protagonista, come Alex, proviene da una buona famiglia e ha scelto l'ultraviolenza liberamente (come ribellione?), Autostop rosso sangue (titolo americano Hitch hike) è un compatto thriller on the road che spiazza più volte lo spettatore con frequenti colpi di scena o lo inchioda con sequenze tese nelle quali la fa da padrone una violenza stratificata. La guerra che ne scaturisce infatti è sia fisica che psicologica. Il malavitoso Adam davanti ai loro occhi uccide, violenta, provoca con azioni e discorsi tirando fuori dai due malcapitati sposi le loro vere nature.


Curiosità:


-Ambientato negli States ma girato interamente dalle parti di Campo Imperatore (Gran Sasso). Le scenografie della stazione di benzina confusero alcuni turisti americani.
-In un intervista David Hess ha dichiarato che Franco Nero gli ha rotto il naso durante una scena di lotta.
-Franco Nero si è rotto un braccio durante le riprese, per questo motivo alcune scene sono state riscritte come quelle che vedono Corinne Clery sempre alla guida della loro automobile.
-Aiuto regista del film è Neri Parenti.


Resto dei personaggi/attori:


Oaks - Joshua Sinclair
Hawk - Carlo Puri
Barista messicano - Ignazio Spalla
Poliziotti - Benito Pacifico, Angelo Ragusa
Motociclisti - Fausto Di Bella, Luigi Birri


Sceneggiatura - Aldo Crudo, Pasquale Festa Campanile, Ottavio Jemma
Fotografia - Franco Di Giacomo, Giuseppe Ruzzolini
Scenografie - Giantito Burchiellaro
Aiuto regista - Neri Parenti
Stunt coordinator - Sergio Mioni
Makeup - Raul Ranieri
Montaggio - Antonio Siciliano
Musiche - Ennio Morricone

Accattone di Pier Paolo Pasolini

Nel periodo del boom economico e della commedia all'italiana non tutti percepivano al benessere. Vittorio Cataldi detto Accattone è un miserabile che la crescita economica non sfiora neanche. Vive nell'estrema periferia romana, sta tutto il giorno al bar a fare lo spaccone con scommesse e aneddoti, la sera prostituisce la sua compagna Maddalena. Non vuole lavorare, in vita sua di mestieri ne sa fare solo due, l'accattone e il pappone. Il primo lo ha abbandonato, non senza rimpianti, per intraprendere l'altro. Ha un figlio che non vede quasi mai, avuto dalla moglie Ascenta, che a stento lo riconosce quando lo va a trovare. Accattone vive la sua vita deprimente sospeso tra continue lamentele e sonore risate con gli amici più o meno nella sua stessa condizione. C'è la consapevolezza da parte sua che la vita è una fregatura, che bisogna lottare per far valere il proprio diritto, per non farsi mettere i piedi in testa dal prossimo. Mentre la sua donna viene arrestata (in cella con Elsa Morante) per falsa testimonianza, la comparsa nel quartiere di Stella, una nuova ragazza di cui si innamora, riaccende dopo un po' in lui il desiderio di cambiare vita, di rigare dritto una volta per tutte.
Accattone è imprigionato in un mondo che lo soffoca, che non gli dà possibilità di scegliersi un futuro decente. Quello che lo circonda è una realtà opprimente che lo spia e lo giudica.
Per il suo esordio dietro la macchina da presa Pier Paolo Pasolini prende spunto dalla lezione neorealista e la attualizza. Il protaginista è seguito continuamente dalla cinepresa, anche nei momenti morti, di anticlimax. Anche quando avviene qualcosa la regia non la valorizza con un cambio di ritmo. Il tempo scorre sempre allo stesso modo, accada quel che accada, perché quello che lo scorrere del tempo esalta è la manifestazione del nulla. Un nulla che riempie le giornate e le teste dei borgatari annientandoli, schiacciandoli contro il muro dell'inevitabile.

