La casa degli orrori di Erle C. Kenton

Uno scienziato genialoide (Onslow Stevens), e quindi predisposto alla follia onnipotente, incontra tutti in una botta il conte Dracula (John Carradine), l’uomo lupo (Lon Chaney Junior) e la creatura di Frankenstein (Glenn Strange). Insieme a lui due assistenti: Miliza (Martha O’Driscoll), bionda e facile preda del conte, e la mora Nina (Jane Adams), versione femminile di Fritz/Igor senza però la sua cattiveria. Qui l’unico personaggio negativo è quello di Dracula che con la scusa di farsi aiutare da Edlemann (al quale confessa la sua vera identità e il desiderio di guarire dal vampirismo, il suo nome di copertura e Barone Lotos) attua in realtà il suo piano diabolico. Anche Lawrence Talbot, si reca dal famoso scienziato per fermare le sue trasformazioni in uomo lupo nelle notti di luna piena, ma non c’è un raggiro, le sue intenzioni sono davvero buone, vuole davvero porre fine alla maledizione che lo tormenta, e chi lo conosce lo sa già. La creatura di Frankenstein viene ritrovata casualmente da Edlemann e Talbot, e sarebbe stata rianimata se non fosse intervenuta Nina con il suo buon senso a far tornare in sé il medico. Il raggiro del conte intanto va avanti a suon di sguardi magnetici, possessioni mentali e trasformazioni: prima Miliza poi Edlemann sembrano soccombere alla volontà del vampiro, ma nel gioco degli equilibri deve fare ancora la sua parte il bene.

Con La casa degli orrori (House of Dracula), ultimo film di Erle C. Kenton, la Universal continua a far incontrare i suoi personaggi horror come era già accaduto nel prequel Aldilà del mistero (House of Frankenstein) diretto dallo stesso Kenton nel 1944 e in Frankenstein contro l'uomo lupo (Frankenstein meets the wolf man) di Roy William Neill del 1942. La logica in queste pellicole deve essere messa da parte per vari motivi: innanzitutto perché è illogico che Dracula, l’uomo lupo e la creatura di Frankenstein condividano lo stesso spazio, lo stesso film. È una provocazione che vuole rinnovare un genere oramai ripetitivo in cui i soliti personaggi sono ingabbiati nelle solite situazioni e nei soliti ambienti, costretti sempre a ribellarsi a un padre-padrone delirante, a convivere con una maledizione che non hanno voluto o che li affascina, obbligati a scappare dalla solita folla inferocita, destinati a morire spesso tra le fiamme. Molti di questi elementi cardine sono presenti in questo film, ma non del tutto: qualche personaggio si evolve e inizia una vita diversa creando un finale che forse non ci si aspetta. Dopo gli attacchi al genere di Aldilà del mistero e La casa degli orrori nasceranno le parodie con Gianni e Pinotto.

Altri personaggi e interpreti:

Siegfried, il tutto fare di Edelman – Ludwig Stössel
Ispettore Holtz – Lionel Atwill

Sceneggiatura – Edward T. Lowe Jr.
Fotografia – George Robinson
Scenografie – John B. Goodman, Martin Obzina
Costumi – Vera West
Makeup – Jack Pierce
Montaggio – Russell Schoengarth
Musiche – William Lava


Il solito, doveroso e ritardatario ringraziamento a Them! per le locandine meravigliose che mi spedisce.

Gli uomini preferiscono le bionde di Howard Hawks

Due donne molto belle, amiche per la pelle. Due divoratrici di uomini di professione ballerine, o viceversa. Lorelei e Dorothy, diverse eppure uguali, in grado di compensarsi, aiutarsi o di cacciare l’altra nei guai. Lorelai (la divina, scusate la banalità, Marilyn Monroe), la sciocca bionda che usa il cervello solo quando serve cioè se sente odore di soldi, chiamala fessa, e la bruna Dorothy (Jane Russell), sicuramente più sarcastica, forse più romantica dell’amica, mira alla bellezza dei muscoli e niente più. Lorelei per sistemarsi si fidanza con Gus Esmond (Tommy Noonan), un tipo ricco, chiaramente, buono di carattere (per non dire fesso manipolato) e con un genitore (Taylor Holmes) contrario alla relazione. Decisi a sposarsi clandestinamente, Lorelei parte per Parigi, dove più tardi lo raggiungerà Gus, in compagnia di Dorothy, che ha l’incarico di sorvegliare le sue esuberanze. Ovviamente accadrà di tutto.

Numeri musicali entrati nella storia dello spettacolo, battute acute, colpi di scena, equivoci, travestimenti, gag memorabili, riuscitissime, una su tutte il passaggio di mano in mano in tribunale della famigerata corona di diamanti. In Gli uomini preferiscono le bionde (Gentlemen prefere blondes) Hawks è suo agio con tutto, e da vero grande rinnova i generi*.



