Milk di Gus Van Sant

La prima considerazione che mi viene in mente è: quanto è servita la morte di Harvey Milk per l’emancipazione degli omosessuali? Come negli anni ’70, così oggi, vengono chiamati (o li chiamiamo) froci, checche, succhia cazzi, pervertiti, diversi. Ieri come oggi li facciamo sfilare in corteo più per criticarli, sfotterli, che per ascoltarli. La loro situazione è ancora condizione, è ancora bloccata e condizionata dalle opposizioni conservatrici e cattoliche, o più genericamente religiose, della maggior parte dell’opinione comune. La loro è ancora una condizione di prigionia , di diritti negati perché fuori dai consueti schemi sociali. Loro sono quelli che ci ricordano che i diritti sono per molti ma non per tutti. Loro sono i gay ma sono anche i neri. Sono le minoranze che il branco si diverte a sbranare.
Se ieri Harvey Milk lottava per evitare che iniziasse una caccia agli insegnanti gay per licenziarli, due mesi fa in California le coppie omosessuali si sono viste annullare i loro certificati di matrimonio da una legge fatta a posta, così per dispetto. Ieri come oggi ci sembra che la loro condizione sia quella rappresentata nel film di Gus Van Sant da Paul, il paraplegico incapace di scappare, costretto suo malgrado a vedere ridotte le sue libertà, e per questo a lottare.

Per il resto questo biopic nel suo convenzionale oscillare tra attività pubblica/politica e vita privata del suo protagonista sembra in un certo qual modo prendere le distanze senza abbandonarsi/ci ad una vera e propria empatia.
Come nei suoi più recenti lavori, Gus Van Sant sembra sempre più interessato a quell’attimo in cui la normalità viene bruscamente interrotta dalla follia più violenta. Harvey Milk, il primo politico dichiaratamente omosessuale eletto negli Stati Uniti, viene ucciso insieme al sindaco di San Francisco da Dan White, un consigliere comunale rivale che improvvisamente perde il lume della ragione. Come avviene per i due ragazzini artefici in Elephant della sparatoria alla loro scuola e in Paranoid Park dove l’uccisione di un metronotte non provoca grossi incubi notturni a chi l’ha causata.

Harvey Milk tutto sommato non è morto invano: ci ricorda che il lavoro di gruppo è importantissimo.
Come diceva un grande italiano libertà è partecipazione.

Personaggi e interpreti:
Harvey Milk – Sean Penn
Dan White – Josh Brolin
Cleve Jones – Emile Hirsch
Danny Nicoletta – Lucas Grabeel
Jack Lira – Diego Luna
Scott Smith – James Franco
Anne Kronenberg – Alison Pill
George Moscone – Victor Garber

Sceneggiatura – Dustin Lance Black
Fotografia – Harris Savides
Scenografie – Bill Groom, Charley Beal
Costumi – Danny Glicker
Montaggio – Elliot Graham
Musiche - Danny Elfman

Zombi 2 di Lucio Fulci

Nel 1979 con la realizzazione di Zombi 2, il cinema horror italiano subisce una drastica mutazione.
Lucio Fulci aveva diretto alcuni thriller piuttosto violenti (Una lucertola con la pelle di donna, Non si sevizia un paperino e Sette note in nero) che attirarono l’attenzione dei produttori Ugo Tucci e Fabrizio De Angelis i quali inizialmente avevano pensato per il film a Enzo G. Castellari che però rifiutò di girarlo perché non lo sentiva nelle proprie corde.
Lontano dalle atmosfere di Romero, Zombi 2 richiama per l’ambientazione più L’isola degli zombies, Ho camminato con uno zombie e perché no Il segreto di Mora Tau piuttosto che le pellicole del regista di Pittsburgh La notte dei morti viventi e Zombi. Il film si svolge infatti in gran parte nell’immaginaria isola caraibica di Matul dove un misterioso rito vudù responsabile, sembrerebbe, di trasformare le persone morte in zombies giungerà fino a New York grazie a una piccola nave.








Protagonisti di questa avventura per adulti violenta ed onirica sono il giornalista Peter West (Ian McCulloch); Anne (Tisa Farrow), la figlia di un medico che si trova nell’isola; Susan (Auretta Gay) e Brian (Al Cliver al secolo Pierluigi Conti) una coppia di americani in vacanza da quelle parti; il dottor Menard (Richard Johnson) e sua moglie Paula (Olga Karlatos).