Accattone - Franco Citti
Maddalena - Silvana Corsini
Stella - Franca Pasut
Ascenta - Paola Guidi
Amore - Adriana Asti
Salvatore - Umberto Bevilacqua
Nannina - Adele Cambria
Peppe il folle - Giuseppe Ristagno
Memmoletto - Leonardo Muraglia
Il moicano - Luciano Conti
Piede d'oro - Luciano Monini
Il tedesco - Roberto Giovannoni
Balilla - Mario Cipriani
Cartagine - Roberto Scaringella
Pio - Piero Morgia
Prodotto da Alfredo Bini
Sceneggiatura - Pier Paolo Pasolini con la collaborazione di Sergio Citti
Fotografia - Tonino Delli Colli
Scenografie - Flavio Mogherini
Arredatore - Gino Lazzari
Musiche - Johann Sebastian Bach
Montaggio - Nino Baragli
Aiuto regia - Bernardo Bertolucci
Assistente alla regia - Leopoldo Savona

Elio e le Storie Tese Vs. Kill Bill vol. 2

Gli Elio e le Storie Tese dovrebbero fare causa a Quentin Tarantino. Spiego subito il perché. Nella canzone Mio cuggino, pubblicata dal gruppo milanese nel 1996, tra le tante leggende metropolitane elencate c'è anche quella di un colpo segreto che se te lo danno dopo tre giorni muori. Il Kill Bill vol. 2 (film del 2004 esagerato, spassoso, esageratamente osannato) la Sposa Uma Thurman si gioca come arma finale una mossa segreta che fa morire Bill (David Carradine) dopo pochi passi.



Mi viene in mente la vicenda Claudio Ciccarone - Sam Savage. Il primo nel 2000 pubblica presso una casa editrice misconosciuta il romanzo La bibliotecaria. Protagonista della storia è una tarma che vivendo in una biblioteca impara ad apprezzare il valore dei libri. Nel 2008 esce Firmino, romanzo d'esordio del sessantenne Sam Savage, che racconta la storia di un topo che vivendo in una biblioteca impara ad apprezzare la lettura. Non è una questione di coincidenze. Nei due romanzi ci sono una trentina di analogie, o meglio di veri e propri ricalchi, che non lasciano molto spazio ai dubbi. Ma forse l'indizio più importante lo ha lasciato lo stesso Savage quando alla domanda -Perché un topo?- (rivoltagli dall'autorevole sito Coffee House Press) ha risposto -Non potevo scegliere una tarma-



Tornando a bomba. Come può Quentin Tarantino conoscere la canzone degli Elii? In molti modi, potrebbe avere un amico italiano che glie li ha fatti conoscere. La mia è solo una - non troppo lucida - ipotesi, lo so. Potrebbe essere una coincidenza. Per sapere la verità però il buon Quentin andrebbe messo sotto torchio, con un paio di pinze e una buona saldatrice magari, giusto per farlo sentire a suo agio. Solo in questo modo i colpevoli parlano.

Squadra antitruffa di Bruno Corbucci

Nico Giraldi prima era noto a Roma come Nico er pirata. Di professione faceva il truffatore, adesso lavora per la squadra antitruffa della polizia. È un figlio di puttana che parla sempre schietto e con molte parolacce, uno sbirro come si deve proprio perché una volta era uno di quelli che adesso arresta. Una madama che conoscendo tutti i trucchi della truffa riempie le celle di Regina Coeli. Dimostrerà di saperci fare anche quando una megatruffa assicurativa si lascerà dietro una lunga serie di morti.

Per questa sua terza apparizione il maresciallo Giraldi viene affiancato da un investigatore inglese dei Lloyds (David Hemmings) che è il suo esatto contrario. Tanto caciarone lui, quanto posato e calibrato l'altro. Insieme, dopo numerosi inseguimenti in auto e a piedi, giungeranno fino a San Francisco. A finanziare la loro operazione più che la Polizia di Stato (anzi i Lloyds of London) sembrerebbe essere stato il noto digestivo Fernet Branca.

Tomas Milian terminata la stagione western resta in Italia per diventare uno dei protagonisti del poliziottesco. Viene diretto da Umberto Lenzi (qualche titolo: Il trucido e lo sbirro, dove compare per la prima volta il personaggio del Monnezza, Il cinico, l'infame, il violento, Il giustiziere sfida la città, La banda del gobbo) e altri come Stelvio Massi (Squadra volante, La banda del trucido sequel di Il trucido e lo sbirro). Contemporaneamente si cimenta in queste varianti comiche e casciarone, diretto sempre dalla mano veloce e pratica di Bruno Corbucci, che posero fine definitivamente al genere. In queste avventure avrà spesso al suo fianco due dei migliori caratteristi della commedia italiana degli anni '70 e '80: Bombolo ed Enzo Cannavale. In Squadra antitruffa c'è Bombolo per la prima volta nel ruolo che gli ha dato celebrità di Franco Bertarelli detto Venticello (Scoreggia sempre. È di pelle corta basta che chiude gli occhi), Roberto Messina di nuovo in quelli del Commissario Tozzi, Massimo Vanni è per la seconda volta il brigadiere Gargiulo. Nel cast compare anche un giovane Leo Gullotta nei panni del truffatore Tarcisio Pollaroli detto Er Fibbia.