Altri personaggi e interpreti:

Francis Beekman, detto Piggy – Charles Coburn
Ernie Malone – Elliott Reid
Henry Spofford III – George Winslow
Direttore Chez Louis – Bess Flowers

Sceneggiatura – Charles Lederer (dialoghi), Joseph Fields, Anita Loos
Fotografia – Harry J. Wild
Scenografie – Lyle R. Wheeler, Joseph C. Wright
Montaggio – Hugh S. Flower

Curiosità:

-Il film è un remake di I signori preferiscono le bionde (Gentlemen prefer blondes), pellicola del 1928 di Malcolm St. Clair ispirato al romanzo omonimo di Anita Loos. Quello di Howard Hawks ha avuto un seguito nel 1955: Gli uomini sposano le brune (Gentlemen marry brunettes) di Richard Sale. Nel film ancora una volta è protagonista Jane Russell.
-* Questa distruzione dei generi, nella quale sono impegnati molti artisti moderni, non riesce a nessuno come a Hawks nel campo del cinema e mi limiterò a citare per prova quello sketch comico adattato da O’ Henry che la Century-Fox ritirò dai circuiti perché non faceva ridere nessuno. Il racconto era singolarmente ricco e tipicamente hawksiano per i temi che gli sono cari dei bambini-prodigio e degli adulti infantili: dei rapitori si impadronivano di un ragazzo il quale si rivelava talmente odioso che finivano per offrire denaro ai loro genitori per restituirlo.In conclusione, la comicità di Hawks, qualunque sia l’etichetta che si adatta, appare nuova e originale, regolata da leggi che dipendono da una buona meccanica dell’assurdo più che dagli imperativi commerciali. Che si rida o che si storca il naso, non ci si può in ogni caso annoiare.
Tratto da François Truffaut, I film della mia vita.

The wrestler di Darren Aronofsky

Viaggio diretto di sola andata verso la sconfitta, ma che il cinema americano abbia un debole per i perdenti non è un segreto, The Wrestler ci catapulta nella vita di Randy “The Ram” Robinson (Mickey Rourke), lottatore da parecchio tempo sul viale del tramonto che non accetta la realtà. La sua condizione è innanzi tutto una testa matta che gli impone, ci viene da scrivere, di allontanare da sé tutte le persone che naturalmente gli sono vicine: Stephanie (Evan Rachel Wood) la sua figlia adolescente, la spogliarellista Cassidy (Marisa Tomei) con la quale ha in comune moltissime cose. Quello che più è riuscito nel film di Darren Aronofsky, che nel suo lirismo ci rattrista di più, è proprio il fatto che fuori dal traballante (per quanto lo riguarda) mondo dello show business Randy sia una completa nullità non in grado di mantenere un rapporto stabile con queste due persone, una personalità autodistruttiva capace solo di rimediare lavoretti estenuanti in posti capaci di far saltare i nervi a chiunque di noi. E combatte, poeticamente, a modo suo, su ambedue i fronti rimediando però principalmente solo botte. Randy è un perdente consapevole che, da vero lottatore stanco di lottare, saprà chiudere contemporaneamente con entrambe le partite.

Sceneggiatura – Robert Siegel
Fotografia – Maryse Alberti
Scenografia – Tim Grimes, Matthew Munn
Costumi – Amy Westcott
Makeup – Michael Marino (protesi), E. Morrow
Effetti speciali – Drew Jiritano
Sonoro – Brian Emrich, Anguibe Guindo
Montaggio – Andrew Weisblum
Musiche – Clint Mansell

La conversazione di Francis Ford Coppola

Un uomo debole, solo, con una crisi di coscienza che gli aprirà gli occhi sul mondo devastandolo psicologicamente. Questo è Harry Caul (Gene Hackman), una spia che lavorando a delle intercettazioni scopre una coppia di amanti in pericolo di vita. Ma niente è come sembra, la realtà supererà la sua immaginazione, o forse le due cose si sovrapporranno senza che lui se ne renda conto, e la sua crisi esistenziale si evolverà in qualcosa di più estremo: l’isolamento totale da un mondo che non è mai stato in grado di capire/capirlo.
Girato da Francis Ford Coppola tra i due primi capitoli de Il padrino, La conversazione (The conversation, Palma d'oro nel 1974) accenna solamente al Watergate perché, appunto, in realtà parla di tutt’altro. Potremmo definirla una sorta di formazione di un personaggio anonimo e grigio che la macchina da presa spia in continuazione fino ad immedesimarsi, e quindi a farci immedesimare, totalmente in lui. La storia e il suo personaggio tutt’al più dovrebbero far venire in mente Blow up di Michelangelo Antonioni, regista tra i preferiti di Coppola, per l’analoga alienazione del protagonista e della vicenda che si sviluppa lentamente come a voler dare tutto il tempo necessario al mondo di escogitare qualcosa di diabolico per far uscire di senno lo scomodo protagonista. Caul in questo senso è un prescelto dalla nascita.

Altri personaggi e interpreti:

Stan – John Cazale
Meredith – Elizabeth MacRae
William Moran (Bernie) - Allen Garfield
Mark – Frederick Forrest
Ann – Cindy Williams
Paul – Michael Higgins
Martin Stett – Harrison Ford
Il committente di Caul – Robert Duvall

Sceneggiatura – Francis Ford Coppola
Fotografia – Bill Butler
Scenografie – Dean Tavoularis
Costumi – Aggie Guerard Rodgers
Montaggio – Richard Chew
Musiche – David Shire

Dichiarazioni di Francis Ford Coppola tratte da Vito Zagarrio, Francis Ford Coppola, Il Castoro.

«A quell’epoca ero in cattive acque e non potevo produrre da me La conversazione, che avevo sempre pronta e che i produttori rifiutavano. Bisognava che trovassi un job, un lavoro per tirarmi fuori dai guai. È per questo che accettai di fare Il padrino per la Paramount […] Senza Il padrino non ci sarebbe stata La conversazione […] Se guadagno ancora molto denaro, l’utilizzerò per fare dei film ancora più ambiziosi di questo!»