Lucio Fulci è stato uno dei pochi in grado di spiazzare lo spettatore con scene di inaudita violenza sempre anticipate però da segnali inquietanti. La scena più famosa del film, quella della scheggia che trafigge l’occhio della Karlatos, è esemplare per spiegare meglio quanto si cerca di dire. Menard (scettico sulle leggende vudù cercherà fino alla fine una spiegazione scientifica al fenomeno zombies) è appena tornato nel suo lazzaretto lasciando sua moglie in casa protetta solamente da un giardiniere tra lo spaventato e il rassegnato. Paula, forse per rilassarsi, fa una doccia. Ci accorgiamo da una soggettiva che qualcuno la sta spiando da fuori. Una mano si poggia sul vetro della finestra. Paula si accorge della presenza e si rifugia in una stanza. La mano dello zombie però spunta all’improvviso prima che la donna riesca a chiudere la porta. Il fascio di luce che l’apertura della porta genera si fa sempre più grande. Paula prova a barricarsi ma lo zombie riesce a sfondare la porta a prendere per i capelli la signora e a trafiggerle l’occhio con una scheggia di legno.
Prima qualche segnale poi l’orrore che si manifesta in tutta la sua violenza e senza sconti.
Anche l’altra scena passata alla storia per la sua ferocia del contagio di Susan è anticipata da un paio di segnali. La ragazza insieme a Brian, Peter e Anne stanno cercando di raggiungere la loro barca. Esausti (Peter è ferito ad una caviglia) riposano qualche minuto in un posto che scoprono essere un vecchio cimitero dove sono sepolti dei conquistadores.
Prima una lapide nascosta dalla vegetazione, poi una mano che sbuca dalla terra e afferra nuovamente una testa, infine la violenza mostrata senza giri di parole. Insomma, prima la tensione, la suspense, poi la violenza a sorpresa.




Rispetto agli zombies di Romero quelli di Fulci (sceneggiatura di Dardano Sacchetti firmata all’ultimo da sua moglie Elisa Briganti) sono molto diversi. I primi sono semplicemente pallidi, i secondi sono sporchi di terra, pieni di vermi, insomma più verosimili. Il responsabile del make-up, Giannetto De Rossi (aiutato dal giovane Rosario Prestopino), sembra che abbia dovuto insistere un po’ per convincere Fulci e produttori su questo nuovo look.
Per quanto riguarda un’altra scena cult della pellicola, quella della lotta subacquea tra lo zombie e lo squalo (che qualcuno ha visto come una metafora dello scontro tra due mostri del box office), pare che a dirigerla fosse stato proprio Giannetto De Rossi dopo il rifiuto di Lucio Fulci.
Dopo questo film, da considerare una specie di prova generale, Fulci dirigerà in breve tempo i suoi horror migliori vale a dire Paura nella città dei morti viventi (1980), E tu vivrai nel terrore! L’aldilà e Quella villa accanto al cimitero (entrambi del 1981).




Zombi 2 in Italia è ancora inedito in DVD. Vi stupisce la cosa?
Negli Stati Uniti esiste l'edizione DVD a disco singolo edito dalla Blue Underground (cliccate e troverete altri film italiani ancora inediti da noi in DVD!!! Adesso sapete come spendere i vostri soldi sudati), e quella a disco doppio pubblicata dalla Media Blasters.
In Francia il fim è uscito un doppio DVD grazie alla casa Neo Publishing (cliccate per accedere al loro catalogo di DVD).

