L'ingorgo (Una storia impossibile) di Luigi Comencini

Una umanità alla deriva, cinica e menefreghista che ha quasi del tutto banditi i buoni sentimenti è quella ritratta ne L’ingorgo capolavoro della commedia grottesca (e politica) di Luigi Comencini.
Le classi sociali appaiono sempre più separate e neanche l’evento che dà il titolo al film le rimetterà insieme se pure per poco tempo.

Bloccati nel raccordo anulare di Roma in un traffico che non ne vuole sapere di sbloccarsi ci sono l’avvocato De Benedetti (Alberto Sordi), con tanto di schiavo protosmithers (Orazio Orlando), che definire odioso è poco. La famiglia di meridionali con figlia (Giovannella Grifeo) che aspetta un bambino da non si sa quale padre, un disonore che può voler dire una sola cosa: aborto. La coppia in viaggio per le nozze d’argento Carlo (Fernando Rey) e Irene (Annie Girardot) sempre a litigare per un mazzo di chiavi. Uno squilibrato che mentre raggiunge il suo amore Mara parla da solo. Quattro malviventi armati che giocano scherzano e pensano soprattutto ai fatti loro. Paramedici che hanno fretta di trasportare un uomo investito da un autobus sulle strisce pedonali (Ciccio Ingrassia) non per dovere professionale ma per via della imminente partita di calcio della nazionale. L’attore Marco Montefoschi (Marcello Mastroianni) anche lui con un lacché personale. Teresa (Stefania Sandrelli), una bella ragazza incinta che lo ospita per una notte insieme a suo marito. Un tizio che sta sempre incazzato con tutto e tutti (Gioele Dix qualcosa da lui, e dal film in generale, l’ha presa di sicuro). La femminista Martina (Angela Molina) che con l’occasione conosce il sensibile Mario (Harry Bear) e purtroppo anche tre energumeni alla Arancia Meccanica. Un pulmino di ragazzi di sinistra. Un tassista che specula su una povera hippie (Eleonora Comencini): -Noi siamo fermi e il tassametro corre. È la vita-. E poi c’è Franco (Gérard Depardieu) un uomo sposato (Miou-Miou) e cornuto (Ugo Tognazzi).

Tutto appare bloccato, irrimediabilmente arrugginito, in rovina, avviato da tempo verso un percorso irreversibile che non ha vie d’uscita. L’ingorgo tra battute epiche e raggelanti è un incubo senza fine, una della massime vette della commedia del cinema nostrano.

Mini particina per il mitico Ennio Antonelli, qui nel ruolo del barista con la fretta di chiudere il locale.

L'assalto all'auto del divo Montefoschi/Mastroianni

Sceneggiatura – Luigi Comencini, Ruggero Maccari, Bernardino Zapponi
Fotografia – Ennio Guarnieri
Scenografie – Mario Chiari
Costumi – Paola Comencini
Montaggio – Nino Baragli
Musiche – Fiorenzo Carpi, condotte da Bruno Nicolai

I bei tempi in cui John Waters e la sua banda vennero arrestati per «cospirazione al fine di commettere atti osceni»