«Il ritmo dei miei film è in generale abbastanza lento. Credo che ci siano due ragioni: la prima è che mi affascina Bresson e che ho sempre ammirato la sua maniera di mostrare un personaggio che cammina, che sale una scala, apre una porta ecc., e di rendere interessante tutto ciò. La stessa cosa si trova in Antonioni»

Incubi notturni (Dead of night) di Alberto Cavalcanti, Charles Crichton, Basil Dearner, Robert Hamer

L’architetto Walter Craig (Mervyn Johns) viene invitato ad ispezionare una casa isolata da un certo Eliot Foley (Roland Culver). Giunto sul posto si rende conto che gli ospiti che lo attendono e il luogo sono gli stessi che sogna ogni notte. Craig è preoccupato per questo perché il sogno si trasforma sempre in un incubo in cui sarà costretto ad uccidere uno dei presenti. Egli, avendo sognato quella situazione moltissime volte, riesce a prevedere eventi come l’arrivo di una giovane ragazza squattrinata (Judy Kelly) o la rottura degli occhiali di uno psichiatra (Frederick Valk). Sarà proprio lo scettico medico a cercare di tranquillizzare Craig dando una spiegazione razionale alle sue preveggenze. Tutti gli ospiti della villa invece sembrano affascinati dalle capacità straordinarie dell’architetto perché ognuno di loro ha vissuto un’esperienza paranormale.
Ecco allora cinque racconti del fantastico, alcuni divertenti e pieni del tipico humor nero britannico, altri più spaventosi che si affacciano sui lati nascosti della nostra mente e su mondi maligni dell’aldilà che cercano di entrare nella sfera terrena.

La prima storia (diretta da Basil Dearner) la racconta Grainger (Anthony Baird): un pilota di auto da corsa che dopo aver subito un incidente quasi mortale scampa poco dopo nuovamente a morte certa.
Nel secondo episodio (diretto da Alberto Cavalcanti), la giovane Sally (Sally Ann Howes) racconta di quella volta che durante una festa in maschera fece la conoscenza con il fantasma di un bambino ucciso dalla sorella pazza.
Nel terzo segmento (diretto da Robert Hamer), la ragazza squattrinata racconta di quando regalò al suo fidanzato (Ralph Michael) uno specchio maledetto.
La quarta storia, la più divertente, ispirata a un racconto di H.G. Wells per la regia di Charles Crichton, vede protagonisti George e Larry (Basil Radford, Naunton Wayne) due golfisti eterni rivali sul campo da gioco e in amore. Si giocano la donna (Peggy Bryan) in una partita, il vincitore che ha imbrogliato sarà perseguitato dal fantasma del perdente morto suicida per la vergogna.
L’ultima (ancora di Alberto Cavalcanti), la più spaventosa, ce la racconta lo psichiatra. È la vicenda del ventriloquo Maxwell Frere (Michael Redgrave) completamente succube della sua malvagia personalità nascosta che manifesta attraverso il suo pupazzo Hugo Fitch.
Incubi notturni (Dead of night) è il primo importante horror a episodi della storia del cinema e rimane a tutt’oggi uno dei migliori. Nelle cinque storie ci sono molti dei temi classici del genere horror: loschi figuri portatori di sciagure, fantasmi che si tormentano e non trovano pace, altri che tormentano i vivi responsabili in qualche modo della loro morte, oggetti maledetti che hanno la capacità di influenzare la psiche di chi li possiede, la follia manifesta in una doppia personalità. Il tutto raccontato da una cornice, la villa isolata dove i protagonisti si trovano (diretta da Basil Dearner), che si fa sempre più tenebrosa mano a mano che le loro storie si susseguono. Poi c’è un’altra cornice, che non ti aspetti, legata in qualche modo alla prima che apparentemente moltiplica in un infinito loop il film mentre in realtà gli pone fine una volta per tutte realizzando nel mondo reale l’incubo del protagonista.
Pellicola che ha fatto scuola assolutamente da riscoprire per gli amanti di quel genere spaventoso che più che mostrare l’orrore lo suggerisce.

Il grottesco suicidio di Naunton Wayne

Sceneggiatura – John Baines, Angus MacPhail
Fotografia – Jack Parker, Stanley Pavey, Douglas Slocombe
Scenografie – Michael Relph
Montaggio – Charles Hasse
Musiche – Georges Auric

Inquadrature sbilenche che ritroveremo in film come Gli invasati di Robert Wise.

Frasi celebri
#1
Sally O’Hara: - Mamma ti prego, ascoltami: il signor Craig ha detto che mi deve picchiare selvaggiamente-
Signora O’Hara – Forse il signor Craig potrò picchiare qualcun altro-
#2
Maxwell Frefe – Hugo è l’essenza vitale della mia anima-

Anche questa scena ricorda George A. Romero e altri che verranno.

The adventures of Buckaroo Banzai across the 8th dimension di W. C. Richter

Un’invasione aliena che era già iniziata il giorno in cui Orson Welles annunciò all’America che i marziani avevano invaso gli States. Pensavate che si trattasse di uno scherzo, di un adattamento de La guerra dei mondi di Wells da parte di un giovanissimo e rampante Welles... Niente di più sbagliato! Gli alieni avevano davvero invaso la Terra e ad accorgersene, molto tempo dopo, è Buckaroo Banzai (Peter Weller), un medico, scienziato, avventuriero e rocker, uno che Indiana Jones dovrebbe srotolargli un tappeto se lo vedesse passare. Egli, aiutato dai suoi amici (uno su tutti il suo collega medico soprannominato New Jersey interpretato da Jeff Goldblum) e da un alieno buono (Carl Lumbly), riuscirà a fermare il complotto del Pianeta 10 che minaccia una guerra tra USA e URSS se non vengono soddisfatte le loro richieste.