Mario Bava secondo Tim Burton


I film di Bava sono i film più realistici di tutti i tempi: un mix di erotismo, sesso, orrore e immagini crude che per me è più vero dei film che sono considerati realistici. È incredibile come certe sue scene rimangano con te, perché sono così piene di emozioni, così verosimili nel far vivere i sogni. Quando ero un ragazzo trasmettevano i suoi film in televisione e, dal momento in cui li ho visti, sono rimasti con me per sempre. Perché erano molto forti. Mentre gli altri film andavano e venivano, non lasciavano traccia nei miei ricordi, quelli fatti da Bava mi ritornavano sempre alla memoria. In qualche modo oltrepassano la mente e ti colpiscono dentro. Certi dettagli, che non possono essere identificati subito e velocemente, sono così potenti da diventare con il tempo più importanti del tutto.
Mi ricordo quando andai per un intero week-end a una maratona di film horror a Los Angeles. Se si resta a guardare film horror per 48 ore di seguito, alla fine si raggiunge uno stato di semicoscienza. E l’unico film che ricordo di quell’esperienza è La maschera del demonio. Era come un sogno, e infatti per Bava i film funzionavano esattamente come un sogno. Hanno un rapporto strettissimo col mondo onirico e hanno la capacita di farlo condividere allo spettatore.
Spesso il pubblico tende a dimenticarsi che l’horror è una metafora, un simbolo per la vita. Prima dei film esistevano le fiabe, le leggende popolari, racconti spesso raccapriccianti che mescolavano i vari aspetti della vita, l’orrore, il sesso, l’amore, la luce, il buio. Nessuno meglio di lui racconta una storia attraverso le immagini. Il cinema è sensazione, carica emotiva, non è narrativa, non rientra nella tradizione letteraria. Un’immagine che sa colpirti con forza è già una storia.

Roma, 22 febbraio 2004, dichiarazione raccolta da Roberto Pisoni

Tratto da Kill baby kill! Il cinema di Mario Bava, a cura di Gabriele Acerbo e Roberto Pisoni, unmondoaparte.

Macellai (Bloodthirsty butchers) di Andy Milligan

Andy Milligan è uno dei padri dello splatter a basso costo.
Tra i suoi film più importanti, dei quali pochi sono arrivati da noi (di alcuni si sono persi addirittura gli originali!), ricordiamo: The naked witch (1966), The ghastly ones (1968), La camera della tortura (Torture Dungeon, 1970), Macellai (di cui parliamo brevemente più avanti), The body Beneath, Guru the mad monk (tutti girati nel 1970), L’uomo con due teste (The man with two heads), L’invasione degli ultratopi (The rats are coming! The werewolves are here!) entrambi del 1972, Blood! (1974), Legacy of blood (1978), Carnage (1984), The weirdo e Monstrosity (1989). Surgikill (1990) è il suo ultimo film, l’anno dopo muore di Aids all’età di sessantadue anni.

Macellai (Bloodthirsty butchers) è la quarta trasposizione cinematografica delle gesta di Sweeney Todd. Lo stile tipico di Andy Milligan è chiaro qui sin dalle prime scene. Alle carenze tecniche risponde con una violenza che nel film è totale: sangue e dialoghi sboccati. A questi aggiunge nudità e sesso. I personaggi, quasi tutti negativi, sembra vogliano raccontare un mondo allo sbando dove a violenza si risponde con altra violenza, dove niente è come sembra, e la vittima può diventare in breve tempo carnefice sadica. Penso soprattutto alla scena del dialogo tra la spogliarellista e il suo pappone.
Macellai è per questi motivi molto più audace del furbetto (ma pur sempre ben fatto) compitino realizzato dal regista di Burbank. Non c’è atmosfera gotica qui ma un’aria scandalosa che sa di marcio.
Uomo tutto fare, Andy Milligan in questo film scrive (insieme a John Borske), fotografa, realizza i costumi (con lo pseudonimo di Raffiné) e monta (come Gerald Jackson).
Macellai è prodotto dal solito William Mishkin.

Voto sull’imdb 1,6

John Miranda – Sweeney Todd
Jane Helay – Maggie Lovett
Annabella Wood – Johanna


Tutte le versioni di Sweeney Todd per il cinema, Tv e teatro.