Mondo Trasho fu il mio primo lungometraggio. Mio padre mi prestò i 2000 dollari per coprirne il budget e Pete Garey dei Qualità Film Labs di Baltimora passò del tempo a insegnarmi le tecniche di base per fare un film. Questa volta volevo fare del trash vero e sapevo che Divine sarebbe stata la star perfetta. Entrambi adoravamo Jayne Mansfield e dato che Divine stava diventando molto pesante convenimmo che poteva interpretare la caricatura perfetta di una bionda bomba sexy. Disegnai i suoi pantaloni alla Capri e il suo top prendisole dorati e gli comprai un paio di scarpe dorate col tacco alto 15 centimetri da Frederick’s of Hollywood. Alla fine delle riprese l’intero completo era diventato piuttosto puzzolente. Il sarto che aveva fatto il costume non era tanto bravo, così i pantaloni alla Capri di Divine non furono mai abbastanza aderenti. Lo si può vedere farsi in quattro per tirarsi su i pantaloni per tutto il film. David Lochary fu responsabile della capigliatura platinata da sciattona di Divine e del trucco pesante che sembrava trasformare Divine in una visione di splendore trash. Lei masticava una gomma, guidava una Cadillac rossa cabriolet del 1959 e faceva un sacco di quei famosi sculettamenti alla Divine. Per la prima volta Divine era veramente divina sullo schermo. Pensai che facesse somigliare Jayne Mansfield a Grace Kelly.
Mondo Trasho era un «film da suburra»: venne girato in vicoli, su marciapiedi, in lavanderie a gettoni e aree deserte attorno a Baltimora. La trama era piuttosto complicata anche se non c’era dialogo, solo una colonna sonora musicale. Una giovane fanatica di moda (Mary Vivian Pearce) lascia la sua casa e incontra un feticista dei piedi (John Leisenring) che le offre un «lavoretto» (succhiare il dito del piede) in un parco del luogo. Quindi viene investita da una grassa bomba sexy (Divine) che è stata distratta dalla guida da un autostoppista (Mark Isherwood) che lei aveva immaginato nudo. Da quel momento in poi la loro giornata diventa una tragedia. Si trovano a essere testimoni di un miracolo in una lavanderia a gettoni, vengono rinchiuse in un istituto psichiatrico a guardare un ballo di tip tap in topless eseguito da una paziente squilibrata (Mink Stole), diventano vittime del Dottor Coat Hanger (David Lochary) e dei suoi terribili esperimenti medici e infine vengono ferite in un accoltellamento, semplicemente per morire lentamente in un vero e proprio porcile.
A metà delle riprese venimmo arrestati per «cospirazione al fine di commettere atti osceni». Avevo deciso di girare la scena dell’autostoppista nudo al campus della Johns Hopkins University una domenica mattina presto perché sembrava di essere in campagna e avevo pensato che nessuno ci avrebbe seccato. Bonnie aveva appena finito una scena in cui barcollava per la boscaglia con indosso i suoi pantaloncini di raso cortissimi e dai tacchi alti quindici centimetri. David aspettava completamente travestito da donna dietro la ruota della cabriolet Eldorado rossa del 1959 che avevo affittato per la scena da una coppia apprensiva. David ritoccò il make-up di Divine mentre Mink aspettava nella mia macchina che finissimo la scena. Mark si tolse i vestiti di dosso in mezzo al gelo e iniziò a fare l’autostop.
Le macchine da presa partirono, Bonnie venne fuori dal bosco e si diresse verso la strada; Divine passava di là con la macchina, si girava due volte quando vedeva l’autostoppista nudo e si fermava di colpo con uno stridore di gomme, quindi faceva marcia indietro e «investiva» Bonnie. Facemmo un paio di riprese per cercare di farlo sembrare vero. Improvvisamente un poliziotto del campus infuriato piombò di fronte alle macchine da presa e iniziò a gridare, minacciando d’arrestarci. Mark si mise in fretta l’accappatoio ma lo sbirro continuava a scoprirlo urlando: «Che cos’hai là sotto?» Decidemmo di scappare e ci ammassammo sulla Cadillac cabriolet e sulla mia macchina, cercando di battere in ritirata. Lo sbirro stava ancora agitando le braccia e urlando mentre i due carichi di attori tesi sgommavano.
Dato che sapevamo che questo sbirro aveva chiamato la polizia municipale scaricammo immediatamente Divine in un nascondiglio e il resto di noi cercò di restituire la Cadillac ormai riconoscibile ai suoi proprietari prima che scoprissero i casino. Sfortunatamente è difficile non dare nell’occhio su una Cadillac cabriolet Eldorado rossa del ’59 e un poliziotto municipale ci avvistò, accese la sirena e ci fece accostare, molto appropriatamente, davanti al Rex Theater, la sala a luci rosse della città. Prese tutti i nostri nomi e indirizzi ma arrestò solo Mark Isherwood dato che aveva una descrizione dell’attore nudo. Noi risalimmo in macchina e ritornammo di corsa al mio appartamento. Pagai un garante per la cauzione per fare uscire Mark di prigione e David Lochary chiamò la Hopkins perché facessero cadere le accuse. Dato che David poteva diventare molto irascibile quando era agitato riuscì solo a rendere ulteriormente ostile il direttore della Hopkins e fece saltare completamente ogni possibilità di un accordo. Incollerito per l’«atteggiamento sprezzante» del direttore, David chiamò tutti i quotidiani e avvertì la stampa dell’incidente.
Prima che potessimo persino vedere i giornali del giorno dopo, squadre di volanti piene di sbirri entusiasti arrivarono a casa di ognuno di noi e ci arrestarono per cospirazione. Fortunatamente, mentre i poliziotti guardavano da un’altra parte prima di ammanettarmi riuscii a sbarazzarmi di un pezzo enorme di hascisc che avevo in tasca.

Tratto da: John Waters, Shock, Lindau.

Shivers (Il demone sotto la pelle) di David Cronenberg

Un parassita contagia gli abitanti di un residence di lusso scatenando i loro istinti sessuali.
Con Il demone sotto la pelle (Shivers) il canadese David Cronenberg crea una miscela che associa insieme, e in maniera del tutto inedita, le più attuali paure dell’epoca.
Hobbes, inventore del parassita che nei suoi buoni propositi dovrebbe svolgere le funzioni di un organo umano malato, è il classico scienziato pazzo genialoide visto in tanti classici. Quello che scatena è una situazione che è il contrario degli assedi zombeschi romeriani.
Qui il pericolo viene dall’interno: innanzitutto dall’interno del corpo di certi individui “colpevoli” di aver avuto dei rapporti sessuali con la stessa ragazza che ha dentro di sé il parassita perché usata da Hobbes come cavia per i suoi esperimenti. Il contagio si dilagherà all’interno del complesso residenziale sempre di più finché una volta satollo non si libererà per dilagarsi anche fuori, nel mondo esterno già malato e corrotto di suo.
Il complesso residenziale denominato L’Arca di Noè (in originale si chiama Starline Island) è un luogo asettico, autosufficiente, dove non esiste violenza (il guardiano ha in dotazione una pistola che non ha mai estratto dal fodero), il luogo ideale dove crescere in tutta sicurezza i propri figli, si respira aria buona, dove tutto è pensato per fuggire allo stress, al caos del mondo moderno.
In questo luogo abitato da persone per bene, benestanti se non ricche, si sviluppa un parassita che risveglia i loro istinti sessuali più primitivi, brutali e segreti portandoli alla luce. In questo clima, che non può non far pensare all'AIDS, nessuno sarà risparmiato: giovani, vecchi, bambini, belli e brutti. Cronenberg mostra atteggiamenti incestuosi, omosessuali, vecchi assatanati, bambine sessualmente attive, bambini al guinzaglio. Senza più freni inibitori cade così la maschera che aveva nascosto simili fantasie mettendo a nudo l’ipocrisia borghese benpensante.
Al medico Roger St Luc (Paul Hampton) il compito del buono che lotta, invano, fino all’ultimo secondo. Ma tutto è inutile: la razza umana, o meglio, l’uomo civilizzato merita l’imbarbarimento, un ritorno al passato per rinascere, forse, un giorno migliore. Per adesso incassa i colpi di questo film.