Film culto in mezzo pianeta, eccetto l’Italia dove non lo conosce quasi nessuno (grazie Paolo), The Adventures of Buckaroo Banzai Across the 8th Dimension omaggia molte delle tematiche della vecchia fantascienza del periodo d’oro, quella degli anni ’50 che sfruttando paure "reali" come la guerra fredda ci ha regalato capolavori del calibro di L’invasione degli ultracorpi. E proprio come in quel film, gli alieni sono già tra di noi, camuffati, riconoscibili solo da un particolare. Qui non c’è nessun appiattimento/stravolgimento della personalità come nel capolavoro di Siegel, o come accade anche ne Gli invasori spaziali o in Il villaggio dei dannati. Non c’è una duplicazione dei corpi umani come accade anche in Destinazione…Terra o in Ho sposato un mostro venuto dallo spazio, né c’è una possessione di massa della razza umana*. In Buckaroo Banzai, scritto da Earl Mac Rauch e diretto da W. D. Richter, gli extraterrestri hanno occupato i posti di potere che più gli convengono per arrivare al loro scopo e sono del tutto simili a noi solo in apparenza: il loro aspetto reale, ovviamente orribile, è possibile vederlo solo attraverso un accorgimento, nel nostro caso una scarica elettrica che esce dalla cornetta di un telefono e colpisce il protagonista nell’orecchio. Grazie a quella scarica Buckaroo Banzai vede il mondo per quello che è, vede gli alieni vestiti con giacca e cravatta, da poliziotto, si accorge che si chiamano tutti John. Il luogo di potere che hanno deciso di occupare fortunatamente è circoscritto solamente ad un’associazione di ricerche spaziali (Christopher Lloyd, Vincent Schiavelli). Per vedere un’invasione aliena nel potere terrestre a raggio più ampio bisognerà aspettare gli speciali occhiali da sole di Essi vivono di John Carpenter.
In The Adventures of Buckaroo Banzai Across the 8th Dimension, comunque, non c’è l’intenzione primaria di fare della fantascienza critica, seriosa e politica, semmai è il contrario: ci troviamo di fronte a qualcosa di scanzonato che anticipa in qualche modo il clima che verrà in Bad Taste.


*L’unico personaggio terrestre ad essere posseduto è il folle dottor Lizardo (John Lithgow), vera marionetta in mano degli alieni.

Altri personaggi e interpreti:

Penny Priddy – Ellen Barkin
Reno Nevada – Pepe Serna
John Emdall – Rosalind Cash
John Gomez – Dan Hedaya
John Yaya – James Rosin


Fotografia – Fred J. Koenekamp
Scenografie – J. Michael Riva, Rick Carter, Stephen Dane
Costumi – Aggie Guerard Rodgers
Special make-up – The Burman Studio Inc.
Effetti speciali – David Blitstein, Henry Millar, Doug Hubband
Visual Effects – Michael Fink (supervisore)
Montaggio – George Bowers, Richard Marks
Musiche – Michael Boddicker
Supervisore alle musiche – Bones Howe

André Bazin su I migliori anni della nostra vita di William Wyler

Le cose stanno per il «cinema» come per la poesia. È follia immaginarlo come un elemento isolato che sarebbe possibile raccogliere su una lamina di gelatina e proiettare sullo schermo attraverso un ingranditore. Il cinema puro esiste in combinazione tanto con un dramma strappalacrime quanto con i cubi colorati di Fischinger. Il cinema non è una qualche materia indipendente di cui dover ad ogni costo isolare i cristalli. È piuttosto uno stato estetico della materia. Una modalità del racconto-spettacolo. L’esperienza prova già a sufficienza che bisogna stare attenti a identificate il cinema con questa o quell’estetica data e, più ancora, con una qualche maniera, una qual forma sostanzializzata di cui il regista dovrebbe obbligatoriamente servirsi, almeno come del pepe e del garofano. La «purezza» o meglio, secondo me, il «coefficiente» cinematografico di un film dev’essere calcolato sull’efficacia del découpage.
Nella misura stessa in cui non si è mai sforzato di snaturate il carattere romanzesco o teatrale della maggior parte delle sue sceneggiature, Wyler fa tanto più chiaramente apparire il fatto cinematografico in tutta la sua purezza. Mai l’autore dei Migliori anni della nostra vita o di Figlia del vento si è detto di dover a priori «fare cinema». Ma nessuno sa tuttavia raccontare meglio una storia in «cinema». Per lui, l’azione è prima di tutto espressa dall’attore. È in funzione dell’attore che Wyler, proprio come un regista di teatro, concepisce il suo lavoro di valorizzazione dell’azione. L’ambiente e la macchina da presa ci sono solo per permettere all’attore di concentrare su di sé il massimo d’intensità drammatica senza sviare a loro profitto una significazione parassita. Ma se questo è ciò che si propone anche il regista di teatro, costui non dispone che di mezzo molto limitati per via dell’architettura della scena moderna e soprattutto della posizione della ribalta. Può giocare con i suoi elementi, ma in queste condizioni è essenzialmente il testo e la recitazione dell’attore a costituire l’essenziale della regia teatrale.
Il cinema non comincia affatto, come vorrebbe ingenuamente Marcel Pagnol, con il binocolo di una spettatrice dei palchi. Né la grossezza né il tempo c’entrano niente in questa faccenda. Il cinema comincia quando la cornice dello schermo o la prossimità della macchina da presa o del microfono servono a valorizzare l’azione e l’attore.

Tratto da: André Bazin, William Wyler o il giansenista della messa in scena.