Protagonista di Squadra antitruffa (e di tutto il genere poliziottesco) è anche la citta di Roma, ripresa da scorci mai visti prima al cinema.

Scena cult: il dialogo tra Milian e Hemmings durante la partita di tennis.


Sceneggiatura - Mario Amendola, Bruno Corbucci
Fotografia - Marcello Masciocchi
Scenografie - Claudio Cinini
Costumi - Luciano Sagoni
Montaggio - Daniele Alabiso
Musiche - Guido De Angelis e Maurizio De Angelis

Il conte Dracula di Jesus Franco

Il grande Jesus Franco continua tutt'oggi a sfornare pellicole contaminate di sangue, sesso e ironia che rileggono alcuni temi cardine del genere horror. Il conte Dracula (Nachts, wenn Dracula erwacht, fatto uscire in Italia anche con il titolo Il demone nero) è probabilmente una delle poche eccezioni a questa sua linea artistica. Innanzitutto c'è da dire che la pellicola è una delle versioni cinematografiche più fedeli al romanzo di Bram Stoker. Ad interpretare i personaggi principali un cast di attori di prim'ordine come Christopher Lee nel ruolo del vampiro, Herbert Lom in quelli di Van Helsing e Klaus Kinski (futuro Nosferatu per Werner Herzog) in quelli del pazzo Renfield. Con un cast simile non si poteva osare una versione innovativa! A finanziare il film sono state molte case di produzione: una della Germania Ovest, una spagnola, una proveniente dall'italia dove la pellicola è stata anche girata e quella britannica di Harry Alan Towers, qui alla loro ultima collaborazione.
I personaggi principali, dicevamo, ci sono tutti: oltre ai tre citati ritroviamo Jonathan Harker impersonato da Fred Williams; la sua fidanzata Mina interpretata da Maria Rohm; l'amica Lucy (Soledad Miranda, presente anche in altre pellicole del regista); il suo fidanzato Morris (Jack Taylor); il dottor Seward (Paul Muller), il direttore del manicomio; le tre spose del vampiro. Di conseguenza anche la trama segue fedelmente la vicenda raccontata nel romanzo prendendosi solo qua e là qualche libertà che non intaccano però lo spirito e le atmosfere del libro.
Ripetiamo: vedere di Jesus Franco questo film e guardare poi, che ne so, Killer Barbys ci pone di fronte a due mondi completamente differenti, a due modi di fare cinema diametralmente opposti. Eppure la mano del regista si riconosce anche qui. Franco è il regista abituato a budget risicati, li preferisce perché gli permettono la massima libertà creativa, anche oggi che di anni ne ha quasi ottanta continua a fare quello che vuole accontentando una nicchia underground che aspetta con ansia ogni suo nuovo lavoro .
!!!CAST!!!
Sceneggiatura - Jesus Franco, Peter Welbeck
Fotografia - Manuel Merino, Luciano Trasatti
Montaggio - Bruno Mattei (versione italiana)
Scenografie - Karl Schneider, Jack Taylor
Musiche - Bruno Nicolai
Effetti speciali - Sergio Pagoni