Personaggi e interpreti:

Merrick – Ronald Mlodzik
Nick Tudor – Allan Kolman
Janine Tudor – Susan Petrie
Betts – Barbara Steele
Kresimer Sviben – Vasta Vrana
Brenda Sviben – Silvie Debois
Annabelle – Cathy Graham
Emil Hobbes – Fred Doederlein
Rollo Linsky – Joe Silver

Prodotto da Ivan Reitman
Sceneggiatura – David Cronenberg
Fotografia – Robert Saad
Scenografie – Erla Gliserman
Montaggio – Patrick Dodd

Deep End (La ragazza del bagno pubblico) di Jerzy Skolimowski

Sospeso tra sogno e realtà, tra crudeltà e poesia, tragedia e divertimento, La ragazza del bagno pubblico (Deep end) di Jerzy Skolimowski racconta l’ossessione del quindicenne Mike (John Moulder-Brown), da poco assunto presso una piscina- toletta pubblica, per la bella e disinibita collega Susan (Jane Asher), di qualche anno più grande di lui.
Michael è un ragazzino impacciato che non sa come reagire di fronte alle avances di una matura signora come a quelle di una sua coetanea. Durante le giornate di lavoro, il primo per il giovane, molti saranno gli imprevisti legati soprattutto a questa sua ossessione che diventa ogni giorno più forte. Scoprirà cose sul suo conto che lo faranno impazzire di gelosia, eppure da masochista continuerà a seguirla ovunque: sotto casa sua; in un cinema porno sarà fermato dalla polizia con l’accusa di molestie sessuali; ruberà una immagine cartonata di Susan da un locale di spogliarelli.
Girato a Londra con uno stile tra l’underground e il neorealismo da un Skolimoswi appena trentenne, La ragazza del bagno pubblico ci permette una immedesimazione con il personaggio di Mike tramite tutta una serie di espedienti, non ultimo l’ironia di chi è ha vissuto in prima persona (e chi non l’ha vissuta?) un’esperienza simile. È soprattutto con i sogni ad occhi aperti di Mike che questa immedesimazione raggiunge il suo apice: quel bagno finale con lei in piscina, prima soltanto immaginato, ci riporta bruscamente alla realtà regalandoci un senso di vuoto che annienta tutto il resto vissuto prima.

Sceneggiatura – Jerzy Skolimowski, Boleslaw Sulik, Jerzy Gruza
Fotografia – Charly Steinberger
Scenografie – Max Ott Jr., Anthony Pratt
Costumi – Ursula Sensburg
Montaggio – Barrie Vince
Musiche – Cat Stevens, Can

Diary of the dead di George A. Romero

George A. Romero ci aveva oramai abituati a degli zombies in costante evoluzione, capaci sempre più di organizzarsi usando il cervello. Con l’ancora inedito da noi Diary of the dead spiazza tutti realizzando un road movie survival nudo e crudo (stile Cannibal Holocaust, Blair Witch project, Cloverfield, Rec) che sposta semmai l’attenzione su altri argomenti.

Il film in sé non sarebbe male se non ci fosse la consapevolezza che dietro a tutto c’è Romero, e se non ci si rendesse conto che sono proprio i nuovi argomenti ad essere trattati un po’ superficialmente, primo su tutti quello sui nuovi media.
Come avveniva ne La notte dei morti viventi, l’informazione, nella sua poca chiarezza, torna ad essere l’unico mezzo per cercare di capire cosa sta accadendo. Echi da Il giorno degli zombi arrivano poi dai militari senza scrupoli che il nostro gruppo di protagonisti a un certo punto incontra.
La satira sui media e l’esercito però non morde poi così tanto. Resta solo un film horror e avventuroso, comunque sopra la media, che lascia la sensazione di un qualcosa di incompiuto che avrebbe potuto essere sensazionale.
Visto che la speranza è l’ultima a morire attendiamo fiduciosi …of the dead attualmente in lavorazione.

Personaggi e interpreti:
Debra – Michelle Morgan
Jason – Joshua Close
Mary – Tatiana Maslany
Tony – Shawn Roberts
Eliot – Joe Dinicol
Gordo – Chris Violette
Tracy – Amy Chiupak Lalonde
Andrew Maxwell, l’insegnante di psicologia – Scott Wentworth
Ridley – Philip Riccio
Voci speaker dei notiziari – Wes Craven, Stephen King, Simon Pegg, Quentin Tarantino, Guillermo del Toro.