I migliori anni della nostra vita di William Wyler

I migliori anni della nostra vita (The best years of our lives) fa ridere e soffrire raccontandoci la storia di tre esistenze destinate ad incontrarsi e a non lasciarsi. Perché il destino è sempre dietro l’angolo e poi c’è l’urgenza di lasciare un forte messaggio antibellico. I tre personaggi che si incontrano casualmente sono infatti tre reduci della seconda guerra mondiale appena conclusa. Non si conoscevano e guarda caso abitano tutti nella stessa città. Uno è giovane (Dana Andrews), sposato da poco, un altro è sui quarantacinque (Fredric March. Il miglior Jekyll/Hyde di tutti i tempi!!!) sposato anche lui con due figli, un maschio e una femmina (Teresa Wright). Il terzo è un marinaio (Harold Russell) che ha perso entrambe le mani. Fred, Al e Homer. Il loro ritorno in città è pieno di sorprese, molte delle quali non proprio piacevoli. Insomma la vita non è tutta rose e fiori. Soprattutto se si è appena usciti, anche se vincitori, da un conflitto mondiale. È tempo di leccarsi le ferite e rimboccarsi le maniche. E le ferite escono fuori anche dove non te lo aspetti. Le loro vite si intrecceranno e così anche le loro ferite, creando nuovo sangue, nuove dinamiche. Il tutto raccontato senza retorica, in maniera pulita. La fotografia, qualunque sia l’avvenimento che sta riprendendo, non cambia mai atteggiamento, resta sempre neutra, assolutamente uniforme, illumina tutto allo stesso modo senza fare torto a nessuno. Le storie personali dei tre personaggi e il loro intrecciarsi ci vengono mostrate con questa limpidezza. William Wyler ci teneva che lo spettatore potesse capire tutto e subito. Anche le dinamiche complesse. Un regista con i cosidetti.
Tutto comunque finisce bene qui perché l’ottimismo, si sa, in tempi di crisi ritorna sempre.

Prodotto da Samuel Goldwyn
Sceneggiatura – Robert E. Sherwood
Fotografia – Gregg Toland
Scenografie – Perry Ferguson, George Jenkins
Costumi – Irene Sharaff
Montaggio – Daniel Mandell
Musiche – Hugo Friedhofer

Cabal di Clive Barker

Haaron Boone (Craig Sheffer) ha un incubo ricorrente che oramai non lo spaventa più. Plagiato dal folle psichiatra Decker (David Cronenberg) e inseguito dalla polizia con l’accusa di omicidio, entrerà a far parte di una comunità di mostri che vive nascosta all’interno di un cimitero abbandonato.

Cabal (Nightbreed), sceneggiato e diretto dallo scrittore Clive Barker (già regista di Hellraiser), poteva essere un remake di Freaks di Tod Browning e invece si perde analizzando l’odio, l’integrazione e la tolleranza solo di sfuggita. Il film resta tutto affidato alla varietà delle creature rappresentate e all’uso del pirotecnico, in altre parole all’utilizzo dei molteplici effetti speciali (c’è anche una brevissima animazione in stop motion). Neanche la presenza di Cronenberg salva la pellicola da una delusione cocente. Né le musiche di Danny Elfman sono di quelle che ti ricorderai per sempre.

L’odio per i freaks nel film è rappresentata attraverso il personaggio folle dello psichiatra, il vero mostro del film, il classico personaggio che proprio perché insospettabile riuscirà a coinvolgere nel suo piano distruttivo elementi del potere come la polizia. Di questa comunità nessuno sa niente, o meglio nessuno ne parla. Vivono indisturbati (dall’intolleranza) nel cimitero abbandonato da tempi remoti eppure una profezia apocalittica è dietro l’angolo: la pacchia è finita. Detto tra parentesi, nella profezia c’è Boone c’è il mostro che l’ha morso ma non c’è lo psichiatra. Non c’è chi li odia, cioè il vero responsabile della loro cacciata/fine. Significherà qualcosa? Sono io che ho visto il film senza attenzione? Può darsi, tant’è che quasi dimenticavo di menzionare anche Lori (Anne Bobby), la ragazza buona e senza pregiudizi innamoratissima di Boone.

A parte gli effetti speciali e le scenografie, il finale è probabilmente la cosa migliore del film. Anche perché il sequel che lasciava immaginare per fortuna non è mai stato realizzato, almeno fino ad ora. A volerlo sintetizzare in una parola direi deludente o fiacco.

Fotografia – Robin Vidgeon
Scenografie – Steve Hardie, Ricky Eyres
Costumi – Ann Hollowood
Montaggio – Mark Goldblatt, Richard Marden

Doppia immagine nello spazio di Robert Parrish

In Inghilterra lo scienziato John Kane (Ian Hendy) scopre un nuovo pianeta nel nostro sistema solare. Il mondo è rimasto invisibile a noi per tutto questo tempo perché viaggia sulla stessa orbita della Terra, alla stessa velocità e in posizione speculare rispetto al nostro pianeta. Praticamente c’è sempre il sole tra di noi a coprire l’altro.
Jason Webb (Patrick Wymark), a capo del consiglio europeo per le esplorazioni spaziali (L’Eurosec), decide di organizzare un’esplorazione del pianeta ma nessuno in Europa e in America è disposto a finanziare il viaggio. Del pianeta sono a conoscenza anche altri scienziati esterni all’Eurosec, scienziati spia disposti a qualsiasi cosa pur di ottenere informazioni importanti come il Dottor Hassler (Herbert Lom).
Web fregandosene di tutto chiama Glenn Ross (Roy Thinnes), un esperto astronauta americano (è stato due volte su Marte), e convince Kane a partire insieme a lui per l’esplorazione del nuovo mondo.
La navicella giunge a destinazione rispettando i tempi previsti, durante l’atterraggio purtroppo Kane rimane in fin di vita. Sin da subito però qualcosa inizia a non quadrare nella mente di Ross. Web continua a ripetergli che non è possibile che siano tornati così presto, l’americano continua a rispondergli che non sono tornati ma arrivati. Web vuole vederci chiaro usando modi bruschi quasi da gestapo, Ross stenterà a riconoscere sua moglie Sharon (Lynn Loring), si accorge che le scritte, gli orologi e altri oggetti sono al contrario e che per vederli secondo la visione “classica” deve metterli davanti a uno specchio. In poche parole scoprirà un mondo letteralmente alla rovescia. Insomma, dov’è finito Ross? Riuscirà a vederci chiaro?