Korang: la terrificante bestia umana di René Cardona

In Korang la terrificante bestia umana (La horripilante bestia humana) c'è il classico anziano scienziato pazzo (José Elias Moreno) che nel tentativo di salvare una persona cara malata (suo figlio malato di leucemia) si incarta per benino finendo male i suoi ultimi giorni. Il ragazzo (Agustin Martinez Solares) viene sottoposto a un delicato intervento chirurgico in cui prende da uno scimmione il suo sangue e il suo cuore. Si trasformerà (in stop motion) in una specie di scimmia e se ne andrà in giro a spargere un po' di sangue, mentre un tenete di polizia (Armando Silvestre) fidanzato con una wrestler (Norma Lazareno), anche se inizialmente brancolante si metterà ad indagare sullo strano caso venendone a capo. Lo scienziato padre, disperato, una volta apprese le conseguenze del suo gesto tenterà di salvare il figlio/mostro come meglio può, aiutato dal suo fido assistente zoppo (Carlos Lopez Moctezuma).
Diretto dal cubano trapiantato in Messico René Cardona, la pellicola - se pur dignitosissima - non offre in realtà niente di nuovo, solo l'ennesima variante dello scienziato che agisce perché disperato e della sua strana-cattiva creatura da salvare a tutti i costi. Il delirio di onnipotenza che aveva lo scienziato per eccellenza, Frankenstein, qui è solo accennato.
Girato praticamente tutto in notturna Korang si avvale di una buona recitazione (in particolare Moreno), di efficaci effetti speciali di makeup e di audaci corpi nudi destinati a macchiarsi presto di sangue.
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Sullo stesso tema vedi anche:
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Sceneggiatura - René Cardona, René Cardona Jr.
Fotografia - Raul Martinez Solares
Scenografie - Javier Torres Torija, Carlos Arjona
Effetti speciali - Maria del Castillo
Montaggio - Jorge Bustos
Musiche - Antonio Diaz Conte



Filmografia essenziale di René Cardona:
1963 - Las luchadoras contra el médico asesino
1964 - Las luchadoras contra la momia
1965 - El asesino invisible
1966 - Espectro del estrangulador
1968 - Caballo prieto azabache (La tumba de Villa)
1969 - La terrificante notte dei robot assassini (Las luchadoras contra el robot asesino), Il tesoro di Dracula (titolo alternativo italiano: Vita sessuale di un vampiro, titolo originale: Santo en El tesoro de Dracula)
1970 - Santo contra los jinetes del terror
1971 - Santo en La veganza de la momia
1973 - Blue demon y Zovek en La invasion de los muertos
1974 - La isla de los hombres solos
1976 - I sopravvisuti delle Ande (Supervivientes de los Andes) rifatto nel 1993 da Frank Marshall con il titolo Alive - Sopravvisuti

Ombre malesi (The letter) di William Wyler

Ombre malesi (The letter) è un anomalo anticipatore delle atmosfere noir, diretto dal maestro William Wyler, dall'ambientazione esotica. Racconta una storia di adulterio, donne che mai ti aspetteresti, ricatti, avvocati incorruttibili ma mica poi tanto, disperazione, giustizia e vendetta, molti dei temi cardine del genere. In Malesia Leslie Crosbie (Bette Davis) uccide un uomo, dice lei, per autodifesa. Howard Joyce, l'avvocato che la difende (James Stephenson), scoprirà presto cose sul suo conto non esattamente pulite ma la difenderà ugualmente nascondendo anche una prova importante, facendosi così prendere da una crisi di coscienza, che getterebbe in una cattiva luce la donna agli occhi della giuria popolare. In tutto questo c'è anche Robert il marito di lei (Herbert Marshall) disperato per la situazione, perdutamente innamorato della moglie nonostante abbia capito che dietro il suo aspetto innocente (la sua passione ufficiale è l'uncinetto) si nasconde un'altra donna; e c'è anche l'assistente dell'avvocato, un malese (Victor Sen Yung) che con discrezione ottiene la sua fetta di torta facendo entrare in scena la moglie dell'uomo morto (Gale Sondergaard).
Anomalo è il concetto di vamp della pellicola. Leslie non vuole soldi dalle sue relazioni con gli uomini, quello che la spinge al tradimento è semplice passione, non vuole ottenere niente se non soddisfare questo suo prurito. Eppure questa situazione svuoterà il marito emotivamente, lo renderà consapevole della sua dipendenza dalla moglie nonostante tutto ciò che è venuto a galla. Leslie si ritrova in quella situazione a causa del suo temperamento passionale. Ma dove finisce la sua recita e inizia ad essere se stessa non è facile individuarlo. Fino a che punto recita il ruolo della donna debole, la carne è debole si sa, innamorata di un altro uomo malgrado i suoi sforzi per comportarsi bene, che solo le circostanze hanno portato in quella situazione? Recita solo per salvarsi dalla forca, o c'è del vero pentimento, della vera paura nei suoi occhi? Un po' dell'uno e un po' dell'altro si potrebbe rispondere. Tutto sommato non è così azzardato dire che Leslie Crosbie è una donna che recita spaventata con lo scopo di manipolare per ottenere la salvezza dalla forca.
William Wyler come suo solito sfrutta le potenzialità della cinepresa utilizzando al meglio le profondità di campo offerte dagli obiettivi dell'epoca per ottenere effetti drammatici innovativi ed efficaci. Di giochi di luce e ombre se ne vedono pochi e solo nelle scene esterne, quasi tutte con la luna piena nascosta da minacciosi nuvoloni.