Sceneggiatura – George A. Romero
Fotografia – Adas Swica
Scenografie – Rupert Lazarus, Jon Goulding
Costumi – Alex Kavanagh
Make up effects – Greg Nicotero
Montaggio – Michael Doherty
Musiche – Norman Orenstein

Filmografia Clover Productions

Filmografia Clover Productions:

1955
-La valle degli uomini luna (Jungle moon man) di Charles Gould
-Il mostro dei mari (It came from beneath the sea) di Robert Gordon. Effetti stop motion di Ray Harryhausen
-Banditi atomici (Creature with atom brain) di Edward L. Cahn
-L’arma che conquistò il west (The gun that won the west) di William Castle
-Devil Goddess di Spencer Gordon Bennet, inedito in Italia
-La bestia (Teen-age crime wave) di Fred F. Sears
-La trama del delitto (The crooked web) di Nathan Juran
1956
-La città corrotta (Inside Detroit) di Fred F. Sears
-I banditi del petrolio (The Houston story) di William Castle
-I conquistatori dell’uranio(Uranium Boom) di William Castle
-Senza tregua il rock and roll (Rock around the clock) di Fred F. Sears
-Robin Hood del Rio Grande (Blackjack ketchum, Desperado) di Earl Bellamy
-Il mostro della California (The werewolf) di Fred F. Sears
-La Terra contro i dischi volanti (Earth vs. the flying saucers) di Fred. F. Sears. Ufo di Ray Harryhausen
-Miami expose di Fred F. Sears, inedito in Italia
-I frenetici (Don’t knock the rock) di Fred F. Sears
-Sindacato del porto (Rumble on the docks) di Fred F. Sears
1957
-Il pistolero dell’Utah (Utah blaine) di Fred F. Sears
-Il segreto di Mora Tau (Zombies of Mora Tau) di Edward L. Cahn
-I prigionieri dell’eternità (The man who turned to stone) di Laszlo Kardos
-The night the world exploded di Fred F. Sears, inedito in Italia
-Il mostro dei cieli (The giant claw) di Fred F. Sears
-Cuban Calypso (Calypso heat wave di Fred F. Sears)
-La folle evasione (Escape from San Quentin) di Fred F. Sears
-The Tijuana story di Laszlo Kardos, inedito in Italia
1958
-Tribunale senza magistrati (The world was his jury) di Fred F. Sears
-Going steady di Fred F. Sears, inedito in Italia
-Crash landing di Fred F. Sears, inedito in Italia
-Life begins at 17 di Arthur Dreifuss, inedito in Italia
1959
-Fra due trincee (The last blitzkrieg) di Arthur Dreifuss
-Juke box rhythm di Arthur Dreifuss
-The flying fontaines di George Sherman, inedito in Italia
1960
-Esecuzione in massa (The enemy general) di George Sherman
-Alì mago d’oriente (The wizard of Baghdad) di George Sherman
-I pirati di Tortuga (Pirates of Tortuga) di Robert Webb

Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher

Che peccato che questo film sia così e non in un altro modo, quanto potenziale non espresso c’è…
La storia di Il curioso caso di Benjamin Button (The curious case of Benjamin Button) è nota a tutti, come tutti conoscono il suo regista: quel David Fincher che, visti i precedenti lavori (Alien 3, Se7en, The game, Fight Club, Panic Room e Zodiac), uno, uno come me sia chiaro, è portato a far equivalere il suo nome a sinonimo di garanzia e di qualità. Eppure le delusioni, spesso e volentieri, prima o poi arrivano da chi meno ti aspetti, e sono queste le più cocenti.
Nella pellicola c’è innanzitutto la tormentata storia d’amore tra il protagonista (Brad Pitt) e la ballerina Daisy (Cate Blanchett), due personaggi che si amano dal primo momento in cui si sono visti da bambini e destinati ad incontrarsi seriamente solo a metà strada. Oltre questo molti sono i temi che si potevano trattare intorno a questo principale, ma alla fine rimane solo un senso di confusione, anzi di tempo sprecato.

Per prima cosa non ci sembrano sfruttati al meglio i discorsi sulla vecchiaia e quindi sulla vita.
Il tempo poi è visto, banalmente, come un qualcosa di tiranno che nel corso della nostra esistenza, a prescindere da chi siamo, ci fa perdere le persone care e ci fa fare domande con molti se.
Benjamin è una persona al contrario (in realtà solo a metà visto che il suo cervello, a differenza del corpo, procede normalmente) che vive la sua diversità senza troppo soffrire se non fosse per questo amore impossibile con Daisy. I luoghi comuni non abbandonano il film neanche nei momenti leggeri: vedere una mamma che aspetta di notte il ritorno a casa del suo ragazzo/vecchietto è una gag sul contrasto simpatica ma prevedibile. Così come è banale, se vogliamo, la trovata politicamente corretta di far adottare Benjamin (sua madre muore di parto e suo padre lo abbandona per il ribrezzo) dalla classica famiglia di neri che accolgono chiunque senza pregiudizi, proprio perché neri. Inoltre appena abbozzata è la satira contro quelle tipiche esuberanze cristiane dell’America, vedi, tanto per capirci, James Brown in The Blues Brothers. Si potrebbe andare avanti ancora un po’ ma di infierire non mi va molto.