-Sweeney Todd (1926) di George Dewhurst
-Sweeney Todd (1928) di Walter West
-Sweeney Todd the demon barber of Fleet Steet (1936) di George King
-Sweeney Todd (1970, episodio del serial tv Mystery of imagination) di Robert Collin
-Macellai (Bloodthirsty Butchers, 1970) di Andy Milligan
-Sweeney Todd the demon barber of Fleet Steet (1982), film TV di Terry Hughes e Harold Prince scritto da Christopher Bond per le battute recitate e da Hugh Wheeler per le canzoni.
-The tale of Sweeney Todd (1998) di John Schlesinger, con Ben Kingsley nel ruolo del barbiere
-Sweeney Todd the demon barber of Fleet Steet in concert (2001), il famoso musical di Lonny Prince scritto da Stephen Sondheim e Hugh Wheeler
-Sweeney Todd (2006) film TV di Dave Moore
-Sweeney Todd the demon barber of Fleet Steet (2007) di Tim Burton, scritto da John Logan dal musical di Stephen Sondheim e Hugh Wheeler

Hancock di Peter Berg

Se volessimo dividere il cinema in due correnti, quella che accontenta il pubblico e quella che lo tradisce, Hancock rientrerebbe preciso preciso nella prima. Un supereroe ubriacone, antipatico e smemorato nella prima parte, si redime e ritrova i ricordi cancellati nella seconda. Tutto qui, molto prevedibile sin dall’inizio. Se siete amanti del primo cinema questo film soddisfa le vostre potenti capacità di preveggenza, se preferite immaginare una cosa che poi non accadrà evitatelo. Hancock è scritto (Vincent Ngo, Vince Gillian), diretto (Peter Berg), recitato (Will Smith, Charlize Theron e Jason Bateman), strutturato in modo tale che tutto sia al suo solito posto. Neanche per errore (figuriamoci per provocazione) un tassello è stato messo da un’altra parte. Accontentare gli spettatori – un certo tipo di spettatori - fino a questo punto, oltre a dimostrare che l’attaccamento al denaro non conosce limiti, significa trattarli da imbecilli. È vero infatti che come esistono queste due correnti cinematografiche esistono, di conseguenza, anche due categorie di spettatori. Gli spettatori che elogiano pellicole come Hancock andrebbero presi e ricoverati d’urgenza. La loro situazione non è inguaribile, forse. Bisogna solo riattivare il loro cervello con film, letture, chiacchierate che non avevano mai fatto.
Note/curiosità:
-Il registadella pellicola Peter Berg, più famoso come attore, ha recitato nel film di Wes Craven Sotto shock nel ruolo del protagonista buono Jonathan Parker.

Quando i mondi si scontrano di Rudolph Maté

La stella Bellus accompagnata dal suo unico pianeta in orbita Zyra si sta avvicinando a velocità folle verso la Terra. Secondo alcuni scienziati l’impatto sarà imminente, inevitabile e distruttivo: il nostro pianeta si distruggerà.
Ispirato all’omonimo romanzo di Edwin Balmer e Philip Wylie del 1923, Quando i mondi si scontrano (When worlds collide) è il primo vero film di fantascienza catastrofico/apocalittico, l’apri pista per titoli come La morte viene dallo spazio, Armageddon, Deep Impact, l’anomalo Last night e il recente Sunshine.
Nella pellicola diretta da Rudolph Maté (direttore della fotografia tra gli altri per Orson Welles), a parte il pilota di aerei David (Richard Derr), abbiamo come protagonisti un gruppo di personaggi “speciali”: scienziati (l’astronomo Hendron interpretato da Larry Keating e sua figlia Joyce), medici (Peter Hanson), ingegneri e tecnici intenti a costruire una navicella spaziale in grado di raggiungere Zyra (non per distruggerla ma per abitarvi), e Stanton (John Hoyt) un finanziatore sulla sedia a rotelle arrogante ma anche lungimirante.
Gli scienziati scopritori dei due corpi che distruggeranno la Terra, come tradizione vuole, non vengono creduti inizialmente. Inutilmente convocano addirittura una seduta dell’ONU ottenendo solo scetticismo e derisione. Incuranti, i loro preparativi per tagliare la corda vanno avanti ognuno facendo il proprio lavoro senza battere ciglio pur sapendo che molti di loro non potranno salire: Hendron ha infatti stabilito che di tutti gli operai soltanto una parte estratta a sorte all’ultimo momento potrà salire sull’astronave e mettersi in salvo. Intanto Tony Drake, il medico, scopre che la sua fidanzata Joyce (Barbara Rush futura protagonista di Destinazione Terra di Jack Arnold e La magnifica ossessione di Douglas Sirk) è attratta da David. Le equipe lavorano sodo per recuperare i ritardi sulla tabella di marcia mentre la doppia minaccia stellare si fa sempre più vicina. Il passaggio di Zyra causerà evacuazioni dalle città costiere, terremoti, eruzioni, maremoti, inondazioni, crollo dei ghiacciai, incendi, scene di panico, morti a volontà. Diciannove giorni dopo la Bellus distruggerà la Terra squagliandola.
L’uomo messo alla strette, quando si renderà conto che Hendron e soci avevano ragione, tirerà fuori come al solito il peggio o il meglio di sé. C’è chi sceglierà come dono finale per la specie umana l’altruismo cedendo il suo preziosissimo posto sulla navicella spaziale, chi ucciderà pur di salirvi a tutti i costi (come aveva previsto Stanton).