Doppia immagine nello spazio (Doppelgänger) da una parte è debitrice della fantascienza del decennio precedente, dall’altra non poteva non lasciarsi influenzare dal film spartiacque della nuova fantascienza, vale a dire 2001 odissea nello spazio.
All’inizio del film diretto da Robert Parrish c’è la solita scoperta astronomica sensazionale, l’evento dal cielo che potrebbe cambiarci la vita. Poi c’è il classico consiglio di rappresentati di Stati diversi già visti in pellicole come Ultimatum alla Terra o Quando i mondi si scontrano. Ma soprattutto c’è lo scetticismo: il protagonista non viene mai creduto, la sua teoria è troppo audace, e in più si convince che le persone con le quali sta parlando non siano veramente quelle persone. E qui i rimandi a Gli invasori spaziali o L’invasione degli ultracorpi sono immediati
Questo, sommariamente, per quanto riguarda gli elementi provenienti dagli anni ’50, ma come dicevamo dopo 2001, chi più chi meno, tutti i film di fantascienza hanno provato a filosofeggiare, a immaginare mondi cervellotici, e itinerari spaziali psichedelici con il solo scopo di far viaggiare la nostra mente.
E questo film, messe le dovute distanze dall’inarrivabile capolavoro di Kubrick, ci riesce ad affascinare con la sua teoria neanche troppo complicata a dirla tutta. Un classico da riscoprire per chi ama l’impegnata fantascienza sotto trip.


Altri personaggi e interpreti:

David Poulson – Ed Bishop
Mark Neuman – George Sewell
Lisa Hartmann – Loni von Friedl
Paul Landi – Franco De Rosa

Sceneggiatura – Gerry Anderson, Sylvia Anderson, Donald James
Fotografia - John Read
Scenografie – Bob Bell
Effetti speciali – Norman Foster, Tony Dunsterville
Effetti visivi – Derek Meddings, Harry Oakes
Montaggio – Len Walter
Musiche – Barry Gray

S.O.S. naufragio nello spazio di Byron Haskin

L’astronauta comandante Christopher Draper (Paul Mantee) a causa di un incidente si ritrova da solo su Marte in compagnia della scimmietta Marzia. La vita sul pianeta rosso è dura aspettando i soccorsi, ma il militare non si dà per vinto imparando presto, anche grazie alla scimmia, come procurarsi l’ossigeno, il cibo e l’acqua. Il 147 esimo giorno una navicella atterra scaricando molti schiavi usati per estrarre chissà quale elemento. Uno di loro fugge e viene trovato da Draper che lo battezza Venerdì. L’essere, del tutto simile a noi, parla una lingua tutta sua e ha al polso un bracciale che permette alle astronavi di localizzarlo. L'astronauta si prende cura del selvaggio e lo salva dai cattivi, e il buon Dio - che premia i buoni - gli fa arrivare come ricompensa la tanto attesa astronave terrestre.

SOS naufragio nello spazio (Robinson Crusoe on Mars) ha una prima parte molto buona in cui si affrontano due condizioni opposte: da una parte la solitudine del protagonista (il suo colonnello è morto a causa del brutto atterraggio) dall’altra il suo obbligo a non abbattersi ma ad ingegnarsi per sopravvivere.
Con l’arrivo delle navicelle aliene (rubate palesemente a La guerra dei mondi) e di Venerdì tutto comincia a sapere di già visto.

Girato da Byron Haskin nel 1964, senza i soldi (e gli effetti speciali) a cui lo aveva abituato George Pal con La guerra dei mondi e La conquista dello spazio, SOS naufragio nello spazio merita comunque una visione. Anche per un motivo, diciamo scientifico. Interessante, e anche divertente (col senno di poi di chi scrive nel 2009), è infatti vedere come veniva immaginato Marte all’epoca: un pianeta ricco di vulcani attivi, dove l’acqua si trova in abbondanza, e l’ossigeno lo sprigionano delle pietre simil carbone quando bruciano...

Per vederlo tocca arrangiarsi come si può. Del DVD neanche l'ombra.

Personaggi e interpreti:

Colonnello Dan McReady – Adam West
Venerdì – Victor Lundin

Fotografia – Winton Hoch
Architetti, scenografi – Hal Pereira, Arthur Lonergan, Albert Nozaki
Effetti speciali – Butler-Glouner Inc.
Montaggio – Terry Morse
Musiche – Van Cleave

Curiosità:
-molte delle scene ambientate su Marte sono state girate a Zabriskie Point
-agli attori e al resto della troupe fu proibito di toccare le piante mentre giravano a Zabriskie Point perché molte di esse erano specie protette
-i costumi degli alieni sono presi dal film Uomini sulla Luna
-si legge sui manifesti: “Questo film, scientificamente autentico, precorre solo di un passo l’attuale realtà”
-Victor Lundin ha scritto e inciso una canzone che si chiama Robinson Crusoe on Mars nel 1999
-a causa dello scarso successo del film fu accantonato il sequel che doveva intitolarsi Robinson Crusoe in the invisible galaxy
-le pillole che Venerdì usa per respirare erano delle comuni M&Ms.