L’unica cosa sinceramente simpatica, anche questa però fino a un certo punto, è il vecchietto che racconta più volte a Benjamin di come nel corso della sua vita sia stato colpito da un fulmine per sette volte.
Per il resto, non so se si è capito, Il curioso caso di Benjamin Button rimane una grossa delusione, e poi 2 ore e 40 minuti sono troppi... Peccato, se fosse un bel film sarebbe stato interessante fare un parallelo con Un’altra giovinezza (Youth without youth) di Francis Ford Coppola *.

Sceneggiatura – Eric Roth
Fotografia – Claudio Mirando
Scenografie – Donald Graham Burt, Kelly Curley, Tom Reta
Costumi – Jacqueline West
Visual effects – Asylum FX, Matte World Digital, Evil Eye Pictures, Lola Visual Effects
Musiche - Alexandre Desplat
Montaggio - Kirk Baxter, Angus Wall

* Pellicola che all’inizio non mi convinse del tutto, poi, come a volte accade, inconsciamente ci pensi e ripensi, magari ti capita di vederlo una seconda volta e nasce l’amore. Quindi non si sa mai…

Tideland di Terry Gilliam

Storia di formazione crudele e allo stesso tempo dolce, di un’infanzia bruciata che solo i voli di fantasia rendono più sopportabile. Tideland è l’ennesima dimostrazione dell’immenso talento visionario e poetico di Terry Gilliam, la prova che per fare un ottimo film non sono necessari budget stratosferici: per incantare, stregare, coinvolgere basta molto meno. Diversi stati d’animo qui si susseguono creando un equilibrio nonostante, anzi grazie, le sue numerose iperboli. Osa Tideland raccontare una storia sgradevole, nera, sconvolgente, con la dolcezza di un punto di vista innocente grazie al personaggio della piccola Jeliza-Rose (Jodelle Ferland, veramente strabiliante). Contrasti che, come le iperboli, non risultano mai fuori luogo. Tutto grazie ad un equilibrio coraggioso che in pochi hanno il coraggio e sono in grado di regalarci. All’interno di questa struttura folle vengono trattati alcuni temi fondamentali di sempre: la famiglia, la morte, l’amicizia, l’amore, l’infanzia, giusto per citarne alcuni. L’infanzia che Jeliza-Rose perde nel giro di pochi giorni, senza neanche accorgersene all’inizio, poi facendo finta che tutto sia un gioco. Una famiglia la sua di tossici (Jeff Bridges, Jennifer Tilly) figli tipici di una mentalità generazionale oramai estinta. Al di sopra dello sguardo di Jeliza-Rose c’è quello adulto di Terry Gilliam, pessimista, nero, cinico, ironico.

Tideland è uno di quei film che, per i temi trattati e per come li tratta, è stato boicottato dalla distribuzione. In Italia è arrivato nelle sale in sordina all’incirca tre anni dopo la sua uscita americana fatta altrettanto sotto voce. Stesso discorso vale per la distribuzione del DVD. Insomma: una pellicola che non ci vogliono far vedere.

Una nota a parte meriterebbero gli intelligenti utilizzi della computer graphica, mai gratuiti, la splendida fotografia di Nicola Pecorini e le scenografie di Jasna Stefanovic e Anastasia Masaro.

Tideland è un pugno nello stomaco non indifferente senza spazio, o quasi, per la speranza.

Sceneggiatura – Terry Gilliam, Tony Grisoni
Costumi – Mario Davignon, Delphine White
Montaggio – Lesley Walzer
Musiche – Jeff e Mychael Danna
Visual effects – Richard Bain

Valzer con Bashir di Ari Folman

Cancellare un brutto ricordo è un’autodifesa del nostro cervello.
Il massacro di civili avvenuto nel 1982 a Sabra e Shatila è un ricordo rimosso comune a tutti i soldati israeliani. Uno di loro era un giovanissimo Ari Folman, il regista di questo film d’animazione, che a vent’anni di distanza decide di intervistare tutti i commilitoni per tentare di ricostruire un puzzle dai tanti pezzi irrimediabilmente persi nei meandri del subconscio di una nazione.
Si scopre così che questo ricordo vergognoso eliminato non appartiene solo all’esercito di Israele ma a tutto lo Stato che appoggiò il massacro voluto dai falangisti cristiani. Ad essere colpevole è tutta la classe politica del Paese, o peggio, la collettività israeliana al completo per mancata responsabilità, perché sapeva e ha taciuto, come fece l’allora ministro della difesa Sharon. La colpa di Israele è questa: aver visto (e appoggiato se non addirittura organizzato?) senza rimorsi.
Valzer con Bashir (leader palestinese assassinato in quello stesso periodo) recupera una pagina vergognosa della Storia e si chiude giustamente con le riprese vere dei profughi superstiti.

Peter Jackson e l'horror

Non li prendo seriamente. Mi è capitato di vedere Hellraiser III a Cannes. È ok, non voglio crediate che lo odi o cose del genere. In effetti penso che non sia male, ma è troppo serioso per i miei gusti. Un tizio che se ne va in giro con la faccia piena di spilli: non riesco proprio a starmene in poltrona a pensare: «Questo sì che è terrificante». Se facessi un film della serie, mi piacerebbe sbattere Pinhead contro un muro e osservare che effetto fa sul pubblico la vista della sua faccia con gli spilloni infilzati, comincerei subito a pensare al potenziale comico, alle gag. Non credo di avere sufficente autocontrollo per girare un vero e proprio film dell'orrore.