Fortemente voluto da George Pal (produttore reduce dal fresco successo di Uomini sulla Luna, di lì a due anni produttore de La guerra dei mondi e futuro regista di L’uomo che visse nel futuro), Quando i mondi si scontrano stupì gli spettatori dell’epoca per gli straordinari effetti. Quasi un milione di dollari, nel 1951!, furono utilizzati per la loro realizzazione; denaro ricompensato dagli strepitosi incassi al botteghino e dall’Oscar per gli effetti speciali.
C’è da dire che ancora oggi colpiscono gli effetti relativi al passaggio di Zyra, mentre quelli che descrivono la distruzione della Terra lasciano decisamente a desiderare. Discorso analogo vale per le scenografie, reparto che ha sicuramente usufruito di un budget minore, palesemente “sfondate” costruite per raffigurare il paesaggio di Zrya. Insomma, un film che se non fosse per quel finale...


Prima strade e città deserte (un classico della fantascienza), poi arriva la distruzione.

Anche Cecil B. DeMille (produttore esecutivo non accreditato) cercò di realizzare la pellicola nel 1934.
Intanto per l’anno prossimo è prevista la lavorazione del remake, dopo quello andato in fumo negli anni ’70 di David Brown e Richard Zanuck (i produttori di Lo squalo di Steven Spielberg). Attendiamo sospettosi.

Fotografia – Howard Green, John Seitz
Scenografie – Hal Pereira, Albert Nozaki
Costumi – Edith Head
Effetti speciali – Tim Baar, Harry Barndollar, Gordon Jennings, Barney Wolff
Montaggio – Arthur Schmidt
Musiche – Leith Stevens

La bambola del diavolo di Tod Browning

Regista sempre all’avanguardia, Tod Browning ha pagato a caro prezzo la sua ostinazione nell’andare oltre i temi e la narrativa del cinema a lui contemporaneo. In tutte le sue pellicole più importanti (e sono tante) i generi cinematografici si mischiano, i canoni dei generi non vengono rispettati.
Nel suo modo di intendere il cinema niente è come sembra, sotto uno strato se ne nasconde un altro: in uno dei suoi primi lungometraggi, The deciding kiss (1918), si narra di un rapporto morboso tra un uomo adulto e una ragazzina.
Ne I tre (The Unholy three) girato nel 1925, il forzuto Hercules (Victor McLaglen), il ventriloquo Echo (Lon Chaney) e il nano Tweedledee (Harry Earles, nel cast anche di Freaks) sono tre artisti da circo (luogo/tema ricorrente nei suoi film per motivi autobiografici) che con la complicità di una ragazza (Mae Busch) rapinano ricche famiglie ricorrendo al sistema del travestimento.
Ne I vampiri di Praga (Mark of the vampire, film del 1935 remake del suo precedente London After midnight del 1927) il professor Zelen (Lionel Barrymore) inventa una storia di vampirismo, aiutato da due attori (Bela Lugosi e Carroll Borland), per smascherare il barone Otto Von Zinden (Jean Hersholt) responsabile di un omicidio.
Una volta che il trucco è svelato, il ritorno alla realtà si fa tragico: gli assassini pagano le loro malefatte, chi aveva mimato o deriso una menomazione finirà per soffrirne davvero.