Il mostro della California di Fred F. Sears

Molti dei personaggi storici dell’orrore manifestano nello spettatore una forte empatia per un semplice motivo: sono mostri non per loro scelta. O per colpa di uno scienziato pazzo o a causa di una maledizione, la creatura del dottor Frankenstein, Dracula il vampiro, l’uomo lupo vivono spesso per questo in una condizione che non vogliono e che li fa star male.
Il lupo mannaro protagonista di Il mostro della California (The wolfman) non ha nessuna maledizione né è stato aggredito precedentemente da un altro lupo mannaro. Duncan Marsh (Steven Ritch) è un uomo che si trasforma in lupo a causa di alcuni esperimenti medici che ha subito dal solito scienziato pazzo (George Lynn) che vuole così salvare l’umanità dalla minacce atomiche. Questo poveretto, malgrado si trovi lontano da casa e senza memoria, ha capito benissimo di essere malato e il responsabile della morte di un uomo e si dispera, quando però si sente minacciato si trasforma e si difende come farebbe un qualsiasi animale.
Lo sceriffo (Don Megowan) cerca di non ucciderlo convinto prima dalla fidanzata infermiera Amy (Joyce Holden) e poi dalla moglie dell’uomo (Eleanore Tanin) che arriva sul posto insieme al figlioletto (Kim Charney). Eppure si sa come vanno a finire certe cose: l’animale che è il lui non può nulla contro l’animale che vive nella solita folla più o meno inferocita che vuole farsi giustizia armata di fucili, forconi e torce.
Girato nel 1956 dall’infaticabile Fred F. Sears con un budget palesemente inesistente della Clover, Il mostro della California maschera la lacuna puntando tutto sull’aspetto drammatico della vicenda e quindi sulla buona recitazione dell’attore protagonista Steven Ritch piuttosto che sull’utilizzo degli effetti speciali.

Un piccolo film (scoperto grazie al nuovo amico Them! conosciuto grazie ad internet, è sua anche la bella locandina qui sotto) che meriterebbe un'edizione italiana in DVD e di essere ritrasmesso da qualche parte, anche alle tre di notte va bene tanto mettiamo il timer.

Sceneggiatura – James B. Gordon, Robert E. Kent
Fotografia – Edward Linden
Scenografie – Paul Palmentola, Dave Montrose
Make-up – Clay Campbell
Sonoro – Ferrol Redd
Montaggio – Harold White
Musiche – Mischa Bakaleinikoff

Grazie zia di Salvatore Samperi

Figlio dei suoi tempi, il ’68, Alvise (Lou Castel) è un ragazzo ribelle ma a modo suo, infatti protesta fingendo di non essere in grado di camminare. Lo fa perché non vuole assumersi delle responsabilità nella società in cui vive, simula per urtare gli odiati familiari: il padre industriale, Stefano (Gabriele Ferzetti) lo zio giornalista comunista verso il quale sfoga l'odio bruciando dei soldatini rappresentanti i vietcong. L’unica persona della famiglia che sopporta è la bella zia medico Lea (Lisa Gastoni) ed è proprio da lei che suo padre lo spedirà per un periodo, nella speranza che le sue gambe riprendano a funzionare.
Insofferente verso tutto e tutti, Alvise e la zia iniziano un rapporto un po’ particolare in qualche modo tendente alla sofferenza, al sadomasochismo. Stefano, che intuisce la sua recita di finto infermo, si vedrà gradualmente allontanato dalla compagna la quale passerà sempre più tempo con il nipote facendo così chiacchierare anche le due anziane domestiche.
Alvise è tutto una provocazione. Nei confronti della zia prova attrazione e repulsione, forse perché sa cose su di lei che noi non sappiamo ma intuiamo, coma la sua pazzia. Nella coppia che formano l’elemento forte è Alvise e non sua zia che invece si lascia manovrare dal nipote come una marionetta. Il loro è un rapporto violento sia sul piano fisico che psicologico. Alvise poi ha degli atteggiamenti infantili che scioccano o innervosiscono i presenti. Ogni loro discorso da intellettuali illuminati gli scatena una reazione eccessiva anche perché vede cosa si nasconde dietro le loro belle, giuste e sagge considerazioni: una ipocrisia che non gli appartiene. Anche la disinibita danza della giovane cantante Nicoletta (Luisa De Santis) gli provoca una reazione allergica. Eppure anche lui, anzi soprattutto lui, è un falso. Anche lui ha una facciata che non corrisponde alla realtà, anche lui appartiene e assomiglia a questo mondo che tanto odia. Dinnanzi a questa contraddizione inestricabile, a questo mal di vivere che lo tiene prigioniero, Alvise può fare solamente una cosa, e l’unica persona che gli può dare una mano a realizzarla è l’amata e sfruttata zia.

Girato con uno stile conturbante ma soprattutto disturbante da Salvatore Samperi a ventiquattro anni, Grazie Zia si inserisce nel quadro politico in cui nasce in maniera del tutto originale raccontando una ribellione che arriva alla misantropia e a una visione agra della vita che non lascia posto alla speranza.