Tratto da Peter Jackson, Andrea Bordoni e Matteo Marino, Il castoro.

Breaking news di Johnnie To

Una regia da paura, e trattandosi di Johnnie To non c’è da meravigliarsi. Non c’è solo il celebre piano sequenza iniziale, c’è veramente tanto altro. Un’invenzione dietro l’altra, accelerazioni, frenate, un ritmo perfetto.

La storia di Breaking news (Daai si gin) è presto detta: un gruppo di criminali che riesce a farsi beffa della polizia scatenando una guerra, non solo dal punto di vista degli scontri a fuoco, attraverso l’utilizzo dei mezzi d’informazione.

Poliziotti tagliati con l’accetta: l’ispettore giovane cocciuto che se non li cattura muore; quello prossimo alla pensione che non aspettava che questo da una vita; una tenente dell’antimafia al passo con i tempi che ha l’idea di sfruttare il fattore mediatico; il suo superiore con il quale c’è stato qualcosa. E poi i classici malviventi dotati di un’etica. Qui di gang criminali ce ne sono due che trovato rifugio casualmente nello stesso palazzo stringono un patto di alleanza. Oltre quella che la polizia insegue c’è anche una coppia di killer professionisti.
È proprio la critica verso l’informazione il punto di maggior forza della pellicola. Mentre i buoni poliziotti camuffano le immagini per ottenere l’appoggio delle televisioni e quindi del pubblico, i criminali mostrano le cose così come stanno senza accorgimenti. Ecco allora, ad esempio, che le false riprese dei criminali in ritirata fornite dalle forze dell’ordine vengono smentite poco dopo dalle foto autentiche dei poliziotti messi in fuga dall’esplosione di una bombola del gas.

Nonostante la battaglia sul piano mediatico venga vinta dai criminali, la guerra avrà un esito diverso. Alla fine la giustizia dei buoni trionfa. Gli onesti, dal punto di vista mediatico, criminali vengono uccisi senza troppi complimenti. La tecnologia che tanto li aveva aiutati a prendersi gioco della polizia alla fine gli si rivolterà contro. Con la sua completa obiettività sarà proprio la tecnologia a smascherare l’ultimo criminale rimasto, in una sequenza bellissima debitrice del cinema di Alfred Hitchcock.

Personaggi e interpreti:

Rebecca Fong (tenente dell’antimafia) – Kelly Chen
Eric Yang (sovrintendente dell’antimafia) – Cheung Siu-Fai
Chong (ispettore dell’anticrimine) – Nick Cheung
Hoi (il poliziotto anziano) – Hui Shiu Hung
Yuen (capo dei malviventi) – Richie Ren
Long (altro delinquente) – Ding Hai Feng
Grace (relazioni esterne, la responsabile dei falsi filmati) – Maggie Siu

Sceneggiatura – Chan Hing Kai, Ip Tin Shing
Fotografia – Siu-Keung Cheng
Scenografie – Bruce Yu, Raymond Chan
Costumi – Steven Tsang
Musiche – Ben Cheung, Ching Chi Wing
Montaggio - David Richardson

Detour: autostrada per l'inferno di Edgar G. Ulmer

Da New York il pianista spiantato Albert (Tom Neal) si reca in autostop a Los Angeles per andare a trovare la sua futura moglie Suzie (Claudia Drake) lì in cerca di fortuna come cantante. Gli dà un passaggio un allibratore di nome Charles Haskell (Edmund MacDonald). Durante la notte, mentre Albert guida e Charles dorme scoppia un temporale. Albert vorrebbe alzare la capote ma non riuscendoci decide di svegliare Charles scoprendo così che l’uomo è morto nel sonno. Preso dal panico Albert decide di non dire niente a nessuno e di prendere il posto del defunto. Dà un passaggio a una donna senza meta che si fa chiamare Vera (Ann Savage). Vera conosce Haskell e accusa Albert di averlo ucciso (Haskell raccontava ad Albert come si era procurato dei graffi sulla mano: una donna alla quale aveva dato un passaggio). Vera inizia a ricattare il pianista e per lui le cose si metteranno sempre peggio: vittima di eventi più grandi di lui, assisterà inerme al manifestarsi del proprio triste e inaspettato destino.
Ottimo noir innovatore girato in economia, Detour: autostrada per l’inferno contiene molte caratteristiche del genere d’appartenenza:
-una voice off che racconta tutta la vicenda (a cose fatte, sempre come tradizione impone) dal punto di vista del protagonista Albert, il classico personaggio al centro di intrighi, misteri, persone fuori dalla sua portata.
-una protagonista femminile manipolatrice, folle, attaccata al denaro, non bella ma lo stesso affascinante. La classica vamp.

La tradizione noir nella pellicola viene però superata grazie soprattutto alla commistione di generi.
Il viaggio, vero e proprio genere narrativo con delle regole ben precise, se entra in una storia noir non può avere più i suoi classici esiti. Ci sarà sì una presa di coscienza ma non porterà ad un miglioramento, ad una evoluzione, o, come nel migliore dei casi, ad una rinascita.
In questo senso potremmo dire che Detour è un noir che per riscrivere i suoi canoni ribalta le regole del genere on the road.

Detour è un film che invecchia piuttosto bene diretto dal grandissimo Edgar G. Ulmer in grado come sempre di camuffare budget poveri con molta inventiva.