Curiosità:
- Il finale del film è stato imposto dai produttori Warner Bros
- Ombre malesi è il remake di The letter diretto nel 1929 da Jean de Limur con Herbert Marshall nel ruolo dell'amante.

Sceneggiatura - Howard Koch
Fotografia- Tony Gaudio
Scenografie - Carl Jules Weyl
Trucco - Perc Westmore (fratello di Bud)
Costumi - Orry-Kelly
Montaggio - George Amy, Warren Low
Musiche - Max Steiner


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L'albero della vita (The Fountain) di Darren Aronofsky

Lo ammetto: me la sono cercata. Proprio l'altroieri mi sono detto: e se scrivessi qualcosa su ogni film che vedrò da oggi in poi? Qualche ora dopo mi trovavo con la mia dirimpettaia, una vecchia amica rincontrata qui in tendopoli, a vedere The fountain: L'albero della vita, pellicola gentilmente prestata da un comune amico ench'egli residente qui. Me la sono cercata: è il classico film da vedere più volte tant'è complicato, ricco di intrecci, salti, significati. Personalmente l'ho visto quella volta sola, quindi non aspettatevi grandi interpretazioni. È un film sull'immortalità, sull'amore, sulla pazzia, sulla fantasia, sulla testardaggine, sugli scherzi del destino, sulle ambizioni che portano alla rovina.
Darren Aronofsky dopo Pi: il teorema del delirio torna, appunto, a delirare e a farci delirare con questa storia di un ricercatore che tenta di salvare la moglie malata di cancro. Il ricercatore (Hugh Jackman) scopre un siero ricavato da una pianta in grado di guarire dei babbuini malati di tumore. Ma la scoperta non fa in tempo ad essere usata per Isabel (Rachel Weisz) perché muore. Questa storia si intreccia con quella di un albero morente che viaggia nello spazio, accompagnato da una specie di monaco zen (Hugh Jackman), verso una nebulosa (in grado di salvargli la vita?) e con quella di un conquistadores spagnolo (Hugh Jackman) che si reca in America del Sud alla ricerca di un alberto narrato nella Bibbia in grado di donare l'immortalità. Se il conquistadores riuscirà a trovare l'albero della vita (nascosto, si narra, da Dio dopo la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre) porrà fine all'inquisizione spagnola e otterrà le grazie della regina di Spagna (Rachel Weisz).
Tre storie che hanno un comune denominatore: l'impossibilità di realizzare il proprio desiderio se ci si mette di mezzo la sfortuna, il destino, se la storia deve andare in un certo senso e non in un altro. La morte è il destino di ognuno di noi, l'immortalità un'ambizione che da sempre ci solletica: la morte ci separa dalle persone care. Ma può essere che sia sbagliato il nostro concetto di morte. La morte potrebbe riavvicinarci alla persona che abbiamo perso, può essere l'inizio di una nuova fase, di un'altra vita, donarci un'immortalità che neanche immaginiamo.

Soggetto - Darren Aronofsky, Ari Handel
Sceneggiatura - Darren Aronofsky
Fotografia - Matthew Libatique
Scenografie - James Chinlund, Isabelle Guay, Nicolas Lepage, Jean-Pierre Paquet
Costumi - Renée Spril
Effetti speciali - Laurent Abecassis, Michel Héroux (Digital Dimension), Eve Brunet, Louis Morin (Buzz Image Group), Henrik Fett (Look Effects Inc.), Raymond Gieringer, Tyler Robb (Intelligence Creatures Inc.), Matthew Gratzner, David Sanger (New Deal Studios Inc.), Gunnar Hansen (Klon Films), Michael Morreale (Amalgamated Pixles), Joe Sambora (Giant Killer Robots)
Montaggio - Jay Rabinowitz
Musiche - Clint Mansell