Un po’ come accade ne La casa dei fantasmi e in The Tingler di William Castle, tanto per fare un altro nome fondamentale per gli amanti dell’horror. Anche lì gli scheletri sono mossi da fili che la suggestione cancella dalla vista, i fantasmi/mostri sono in realtà persone ignare dell’equivoco o farabutti che indossano una maschera. In Browing come in Castle lo sguardo è uno strumento di alterazione.
Nel suo penultimo film La bambola del diavolo (The devil doll) si parla di Paul Lavond (Lionel Barrymore) un uomo fuggito di galera insieme a Marcel (Henry B. Walthall). Il primo è un banchiere ingiustamente condannato che non vede l’ora di uccidere i tre soci che lo hanno accusato. Marcel è uno scienziato mezzo pazzo ma geniale che ha trovato il modo di miniaturizzare gli esseri viventi e di comandarli con il pensiero. Durante un esperimento però l’anziano scienziato muore. Lavond allora con la complicità di Malita (Rafaela Ottiano), vedova dell’inventore, si trasferisce a Parigi. Lì, per sfuggire alla polizia sulle sua tracce, assume le sembianze di una vecchietta proprietaria di un negozio di giocattoli e rintraccia i tre colpevoli del suo arresto. Contemporaneamente si mette in contatto con la madre (alla quale rivela la sua vera identità) e la figlia (alla quale la nasconde) scoprendo che ella in tutti questi anni ha covato nei suoi confronti un odio smisurato credendo giusta la condanna. Scopre una dolce creatura che, abbandonata dal padre, è costretta a lavorare di notte in un locale equivoco per alzare soldi in più.
Ma il progetto dell’uomo non è tanto quello di uccidere per ottenere vendetta e giustizia, piuttosto vuole dimostrare a sua figlia (Maureen O’Sullivan) la sua innocenza e quanto le ha voluto bene dopo di che togliersi di mezzo. A lei tanto ci penserà il buon tassista Toto (Frank Lawton).
Melodramma che si mischia all’horror al poliziesco e al noir, e siamo nel 1936.
E non manca ne La bambola del diavolo un’ironia multiforme presente , ad esempio, nella recitazione quasi da parodia dei film muti di Rafaela Ottiano e nella pettinatura del suo personaggio, la signora Malita, che non può non ricordare quello de La moglie di Frankenstein uscito giusto l’anno prima.
Proprio grazie al suo spostarsi da un genere a un altro all’interno dello stesso film, il suo approccio con i generi stessi era di superamento dei canoni prestabiliti da Hollywood. Nell’andare oltre questa linea Browning anticipava tendenze di venti se non quaranta anni. Con i generi e le loro grammatiche tentava strade nuove, come fanno tutti i grandi registi.

Ispirandosi al romanzo Burn, witch, burn! di Abraham Merritt, nelle sue intenzioni non doveva esserci nessuno scienziato ma uno stregone vudù a trasmettere le sue conoscenze al protagonista. In questa prima sceneggiatura, la cerimonia di iniziazione si svolgeva davanti ad un altare costruito con teschi umani e comprendeva il sacrificio di una colomba. Una volta diventato stregone il protagonista testava le sue miniature mandandoli ad uccidere degli uccellini in un negozio di animali. Scene come queste non potevano essere approvate da nessuna commissione. Sceso a patti con la casa di produzione, come spessissimo gli è capitato nel corso della sua carriera (in questo caso la MGM), Browning modifica la sceneggiatura affiancato da due scrittori: Garrett Fort e Guy Endore. I cambiamenti non soddisfano la casa di produzione. Samuel Marx (responsabile della MGM per le sceneggiature) chiama altri sceneggiatori (tra i quali Eric Von Stroheim) e rimaneggia di suo senza consultare Browning. Alla fine scomparirà del tutto il vudù, la scena con gli uccellini, nonché il titolo pensato per il film Witch of Timbuctoo.
Il film non ottiene il successo sperato. Due mesi dopo il suo più grande sostenitore Irving Thalberg muore. Per due anni Tod Browning rimane inattivo dopo di che riesce a girare il suo ultimo film Miracles for sale a patto che non partecipi alla sceneggiatura. Nel 1942 si ritira ufficialmente dalle scene dichiarando che il cinema non lo interessa più. Come dargli torto?