Sceneggiatura – Martin Goldsmith
Fotografia – Benjamin Kline
Scenografie – Edward Jewell, Glenn Thompson
Costumi – Mona Barry
Montaggio – George McGuire
Musiche – Leo Erdody

Note/curiosità:
a curare il make-up della pellicola c’è Bud Westmore responsabile, tra le tante cose, degli alieni di Destinazione Terra, Cittadino dello spazio, e della tuta de Il mostro della laguna nera.

Giorni perduti di Billy Wilder

Suo fratello Wick (Phillip Terry) non ne può più di lui, delle sue bugie, del suo modo di fare. Helena (Jane Wyman), la sua fidanzata, vorrebbe tanto aiutarlo ma non sa come.
Tra i primi film a trattare apertamente il tema dell’alcolismo, Giorni perduti (The lost week-end) segue per alcuni giorni le vicende di Don (Ray Milland) che beve perché si sente un Dio anche se ciò gli impedisce di scrivere il romanzo che ha in mente e che vorrebbe chiamare «La bottiglia». Senza una lira, inventa modi diversi per soddisfare il vizio che annulla il suo mal di vivere: ruba, dice bugie, chiede soldi in prestito a una ragazza (Doris Dowling), prova a vendere alcuni oggetti, porta al banco dei pegni la sua macchina da scrivere. La sua è una vera e propria ossessione, qualsiasi cosa/avvenimento lo porta a ricadere nell’errore, a scivolare sempre di più nella schiavitù totale.
L’alcolismo di Don è mostrato senza preamboli, nulla è suggerito, basti pensare alle sue continue tappe al bar di Nat (Howard Da Silva) così come all’allucinazione con il topo e il pipistrello. Ci manca solo una vomitata, ma nel 1945 forse era mostrare troppo. Ottimo utilizzo da parte del regista Billy Wilder delle profondità di campo, vedi la scena della telefonata fatta di nascosto ad Helena; l’inquadratura con la bottiglia in primo piano che Don osserva da dietro; la breve scena del telefono che squilla (è Helena che lo chiama preoccupata?) con il quale Don, sempre in secondo piano, parla.
Dietro a tutto questo c’è New York, la gigantesca metropoli creatrice nella fiction (Taxi Driver tanto per fare un nome) come nella realtà di tanti alienati. Tutto molto cupo con qualche momento ironico bilanciante, realistico nel descrivere l’estraniazione, pessimista. Finale a parte.
Produzione – Charles Brackett
Sceneggiatura - Charles Brackett, Billy Wilder (dal romanzo di Charles Jackson)
Fotografia – John F. Seitz
Effetti speciali fotografici – Gordon Jennings
Scenografie – Hans Dreier, Earl Hedrick, Bertram Granger
Costumi – Edith Head
Musiche – Miklos Rozsa
Montaggio – Doane Harrison

Happy-Go-Lucky (La felicità porta fortuna) di Mike Leigh

Poche parole. Alla faccia dei due commenti che non ho potuto fare a meno di ascoltare durante la proiezione, vale a dire “Ma non è normale?” e “Io non sono così”, ho finito con l’innamorarmi di Poppy, la graziosa, sciroccata maestra che prende tutto alla leggera sorridendo sempre forse perché non perde mai di vista la riflessione e la critica verso ciò che la circonda.
Happy-Go-Lucky (La felicità porta forfuna) è un film più complesso di quello che può sembrare, perché complesso è il personaggio principale, perché complessa è la realtà che la circonda. Poppy è un antidoto contro le stranezze della vita, la persona che chiunque sano di mente vorrebbe incontrare nei giorni bui per trarne ispirazione, sollievo.

School of Rock di Richard Linklater

Prima di Bad News Bears, Richard Linklater aveva già trattato il tema dell’educazione dei ragazzi da parte di adulti discutibili. E non tanto per quello che insegnano ma per come lo insegnano. Il coach Buttermaker (Billy Bob Thornton) oltre ad insegnare il baseball a una squadra di piccoli sfigati, che gioca peggio di un cieco alla pentolaccia, gli spiega come mentire ai genitori, li sfrutta per disinfestare gli appartamenti da bestiacce varie.
Qui c’è Dewey (Jack Black) un metallaro sulla trentina, senza un lavoro, senza più la band che lo ha mollato per partecipare ad un torneo musicale, che, messo alla strette e cogliendo al volo una particolare circostanza, finge di essere il suo coinquilino Ned e si improvvisa maestro supplente in una scuola elementare di lusso gestita da una stressatissima preside (Joan Cusack).
Dewey e Ned sono due facce della stessa medaglia: il primo è quello che non molla, che ha ancora la forza di urlare con la musica il proprio disagio; Ned (Mike White, autore anche della sceneggiatura) invece ha abbandonato da tempo la strada della ribellione per omologarsi al resto. Per non vedersi cacciato di casa da Ned e dalla sua opprimente fidanzata Patty (Sarah Silverman) e continuare ad inseguire il suo sogno di fare la rock star, Dewey mette in scena una bugia ai danni di una classe multietnica di bimbi prodigio. Fino a quando non arriva la classica crisi di coscienza parallela all’altro classico e inevitabile smascheramento per colpa di chi, come abbiamo già detto, si è omologato alla massa. Due elementi, crisi di coscienza e smascheramento, indissolubilmente legati l’uno all’altro.
Dewey orchestra il suo spettacolo bugiardo (anche se è fin troppo evidente la sua estraneità in fatto di insegnamento) e manipolatore per arrivare ad esibirsi allo stesso torneo musicale dove partecipa la sua ex band. Interessante, se vogliamo, è che all’inizio esorta i ragazzi a non combattere perché in questa vita è più probabile il fallimento che la vittoria (vedi frasi celebri #2). Poi sappiamo come andrà a finire. Il percorso del personaggio di Dewey, e non solo come maestro elementare, è quindi pressappoco così: disilluso, manipolatore, ipocrita, pentito, e alla fine…beh, guardatevi il film.
Manipolatore, sfruttatore delle risorse altrui per vocazione, Dewey approfitta di Ned da anni vivendo a sue spese in un appartamento che condividono. Per lui è normale vivere così. Si conoscono da anni eppure Dewey non sa scrivere il suo cognome quando ne prende il posto. Questo dice parecchio. Forse.
Come in Tenacious D e il destino del rock, School of rock racconta di falliti metallari irriducibili che non smettono di rockeggiare neanche quando incombono, oltre all’insuccesso, anche la ciccia, l’età avanzata, i capelli che cadono o che diventano bianchi.