Invito a cena con delitto di Robert Moore

Chi è il miglior detective del mondo? Il sofisticato, elegante, educatissimo Dick Charleston (David Niven) accompagnato dalla moglie Dora (Maggie Smith), il cinese Sidney Wang (Peter Sellers) con un proverbio per ogni occasione venuto per l'occasione con il figlio giapponese adottivo Willie (Richard Narita), lo scorbutico hardboiled Sam Diamante (Peter Falk) giunto sul posto insieme alla sua maltrattatissima segretaria Tess Skeffington (Eileen Brennan), la signora Jessica Marbles (Elsa Lanchester, la mitica Moglie di Frankenstein) con vecchina a seguito (Estelle Winwood al suo ultimo film), o il belga effeminato Perrier (James Coco) accompagnato dal suo fedele maggiordomo Marcel (James Cromwell)? Per scoprirlo ecco organizzata da Lionel Twain (Truman Capote) una cena con delitto. Chi riuscirà a sopravvivere nella villa blindata alla notte e a scoprire l'assassinio che avverrà a mezzanotte in punto sarà ricoperto ancora di più da onori, gloria, e... un milione di dollari.
Solo che Twain è un genio folle ed egocentrico che vuole dimostrare ai cinque di essergli superiore, di essere lui il più grande detective vivente.

Invito a cena con delitto (Murder by death) è una parodia del genere giallo, diretta da Robert Moore e scritta da Neil Simon, che unisce stereotipi vari di investigatori in un contesto molto alla Agatha Christie di 10 piccoli indiani. Il gruppo protagonista capisce subito che il loro ospite è più pericoloso che semplicemente eccentrico e che bisognerà unire gli sforzi per sconfiggerlo. Ben presto però, tra colpi di scena vari, i detective si ritroveranno in un vicolo cieco che li porterà a sospettare sempre più l'uno dell'altro anche perché sanno di ognuno di loro cose che è meglio non sapere. Alla fine la verità verrà a galla, e gli ospiti potranno raccontare la storia ai nipoti, ma sarà una verità fittizia, un contentino da dare agli invitati, l'ennesima frottola messa in atto da chi ha organizzato tutta questa messa in scena. La vera identità dell'ospite misterioso e giocherellone, tutto sommato pazzoide ma non pazzo, la vera verità, si saprà solo dopo che gli indagatori se ne saranno andati. A loro, ai migliori cinque detective del mondo, non è concesso smascherare l'assassino, trovare il colpevole, sapere qual'è la verità. Non questa volta. Questa volta la verità è più complicata, è più veritiera. Non esiste una sola verità. Questa volta loro sono solo le pedine di un gioco macabro, sadico, dissacratorio e diffamatorio, che li sputtana ai nostri occhi e li mette a nudo per quello che sono. Un gioco macabro e innocente che li ridicolizza stando sempre un passo avanti a loro. Il genere giallo per rinnovarsi aveva bisogno anche di questa commedia.
E si ride di gusto soprattutto per le molte battute distribuite in maniera più o meno equa a tutti i personaggi. Ci si affeziona subito al nonsense continuo che si ripete ad ogni colpo di scena, a quel assurdo, unico re, che regala momenti memorabili come i dialoghi tra il maggiordomo cieco (Alec Guinness) e la cuoca sordomuta e straniera (Nancy Walker anch'ella alla sua ultima pellicola). Ironia multiforme, un po' inglese un po' sboccata, non adatta a tutti i palati.
Fotografia - David M. Walsh
Scenografie - Stephen Grimes, Harry Kemm, Marvin March
Costumi - Ann Roth
Montaggio - John F. Burnett
Musiche - Dave Grusin















Elsa Lanchester ai tempi di La moglie di Frankenstein e poi in Invito a cena con delitto.

Le frasi celebri:
#1 Sidney Wang: -Conversazione è come televisione durante luna di miele: non necessaria-
#2 Sidney Wang: -Domande è come carta igienica vetrata: a lungo andare molto irritante-
#3 Milo Perrier: -Non sono francioso, sono belgioso-
#4 Sam Diamante alla sua segretaria Tess: -Perché non ti innamori del giapponese così ti levi dalle palle-

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