I predatori dell'arca perduta di Steven Spielberg


Un famoso archeologo e avventuriero riesce dopo mille peripezie a recuperare una famosa Arca.
Come al solito però il suo rivale Belloq, alleato con i nazisti, glie la soffia all’ultimo momento. Come? Vallo a capire. Anzi, non ha importanza.
Siamo in Egitto nel 1936. Nella colonia inglese i nazisti scorrazzano indisturbati. Com’è possibile?
Qui tutto è possibile, anche se quasi niente è verosimile. Indiana, prima di farsi soffiare l’Arca da Belloq, scavava clandestinamente con i nazisti a due passi e per di più cantando insieme ai suoi amici. Va bene che i nazisti qui sono raffigurati come scimmie o come pupazzi, ma il troppo è troppo! Eppure a queste gigantesche incongruenze non ci si fa caso, esse passano inosservate forse perché allo spettacolo puro non servono queste cose. E si potrebbe continuare praticamente all’infinito. Per esempio, una volta derubato dell’Arca, Indiana a nuoto raggiunge un sommergibile nazista che lo conduce all’isola dove è stato allestito il necessario per il rito finale, quello che squaglia tutti i pupazzi. Come entra nel sommergibile? E prima, come fa Belloq a rubargli l’Arca? Qualche nazista si cala forse nel buco e lo minaccia? Che domande superflue…
Lawrence Kasdan ha avuto molto da ridire a Steven Spielberg per come la sua sceneggiatura (soggetto di George Lucas e Philip Kaufman) fosse stata stravolta ne I predatori dell'arca perduta proprio in questi aspetti di logica elementare. Il regista avrebbe quindi deliberatamente “rovinato” un copione altrui per farne qualcosa di personale, il suo personalissimo omaggio al genere dell’avventura, la sua idea di cinema di intrattenimento che scollega il cervello del pubblico per un paio d’ore, il suo particolare cartoonistico film d’avventura che non deve spiegare niente a nessuno: quello che accade accade perché accade. E tu ci credi senza chiederti il perché. Per non parlare delle armi da fuoco utilizzate ancora da inventare, altre che cambiano da un’inquadratura a un’altra, vetri che separano Harrison Ford dal cobra, materiale da set che entra in campo, precipizi a strapiombo in Egitto. E ancora, ancora e ancora. Non c’è quasi spazio qui per la logica, la filosofia, la metafora, i simboli, lo spirituale, c'è solo la dimostrazione di conoscere bene le regole di un genere, un ottimo esercizio di ritmo.
100% cinema, 100% cazzeggio, 5% di contenuti.