A sinistra Mike White a destra Jack Black. Quello al centro non so chi sia.


I ragazzi della band:
Summer (Miranda Cosgrove) la factotum, Freddy (Kivin Clark) il batterista, Zack (Joey Gaydos Jr.) il chitarrista, Lawrence (Robert Tsai) il tastierista, Katie (Rebecca Brown) la bassista.
Billy (Brian Falduto) il costumista. Tomika (Maryam Hassan), Alicia (Aleisha Allen) e Marta (Caitlin Hale) le tre coriste. Gordon (Zachary Infante) effetti luce. Michelle (Jordan-Claire Green) curatrice immagine.

Fotografia – Rogier Stoffers
Scenografie – Jeremy Conway, Adam Scher
Costumi – Karen Patch
Montaggio – Sandra Adair

Frasi celebri:
#1
Dewey: -Ciccio, io servo la società con il mio rock, ok? Combatto in prima linea per liberare il popolo con la mia musica. Il rock non è una passeggiata signora.
Patty: -Non c’è niente da fare, è inutile. Di pure al tuo amico che se non porta l’affitto entro la fine della settimana lo caccio via.
Ned: -Dewey, io non la pago la tua quota d’affitto, quindi, non lo so, potresti vendere una tua chitarra ad esempio.
Dewey: -Cosa? Tu diresti a Picasso di vendere una sua chitarra?
Patty: -Oh mio dio. È un idiota. (esca dalla stanza)
Dewey: -Ciccio, io mi approfitto di te da anni e non è mai stato un problema fino al suo arrivo: scarichiamola bello.
Ned: -Sì ma ho paura che se non paghi è lei che scarica me: si è stufata.
#2
Dewey (alla classe): -Vuoi che ti insegni qualcosa? Vuoi imparare qualcosa? Va bene. Ecco una lezione utile a tutti: mollate. Rinunciate. Perché tanto in questa vita non si vince. Sì, provateci però alla fine perderete più che alla grande, perché il mondo è dell’uomo potente.
Alunno: -Di chi?
Dewey: -Del potente. Non conosci il potente? È dappertutto. Alla Casa Bianca, in corridoio, la Mullins, lei è il potente. E il potente buca l’ozono e sta bruciando l’Amazzonia, e ha rapito l’orca shamu e l’ha messa nell’acqua clorata. Esisteva una maniera di fregare il potente e si chiamava rock and roll. Ma indovinate? Oh no. Il potente ha corrotto anche quello con una cosina di nome MTV! Quindi non perdete tempo a cercare di fare qualcosa di fico o puro o grandioso, tanto il potente vi darà del perdente ciccione schifoso e vi mangerà l’anima, quindi fatevi un favore e rinunciate.
#3
Dewey: -Allora Tomika, che ti prende? Come non ce la fai a cantare?.
Tomika: -Io non mi sento bene, mi viene da vomitare, ci sono Alicia e Marta tanto.
Dewey: -No, loro non cantano come te. Ti voglio nel coro, Sei tesa? Sei nervosa? Sì? E perché? Di cosa avresti paura?
Tomika: -Beh, che ridano di me
Dewey: -Cosa? E perché dovrebbero ridere?
Tomika: -Sono cicciona, ecco perché.
Dewey: -Tomika. Tu hai una qualità che vorrebbe chiunque, tu hai talento tesoro. Canti con una voce incredibile e non lo dico tanto per dire. Conosci Aretha Franklin vero? Ok. È un donnone ma quando inizia a cantare subito tutti diventano pazzi e vogliono solo sballare con Aretha! E, lo sai chi altro ha problemi di peso?
Tomika: -Chi?
Dewey: -Io. Ma quando salgo sul palcoscenico mi scateno e il pubblico non vuole che me, perché sono sexy anche con un po’ di pancetta.
Tomika: -Perché non si mette a dieta?
Dewey: -Perché io adoro mangiare. È un reato grave? No senti, non è questo il punto. Il fatto è che sei una rock star adesso. Quello che devi fare è andare là fuori e impegnarti col cuore. Il pubblico se ne accorgerà te lo giuro.

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