Produzione – Doria G. Film (Enzo Doria)
Direttore di produzione – Ugo Novello
Ispettore di produzione – Paolo Zaccaria
Sceneggiatura – Salvatore Samperi, Sergio Bazzini, Pier Luigi Murgia
Fotografia – Aldo Scavarda
Operatore – Gaetano Valle
Aiuto regista – Sergio Bazzini
Fonico sul set – Vittorio De Sisti
Fonico post produzione – Danilo Moroni
Doppiaggio (direzione) – Franco Bucceri
Scenografie e costumi – Giorgio Mecchia
Arredamento – Gisella Longo
Montaggio – Silvano Agosti (come Alessandro Giselli)
Musiche – Ennio Morricone (condotte da Bruno Nicolai)
La canzone “Filastrocca vietnamita” è cantata da Sergio Endrigo

I mostri di Dino Risi

Padri che insegnano ai figli la disonestà. Poveracci che non rinunciano ad andare allo stadio. Mariti cornuti imbambolati davanti alla tv. Chi specula sulla morte della sorella prostituta, o chi addirittura nel buio di una sala cinematografica assistendo alla scena di una fucilazione nazista viene colpito… dal muro, tanto da dire alla moglie: –Ecco il muro della nostra villa lo farei proprio come quello semplice, solo con le tegoline sopra- E poi avvocati bravissimi a screditare i testimoni dell’accusa, accattoni che approfittano delle disgrazie di altri accattoni, chi per festeggiare la sua prima automobile va a puttane, attori cinici che più stronzi non si può, rapitori di vecchiette per soddisfare le volontà di un regista. E ancora e ancora.
Ecco come era vista l’Italia nel 1963 da Dino Risi. Carnefici da una parte e povere vittime dall’altra. Carnefici che passano per vittime e vittime che tutti additano come colpevoli. Un mondo alla rovescia dove farsi fregare è facilissimo, dove l’equivoco si incontra facilmente, un Paese dove chiunque ti può pugnalare alle spalle.
I mostri è un campionario di bassezze umane, ancora oggi attualissimo, scritto dal meglio del nostro cinema dell’epoca.
Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman al massimo della loro forma, Lando Buzzanca nel ruolo di un marito cornuto, il mitico Mario Brega in quelli di un procuratore di pugili, Marisa Merlini nella parte della moglie umiliata in tribunale.
Un'altra vetta del nostro cinema.



Soggetto e sceneggiatura – Age, Scarpelli, Ettore Scola, Elio Petri, Dino Risi, Ruggero Maccari
Fotografia – Alfio Contini
Scenografie e costumi – Ugo Pericoli
Arredamenti – Arrigo Breschi
Musiche – Armando Trovaioli
Montaggio – Maurizio Lucidi
Frasi celebri:

-Non bisogna mai dire di sì, sempre di no. Con i no ti spicci con i sì ti impicci-
-Meglio un bel processo che un bel funerale-
-Adesso non si chiama neanche più parlamento, si chiama pappamento-

Morto Salvatore Samperi

Mercoledì 4 marzo è morto, dopo una lunga malattia, Salvatore Samperi. Osservatore della psiche e della società, esordisce giovanissimo come regista a ventiquattro anni con la pellicola Grazie zia, interpretata da Lisa Gastoni e Lou Castel. La pellicola è girata nel 1968, nel pieno della contestazione: vengono criticati valori, fino a qualche attimo prima certi, come la famiglia con il suo perbenismo e la sua morale. Grazie zia ottiene un successo forse inatteso che permette al regista di continuare sulla stessa linea anche con i successivi Cuore di mamma e Uccidete il vitello grasso. Anche qui famiglie sfasciate. Dopo Beati i ricchi, forse anche perché la critica lo stava abbandonando, cambia registro e si dà alla commedia sexy firmando il suo film più famoso, Malizia (1973). Ultimamente aveva lavorato per la tv firmando L'onore e il rispetto.

Ghost world di Terry Zwigoff

Quante volte un’amicizia che sembrava indissolubile, improvvisamente si spezza per ragioni apparentemente inesistenti?
Enid (Thora Birch) e Rebecca (Scarlett Johansson) sono due ragazzine fresche di diploma che vivono in prima persona questa esperienza. Ad unirle era proprio la scuola, una volta finita le loro strade si separano. A farle stare sempre culo e camicia era la noia, la misantropia, il desiderio di prendere insieme un appartamento, il gusto di sfottere gli sfigati. Poi come accade nella vita di molti di noi, qualcosa si rompe, gli interessi cambiano, il carattere si trasforma, l’idillio finisce.
Enid scopre, nonostante sia stata rimandata in educazione artistica, di avere un temperamento artistico. Rebecca inizia a lavorare per potersi pagare l’appartamento. Enid inizia a frequentare Seymour (Steve Buscemi): un uomo più grande collezionista di oggetti antichi (soprattutto 78 giri), all’inizio per pietà poi per attrazione. La ragazza manifesta intolleranze nei confronti della società sempre più forti, non riesce a tenersi un lavoro per più di un giorno, non sopporta l’idea che il padre (Bob Balaban) abbia una donna. Rebecca da parte sua è gelosa che l’amica si veda con un’altra persona.
L’adolescenza, si sa, è un periodo di grossi cambiamenti.
Quello che nel film Ghost World funziona meglio è l’ironia multiforme usata per descrivere anche il vuoto tipico di questo periodo della vita.

Il regista Terry Zwigoff insieme al fumettista e sceneggiatore Daniel Clowes torneranno ad affrontare argomenti che legano l’arte e i giovani anche il Art School Confidential. Questo tanto per dire che la pellicola ha molto più di quanto detto fin'ora.


Altri personaggi e interpreti:

Josh – Brad Renfro
Roberta – Illeana Douglas
Dana – Stacey Travis
Doug – Dave Sheridan
John Ellis – Pat Healy
Melora – Debra Azar

Prodotto da John Malkovich
Fotografia – Affonso Beato
Scenografie – Edward T. McAvoy, Alan E. Muraoka
Arredatore – Lisa Fischer
Costumi – Mary Zophres
Montaggio – Carole Kravetz, Michael R. Miller
Musiche – David Kitay

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