anche in questa celebre sequenza c'è un errore

Matinee di Joe Dante

Quando per gli adolescenti andare a cinema era un piacere, un rituale che oggi si è perso. Le uscite di gruppo con gli amici, quelle a tu per tu con la fidanzatina, quelle di nascosto dai genitori, quelle che per entrare toccava corrompere chi stava alla cassa. E poi lanci di pop corn, calci dalla poltrona di dietro (o verso la fila davanti), la fissa del posto preferito, la fine dell’attesa per il filmaccio che tanto si aspettava.
Andare poi a vedere pellicole spaventose ha sempre rappresentato un qualcosa di ambiguo. Lo spavento che attendeva soprattutto i più giovani tra gli spettatori, l’adrenalina che ne usciva fuori, era un po’ dovuta dalla paura ma un po’ anche dal gusto del proibito. Era trasgredire una regola che magari qualcuno di casa aveva imposto, come il divieto di ascoltare i dischi dello sboccato Lenny Bruce. Filmacci di serie B, scritti tenendo presente alcune regole fondamentali del genere come il rapimento della bella di turno, girati con pochi soldi ma molta inventiva, venivano prodotti e distribuiti a getto continuo. Inventiva e faccia tosta nel proporre spesso e volentieri storie apparentemente assurde di mutazioni genetiche, metafore il realtà – neanche troppo velate – della paura reale verso il nucleare.
Era talmente tanta la concorrenza che per i registi, i produttori, gli sceneggiatori toccava sempre inventare qualcosa di nuovo.
Siamo in Florida nel 1962 e il produttore Lawrence Woolsey, interpretato da John Goodman, lavora seguendo lo stile del coevo regista William Castle: per le anteprime della sua pellicola Mant! posiziona all’interno della sala una serie di trucchi ottici ed effetti audio per rendere la pellicola ancora più elettrizzante. Sono suoi (di Woolsey) il brevetto del Rumblerama, che spara i bassi a palla, e dell’Atomovision, una fregatura come tutte le altre consistente nel usare per alcune riprese obiettivi o filtri insoliti.
Ancora sulla scia di William Castle, paga attori per interpretare al di fuori della pellicola componenti di sette religiose (il Comitato per il sano divertimento) che protestano fuori dal cinema dicendo che i film di Woolsey trasformano i ragazzi in potenziali delinquenti. O infermiere che ti fanno firmare la liberatoria che se muori per lo spavento durante lo spettacolo non fai causa alla produzione.
William Castle in questo è stato un maestro. In Matinee il suo nome non si cita mai apertamente eppure la sua presenza è fortissima. Woosley, come fece Castle nel suo The Tingler, elettrizza le poltrone in galleria per far prendere una leggera scossa agli spettatori e inserisce nel film una scena che si svolge all’interno di una sala cinematografica.
Tutto si escogitava pur di aumentare l’atmosfera, battere la concorrenza e metaforizzare paure reali.
Gli Stati Uniti d’America vissero sotto Kennedy un periodo difficile dal punto di vista dei rapporti con la Russia. Il presidente americano incontrò per la prima volta Kruscëv nel 1961 per parlare di Berlino. Risultato del loro fallimentare meeting fu l’innalzamento del muro fatto poi crollare nel 1989. Kennedy nello stesso anno tentò di boicottare economicamente la vicina Cuba di Fidel Castro. Anche lo sbarco alla Baia dei porci si rivelò però un autogol per gli States. I russi, che forse non aspettavano altro, appoggiarono Cuba iniziando ad installare nell’isola alcune basi di lancio per missili nucleari. Nell’ottobre del 1962 alcuni aerei spia americani notarono le basi cubane e avvertirono la Casa Bianca. Kennedy ordinò un blocco navale intorno a Cuba per impedire alla navi russe di di raggiungere l’isola. Dal 16 al 21 ottobre 1962 (giorni in cui si svolgono le vicende del film Matinee) il mondo fu vicino ad un conflitto mondiale. Poi tutto si risolse con Kruscëv che smantellava le basi e Kennedy che prometteva di lasciare in pace Cuba. Di lì a poco le due superpotenze firmarono un trattato che vietava gli esperimenti nucleari nell’atmosfera e si accordarono per l’installazione di una linea di comunicazione diretta (la famosa linea rossa) fra Casa Bianca e Cremlino per evitare il pericolo di una guerra per errore.
Joe Dante, unendo la nostalgia verso quel periodo del cinema con una lettura al vetriolo del clima politico, con Matinee ci regala un film divertente, ricchissimo di citazioni, in cui non si capisce se sia il mondo della fiction ad invadere la realtà o il mondo reale a superare quello della fantasia. Le paure reali prendono il sopravvento, l’inconscio va in tilt (come scrisse Maurizio Porro su Il corriere della sera), il caos regna sovrano fino a quando il mistero non si risolve, l’equivoco si chiarisce e tutto può tornare alla normalità.

Personaggi e interpreti:

Lawrence Woosley – John Goodman
Ruth Corday – Cathy Moriarty
Gene Loomis – Simon Fenton
Dennis Loomis – Jesse Lee Soffer
Howard (il gesture del cinema) – Robert Picardo
Sherry – Kellie Martin
Harwey Starkweather (il bullo) – James Willemaire
Rhonda – Lucy Butler

Fotografia – John Hora
Scenografie – Steven Legler, Nancy Roberts
Costumi – Isas Mussender
Effetti visivi – Pierre Cane, Mike Chambers, Mark Johnson, Laura Lang, Mauro Maressa, Dennis Michelson, Raphael Sloane
Montaggio – Marshall Harvey
Musiche – Jerry Goldsmith

Note/curiosità

-Nel film compare per un attimo una sconosciuta, all’epoca, Naomi Watts.
-Solita comparsata per Dick Miller attore feticcio di Joe Dante presente in moltissime sue pellicole.
-Il personaggio di Ruth Corday interpretato da Cathy Moriarty è un omaggio a Mara Corday, attrice in Tarantola di Jack Arnold (1955), Lo scorpione nero di Edward Ludwig (1957) e Il mostro dei cieli di Fred S. Sears (1957)

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